Mi chiamo Bettini, vado a caccia di rendite

L'"uomo che sussurrava a Zingaretti" illustra una assai peculiare definizione di rendita

Oggi sul Foglio compare un bel polpettone a firma di Goffredo Bettini, politico Pd di lunghissimo corso (qui la sua biografia), attualmente accreditato di essere un notabile influente sul segretario del Pd, oltre che di visione; e come tale autorizzato ad esternarle sulla stampa, meglio se con ponderosi documenti in cui si parte da molto lontano. Di tale profluvio di precetti e visioni, vorrei solo soffermarmi sulla visione dell’economia espressa da Bettini, che mi pare paradigmatica. Di cosa, ve lo dico tra poco.

Premesso che tali “lettere ai giornali” sono momenti di dialogo “alto e nobile” tra esponenti politici per trovare accordi ed accordicchi sulla misera quotidianità, in attesa dell’immancabile elezione locale in modalità “giudizio di Dio”, tali opere letterarie di solito hanno lunghezza inversamente proporzionale alla qualità dei contenuti.

Desidero intrattenervi sulla parte più strettamente economica di tale missiva. Si parla dell’inevitabile Recovery Fund, dei comandamenti di Mario Draghi, e di quello che dovremmo fare per evitare di tornare allo status quo ante. Perché non basta il “sostegno alle forze produttive” di cui ha parlato il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori. No: serve anche l’immancabile “lotta alle rendite”. E qui, tra frusti luoghi comuni, scopriamo una insospettabile categoria di rentier.

Lotta alla rendita, quindi, che è “la vera metastasi che ha corroso e distorto l’Italia”:

Il capitalismo italiano è stato in gran parte assistito. Si è intrecciato con la speculazione finanziaria. Si è delocalizzato, internazionalizzato. È sfuggito dalle sue responsabilità nazionali. Ha investito poco sull’innovazione e la ricerca rispetto agli altri paesi europei. I suoi profitti li ha riparati all’estero. La rendita sono gli enormi patrimoni inermi e improduttivi. Il risparmio privato, impaurito e dunque non circolante. E per quanto riguarda il lavoro e il non lavoro, la rendita è un sostegno pubblico poco attivo, poco formativo, mal indirizzato; che alla fine genera zone di assistenza apatica.

Interessante che il capitalismo italiano “si sia internazionalizzato”, termine deliberatamente mischiato all’altro fischietto per cani della “speculazione finanziaria”, mai definita in modo coerente ma sempre utile alla bisogna, i profitti “riparati all’estero”, nel senso che trovano riparo. O forse sono opportunità, chi può dirlo? Poi, nella categoria della rendita, ci sono gli “enormi patrimoni inermi e improduttivi”.

Ora, la Treccani dice che il termine “inerme” deriva dal latino, e significa “privo di armi, quindi disarmato o, per estens., indifeso”. Che facciamo quindi, di ‘sti patrimoni indifesi, Betti’? Li mettiamo alla pubblica gogna come prodotti di rendita. Ma una rendita indifesa non è un lieve ossimoro? O forse era solo un typo e non di inerme bensì di inerte si trattava? Ma non è finita: dalla missiva di Bettini scopriamo un’altra categoria di rentier.

Il risparmio privato, “impaurito e quindi non circolante” è rendita. Servirebbe capire perché sarebbe “non circolante” il risparmio depositato presso istituzioni creditizie e non tenuto fisicamente in cassetta di sicurezza o in cassaforte domestica, e sono anni che chiedo invano agli innumerevoli politici che hanno parlato di “risparmio non circolante” di spiegare cosa intendono con tale espressione.

Ma nessuno, nessuno prima d’oggi, si era spinto a definire “rendita” il risparmio privato “non circolante”. Affascinante, non trovate? Ma servirebbe anche comprendere che il risparmio liquido deriva spesso da motivazioni precauzionali, cioè dall’esigenza di fronteggiare elevata incertezza. Oltre che, beninteso, da scarsa alfabetizzazione finanziaria.

Certo, se il problema è “indirizzare” quel risparmio, in modo più o meno cogente, verso “impieghi produttivi” nazionali decisi dal Grande Pianificatore Centrale, si pone un problema non lieve. Ma il fatto stesso di definire “rendita” tutto il risparmio che viene detenuto in forme che non piacciono alla politica, è spia di un atteggiamento di profonda ignoranza che tuttavia non intende deflettere dalle solite pulsioni demiurgiche. Ah, i bei tempi andati del vincolo di portafoglio e dei controlli sui movimenti di capitale.

Dimenticavo: il letterone di Bettini pare fosse rivolto a perorare la causa di questa maggioranza ma soprattutto quella della creazione dentro di essa di una gamba “moderata, riformista e liberale” (yawn), che Bettini auspica condotta da Matteo Renzi, oggi “picconatore minoritario”. Io avrei una domanda naïf: ma perché non vi telefonate? Ovviamente, per non privare i cittadini di questi momenti aulici di elaborazione politica e culturale, dove apprendiamo che i risparmiatori sono dei rentier.

Questa la valutazione di un “funzionario di partito e pubblicista”, come recita Wikipedia, dotato di maturità scientifica, “discendente dalla famiglia aristocratica marchigiana dei Rocchi Bettini Camerata Passionei Mazzoleni” oltre che

[…] appassionato fin da giovanissimo di politica e cinema. Iscrittosi alla FGCI, conosce Walter Veltroni, a cui sarà sempre politicamente molto legato.
Dal 1977 al 1979 è segretario romano della FGCI e successivamente entra nella segreteria nazionale della federazione giovanile, negli anni in cui ne è segretario nazionale Massimo D’Alema.

Proprio vero: la rendita è negli occhi di chi guarda.

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