Cina, il dissesto locale minaccia l’economia

Il rendimento del titolo di stato decennale cinese continua la sua inesorabile discesa verso abissi giapponesi, bucando al ribasso la soglia del 2 per cento, malgrado i tentativi bizzarri (e ormai abbandonati) delle autorità cinesi di rompere il termometro della deflazione causata da scoppio della bolla immobiliare ed eccesso di capacità produttiva di molti settori industriali cinesi: la “rigenerazione” che rischia di affondare il paese, soprattutto ora che alla Casa Bianca torna Donald Trump.

Temendo una “bolla”, le autorità cinesi hanno tentato di scoraggiare con l’abituale ruvida moral suasion gli acquirenti di titoli di stato, ma alla fine sono stati costretti a capitolare davanti alle forze del mercato, dette anche realtà. Ma i problemi, per le finanze locali del paese, proseguono e rischiano di gettare benzina sul fuoco del disagio della popolazione, fino a forme di destabilizzante protesta, di piazza e non solo.

Proteste per stipendi e pensioni

Come segnala il Wall Street Journal, si moltiplicano e trovano eco sui social le notizie di proteste dei dipendenti pubblici e pensionati di enti locali cinesi: a Shanwei, città sulla costa sud-orientale, il mese scorso decine di sanitari hanno occupato l’ingresso di un ospedale pubblico per chiedere salari e bonus non pagati. Indossando camici bianchi, alcuni hanno mostrato fogli di carta con la scritta “Dobbiamo mangiare”. Qualche settimana prima, i dipendenti comunali in pensione di Yichun, nella Cina nord-orientale, si erano riuniti per protestare contro i mesi di mancato pagamento delle pensioni.

I comuni cinesi sono a corto di fondi, travolti da migliaia di miliardi di yuan di debiti, dopo che la crisi immobiliare ha inaridito il canale principale di finanziamento pubblico locale, la cessione di terreni agli sviluppatori immobiliari. A quel punto, gli enti locali hanno creato dei veicoli di investimento “sotto la linea” del bilancio pubblico, cioè non consolidati in esso, che si sono pesantemente indebitati per sopperire al prosciugamento delle entrate. La situazione è divenuta non più gestibile, a causa del peso del debito e della mancanza di entrate per servirlo.

Il governo centrale di Pechino ha affermato che il “debito nascosto che necessita di essere smaltito” dei governi locali, senza precisarne la definizione, ammontava alla fine dello scorso anno all’equivalente di 2.000 miliardi di dollari, ma alcuni economisti stimano il debito occultato totale tra 7.000 e 11.000 miliardi di dollari, ipotizzando altresì che circa 800 miliardi di dollari di quel debito siano ad alto rischio di insolvenza.

Il rimborso mensile del debito tra le province avrebbe raggiunto il 125 per cento delle entrate mensili in alcuni momenti dello scorso anno, secondo un’analisi di Victor Shih, professore presso l’Università della California, San Diego, che studia la politica e il sistema finanziario della Cina.

Nel frattempo, nel paese crescono le proteste dei lavoratori non pagati. È ormai di tutta evidenza che i governi locali hanno usato le risorse raccolte mediante cessione di terreni o accensione di nuovo debito a mezzo di veicoli fuori bilancio per realizzare investimenti di limitati o nulli benefici economici. Stanno ormai emergendo evidenze di cattedrali nel deserto, siano esse linee ferroviarie ad alta velocità con scarso numero di passeggeri o complessi industriali senza aziende affittuarie. Una bolla alimentata, il cui scoppio genera deflazione. I forti esborsi dell’era Covid hanno allargato la voragine.

Pechino aiuta ma non troppo

La crisi di liquidità minaccia l’economia cinese perché sono i governi locali a realizzare gran parte degli investimenti, oltre a essere grandi datori di lavoro e appaltatori imprese private. Ma i governi locali operano in un contesto di finanza pubblica prevalentemente derivata, nel senso che ricevono la maggior parte delle risorse dal governo centrale. Per recuperare cassa hanno iniziato a tagliare o differire spese, incluse quelle per il personale, e stanno cercando di recuperare imposte non pagate, vere o presunte. Sono le famose “auto-ispezioni” fiscali.

Finora quest’anno, le società quotate in borsa nella Cina continentale hanno dichiarato di aver pagato circa 463 milioni di yuan, equivalenti a circa 64 milioni di dollari, in tasse precedentemente dovute, principalmente imposte sul reddito delle società e imposte sulla proprietà, rispetto a circa 178 milioni di yuan dell’anno scorso e quasi nulla prima del 2023, secondo un’analisi delle dichiarazioni del Wall Street Journal. A un’azienda produttrice di alcolici nella provincia di Hubei, è stato detto che doveva pagare 85 milioni di yuan per le tasse sui consumi dovute tra il 1994 e il 2009. Si segnalano anche aumenti di multe e sequestri di beni pur di cercare di ottenere denaro.

Il mese scorso, Pechino ha tentato di risolvere il problema con un pacchetto da 1.400 miliardi di dollari per scambiare il debito fuori bilancio dei governi locali con nuove obbligazioni volte ad alleggerire il loro onere finanziario. Gli swap del debito spostano le date di scadenza nel futuro, ma non estinguono il debito. Alla base di questa scelta può esserci la preoccupazione, da parte delle autorità centrali, di non alimentare azzardo morale negli enti locali, nel senso che un salvataggio potrebbe condurre all’assunzione di rischi maggiori.

Ma lasciare che il debito locale travolga cittadini e imprese potrebbe dare il colpo di grazia a un’economia, quella cinese, già resa molto fragile anche dai suoi stessi pesanti squilibri. Le autorità centrali si muovono con un approccio graduale e gradualista, sempre che il tempo sia d’accordo.

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