La fase di avvio del nuovo esecutivo è diventata la prosecuzione della campagna elettorale con altri mezzi e non poteva essere altrimenti, visto che parliamo di forze politiche che fanno del proiettile d’argento a problemi complessi un marchio di fabbrica, e sono quindi costrette a rilanciare a oltranza, appena la realtà tenta di andare a vedere le loro carte. Sui ciclofattorini e sui lavori della cosiddetta gig economy potrebbe esserci l’opportunità di riscrivere le tutele senza tentare di riprodurre l’Unione Sovietica o ripiombare il paese nella palude del sommerso.

di Alessio Argiolas*

L’insegnamento della lingua inglese non era (rectius: è) una priorità dell’Istruzione patria, ma da circa quattro lustri il Burosauro dà nomi inglesi ai burosaurini (transparency act, bail-in). Tale prassi è invalsa anche per uniformazione terminologica, dovuta al recepimento della normativa sovranazionale. Purtroppo l’Italia chiama olive l’output del processo digestivo delle pecore (confrontate il FOIA italiano con l’equivalente USA).

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

su Il Fatto Quotidiano del 6 giugno, Stefano Feltri nell’articolo “Il grande caos dei centri per l’impiego, primo ostacolo sulla via del reddito di cittadinanza” analizza i problemi di avvio del progetto caldeggiato da M5S, osserva che caricare del lavoro sottostante al reddito di cittadinanza strutture come i centri per l’impiego “la cui missione è oggi piuttosto confusa” rischia solo di creare danni. Conclusione condivisibile, ma rimane aperto un problema: cosa fare per evitare che l’attività dei centri per l’impiego risulti dannosa ed inefficiente, oltre a risultare confusa?

di Massimo Famularo

Nella rubrica Data Room curata da Milena Gabanelli sull’edizione online del Corriere della sera, è comparso di recente un articolo, con tanto di video divulgativo, che promuoveva una “soluzione per uscire vivi dal problema del debito e tornare a crescere”. A parte numerosi passaggi fuorvianti o del tutto falsi di cui già si è detto su questi pixel, il pezzo ha destato numerose reazioni negative da parte di accademici e operatori specializzati, cui è seguita una replica da parte della giornalista, che tuttavia non è stata ritenuta particolarmente esaustiva da chi aveva mosso i principali rilievi.

di Massimo Famularo

Egregio Titolare,

a parziale integrazione dell’opera meritoria già svolta su questi pixel nell’evidenziare come la mirabolante proposta pubblicizzata sul principale quotidiano nazionale da una nota giornalista altro non sia che una becera mutualizzazione del debito, mi permetto di sottolineare alcune descrizioni fortemente fuorvianti e alcune falsità che sostanziano un caso di vera e propria disinformazione.

di Vitalba Azzollini

Dopo le “parole” del contratto di governo – e in attesa delle “opere” – può essere utile considerarne anche le “omissioni”. Una in particolare, circa un tema ricorrente negli ultimi anni: la trasparenza dei finanziamenti alla politica. Di Maio era sembrato averla molto a cuore nel corso della campagna elettorale, soprattutto con riferimento a fondazioni e casse dei partiti. Del resto, nel 2016 il movimento aveva pure presentato un disegno di legge al riguardo.

Le leggi antitrust si limitano a tutelare i consumatori dagli aumenti dei prezzi ma dimenticano i dipendenti

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Da ormai molto tempo si rileva un andamento fortemente diseguale nella ripartizione dei benefici della crescita economica, tra lavoro e capitale. Negli Stati Uniti, dalla metà degli anni 70, la crescita della produttività non ha determinato corrispondenti aumenti delle retribuzioni reali, che sono invece risultate stagnanti, crescendo di solo il 3% al netto dell’inflazione mentre la quota di valore aggiunto catturata dal capitale ha segnato una forte crescita.

di Vitalba Azzollini

Ogni iniziativa orientata alla trasparenza è sempre apprezzabile, specie in una realtà qual è quella italiana, ove la pubblica amministrazione stenta a diventare la “casa di cristallo” immaginata da Turati e la democrazia rappresentativa non sempre è quel “regime del potere visibile” di cui parlava Bobbio. Ma la disclosure può sortire effetti virtuosi solo se a chiunque eserciti un potere discrezionale non sia “concesso di tenere per sé le sue intenzioni” (Jefferson): cioè quel complesso di valutazioni, sottese alle sue scelte, destinate a divenire azioni che incidono sulla vita dei cittadini. Se, invece, la trasparenza si risolve in una mera esposizione di numeri – inidonea a far capire l’iter decisionale che ne è a fondamento e l’adeguatezza delle politiche di cui quei numeri sono espressione – rischia di restare un’operazione scenografica fine a se stessa.