Andrà molto peggio, prima di andare meglio

MPS, dicono sia colpa della Ue. Ma è colpa della realtà

in Economia & Mercato/Italia/Unione Europea

In caso vi foste scordati, la grana MPS è ancora in piedi, apparentemente non vicina alla soluzione, con tempi di sblocco (“entro giugno”) che al momento sono poco più di un wishful thinking, con i commentatori italiani impegnati a dare la colpa alla Commissione Ue, alla Direzione Generale Competizione (DgComp) di Margrethe Vestager, e la realtà che suggerisce cose lievemente diverse, che si riconducono sempre e comunque al processo di valorizzazione delle sofferenze della banca senese. Il che, visto da quanto tempo siamo in ballo, è lievemente sconcertante.

Facciamo un piccolo riepilogo, sperando che non fuggiate esasperati. La DGComp ha deciso (correttamente, se guardiamo al senso della “ricapitalizzazione precauzionale”) che MPS debba deconsolidare le sofferenze prima dell’ingresso dello Stato, perché quest’ultimo non può ripianare perdite pregresse o future ma derivanti dallo status quo ante. E qui sorgono i problemi. Lo stock di sofferenze va cartolarizzato, cioè si deve ricavare una “salsiccia”, con una tranche senior, che dovrebbe e potrebbe avere la garanzia statale (le Gacs), una mezzanina, che dovrebbe essere comprata “dal mercato” o da qualcuno che finga di essere il mercato (tipo Atlante 2), e la tranche equity, quella più rischiosa, sulla quale per prima si abbatterebbero le perdite del portafoglio di sofferenze. Questa porzione della cartolarizzazione dovrebbe essere assegnata agli azionisti attuali, e auguri.

Dove sta il problema, quindi? Nel dimensionamento delle porzioni della cartolarizzazione. O meglio, ancora una volta, nel prezzo di cessione delle sofferenze sottostanti. Spieghiamoci meglio. Da molti mesi si ritiene che la tranche mezzanina delle sofferenze senesi dovrebbe dimensionarsi a circa un miliardo. Negli iniziali intendimenti, questa porzione doveva essere comprata da Atlante 2. Il prezzo? Non importa, quello era una variabile residuale, o meglio una finzione. Ma era la finzione che teneva in piedi praticamente l’intero edificio. Atlante 2 si immolava comprando la mezzanina, i vecchi azionisti si prendevano la tranche equity e se la sarebbero vista incenerire entro breve tempo, in assoluta serenità; lo stato avrebbe messo la garanzia sulla tranche senior, quella più sicura, ma solo a condizione che quella porzione uscisse con rating non spazzatura, e vissero tutti felici e contenti.

Ma dove si inceppa il giochino, allora? Semplice: nel fatto che Atlante 2 non ha più tutti i soldini necessari per prendersi la porzione mezzanina. Quindi serve un “vero” compratore di mercato. Ma per fare ciò serve riprezzare le sofferenze, analizzando campioni di crediti per valutare statisticamente la probabilità di recupero ed il valore residuo. Questo è l’esercizio che era stato fatto lo scorso anno da Italfondiario e Fonspa, nelle more del famoso tentativo di salvataggio “privato”. Oggi servirebbe rinfrescare quei dati. I quali, verosimilmente, darebbero esiti molto problematici, nel senso di valori ancor più bassi. Ciò causerebbe l’ulteriore, sostanziale abbattimento del capitale di MPS prima dell’intervento dello Stato, e farebbe insorgere dubbi circa il fatto che la banca si possa considerare viable, cioè vitale, prima della ricapitalizzazione precauzionale pubblica, che potrebbe quindi essere impedita, con esito infausto per la banca e tutti i suoi creditori.

Ora, se non avete cambiato canale, dobbiamo dirvi che l’editorialista collettivo italiano e patriottico (alla Angelo De Mattia, per intenderci), in questo frangente non ha dubbio alcuno: la colpa è della Commissione Ue, che perde tempo e/o alza progressivamente l’asticella. L’editorialista collettivo non è neppure sfiorato dall’ipotesi che il punto centrale stia nel verosimile valore di recupero delle sofferenze, ben al di sotto di quanto la banca ed il governo italiano vorrebbero recuperare, cioè circa 25 per cento. Ma, ove mai l’editorialista collettivo fosse sfiorato da questo dubbio, risponderebbe immediatamente in modalità Vegas (non parliamo di casinò), cioè dicendo che le sofferenze vanno valorizzate in house, tirando la sfoglia a mano, con tanto amore e dedizione, e non svendute a predatori, soprattutto esteri.

E torniamo al via: la colpa è dell’energia negativa che vaga per l’universo e che si abbatte ogni maledetta volta sull’Italia, non del fatto che noi italiani siamo tetragoni a rigettare la realtà. A Siena non sono in grado di mobilitare alcune centinaia di persone allo scopo, trasformandole in aggressivi servicer, cioè addetti al recupero crediti? Allora si potrebbe fare come ha fatto l’Unicredit di Jean Pierre Mustier nel famoso progetto FINO (Failure Is Not an Option): si stralciano le sofferenze girandole a società specializzate (Fortress e Pimco, nel caso di specie), e si tiene una quota di minoranza in quelle società. Così, se il valore di recupero dovesse essere elevato e produrre ghiotti profitti, la banca cedente parteciperebbe alla festa, come intende e spera di fare Mustier. Ma ancora una volta: se MPS cede a prezzo sacrificato (o realistico) le proprie sofferenze, il buco di capitale che ne deriva rischierebbe di condannare la banca ad andare sotto le soglie minime vitali di capitale, quelle che consentono il successivo ingresso dello Stato in via “precauzionale”.

Quindi, sintesi estrema: il prezzo “vero” di mercato delle sofferenze di MPS è tale da mettere a rischio la sopravvivenza della banca. Serve qualcuno che si immoli pagando più di quanto il mercato è disposto a pagare. Quel qualcuno sarebbe Atlante 2. Ma Atlante 2 non ha soldi sufficienti. Come finirà? No comment, per quanto ci riguarda. Invece, per l’editorialista collettivo, l’unica certezza è che la colpa è della Commissione Ue. Amen.

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