Cina, lo Stato imitatore della finanza creativa

Come forse saprete, la Cina ha seri problemi economici, riconducibili in misura rilevante allo scoppio della bolla immobiliare, l’attività che da sempre è la principale scorciatoia per gonfiare il Pil e consentire alle autorità politiche di sbandierare modelli di sviluppo altamente innovativi e vincenti, talvolta con l’entusiastica partecipazione di cosiddetti esperti che girano il mondo spiegando a gettone le meraviglie di una crescita sapientemente guidata da uno stato imprenditore immaginario che in realtà ha sin qui pilotato il maggior esperimento anarco-capitalista della storia contemporanea.

nasce il compratore di terreni pubblici

Dopo che il gigantesco nodo immobiliare è giunto al pettine, gelando la crescita assieme alla politica di Covid zero perseguita pervicacemente dal regime, la crisi avvolge gli enti locali, il cui bilancio dipende in misura decisiva dalla cessione di terreni agli sviluppatori immobiliari.

Che fare, quando gli immobiliaristi sono alle corde e di conseguenza non comprano più terreni, mettendo a rischio i bilanci degli enti locali? Idea: si creano dei veicoli di investimento formalmente controllati dai governi locali (LGFV, Local Government Funding Vehicle) e si impone loro di comprare i terreni messi in vendita dalle stesse municipalità.

Per finanziare gli acquisti, questi veicoli di investimento si indebitano con le banche statali o emettono obbligazioni, che vengono sottoscritte dalle stesse ma anche da privati, con il sottinteso che godano di protezione statale in caso di dissesto. I terreni acquisiti sono quindi messi a garanzia.

I veicoli di investimento locali, dopo essere stati usati soprattutto per finanziare lo sviluppo infrastrutturale, ora si lanciano a comprare terreni per tenere a galla i bilanci locali. E i risultati si vedono: dati ufficiali indicano che, nel primo semestre dell’anno, i LGFV pesano per un quarto delle vendite di terreni contro il 9% dello stesso periodo del 2021. In alcuni piccoli centri meno sviluppati, l’incidenza supera il 50%.

Prezzi opportunamente gonfiati

Spesso, la base d’asta a cui i terreni sono messi in vendita dagli enti locali è gonfiata, per mettere fieno in cascina proprio nel momento in cui i prezzi dei terreni sono in forte calo. I veicoli di finanziamento locale comprano turandosi il naso e chiudendo gli occhi, visto il preciso input politico, ma sono quasi tutti assai poco liquidi, visto che loro missione istituzionale è quella di partecipare a progetti infrastrutturali che iniziano (quando va bene) a produrre reddito solo in tempi necessariamente lunghi.

Il risultato di questo bailout è che i veicoli d’investimento si indebitano con le banche statali mettendo a garanzia i terreni comprati, e pure a prezzo gonfiato, con la prospettiva neppure troppo remota che la proprietà finirà appunto ai prestatori di Stato. Ma non finisce qui: poiché i veicoli di investimento sono privi di competenze specifiche, i terreni vengono solo comprati e non destinati a sviluppo immobiliare. Compra il terreno e mettilo da parte in attesa di tempi migliori, è l’implicito piano di (in)azione.

La domanda sorge spontanea: ma perché realizzare questo salvataggio in modo così barocco, impegnando le banche statali anziché dare direttamente i soldi agli enti locali? Forse perché il regime non si fida dei poteri decentrati, e preferisce tenersi le mani libere per acquisire le garanzie e poter centralizzare l’eventuale ripresa delle attività immobiliari.

Attendendo la “nazionalizzazione” dell’immobiliare

Ripresa che è la speranza di molti amministratori di questi veicoli d’investimento, la più trasparente delle foglie di fico. “Compriamo per rivendere quando i tempi saranno migliori”. Quindi, riassumendo: il modello di sviluppo economico cinese, che poggia per oltre un terzo sulla crescita indotta dall’immobiliare, è finito spalle al muro o più propriamente contro il muro, portandosi dietro anche la crisi del modello di finanziamento prevalente degli enti locali.

Il regime interviene con un bailout piuttosto barocco, forse per evitare di lasciare troppa briglia sul collo delle autorità locali e poter in futuro creare una super-agenzia nazionale, rigorosamente centralizzata, per ripartire. Per ora il dissesto finisce sotto il tappeto in modo molto “occidentale”, diremmo.

Ma forse questa è solo l’ultima incarnazione dello stato innovatore, quello che si inventa nuovi salvataggi per evitare guai peggiori. Calciando il default più in là. E forse qualcuno degli “esperti” occidentali che tanto si eccitano per gli eclatanti risultati del modello cinese dirà che questa è in realtà l’avvio di un’epocale operazione di nazionalizzazione del settore immobiliare, per prevenire speculazioni e riportare lo Stato al centro di tutto, dopo il “fallimento del mercato”.

Piuttosto, rispondete a questa domanda: i LGFV non vi ricordano i famosi SPV (Special Purpose Vehicle) con cui la finanza occidentale, pubblica e privata, gestiva cartolarizzazioni fuori bilancio? Sì, vero? Ma se le cose stanno in questi termini, chi ha il primato dell’innovazione e chi è il solito imitatore?

Foto di Mathieu Vivier da Pixabay

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