La Cina e l’arma letale delle terre rare

Dopo gli incontri di Londra, Cina e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo-quadro per tornare sui binari della tregua proclamata a Ginevra qualche settimana addietro, dopo che le due potenze si erano di fatto reciprocamente sottoposte a embargo con dazi in tripla cifra. Quello di ieri è quindi un accordo sull’accordo e, se siete colti da vertigine, sono solidale con voi. Ma di che si tratta, in dettaglio?

La pistola alla tempia dell’industria occidentale

Ad aprile, dopo l’ennesimo tentativo americano di strangolare Huawei e lo sviluppo di chip sofisticati da parte della Cina, Pechino ha risposto mettendo mano alla sua maggiore leva negoziale: l’esportazione di terre rare, di cui il paese è produttore ma soprattutto raffinatore con quote di mercato ad oggi inattaccabili. Un sistema di licenze all’esportazione ha finito col mettere nei guai praticamente tutta l’industria occidentale, dalle auto alla difesa, per carenza soprattutto di magneti, che hanno un ruolo fondamentale.

Le industrie occidentali, che per lustri hanno prosperato secondo il dettame del just in time, cioè scorte ai minimi, si sono trovate improvvisamente a rischio blocco. I costruttori europei di auto, a rischio di fermo delle linee di produzione, hanno fatto intervenire la Commissione europea. Pechino si è fregata le mani e ha generosamente acconsentito ad allungare la catena, mettendo sul piatto i negoziati con Bruxelles sui dazi alle auto elettriche.

L'”accordo sull’accordo” raggiunto a Londra pare riaprire il rubinetto cinese ma Pechino ha disposto licenze all’export di durata semestrale, confermando di avere il dito sul grilletto. In passato, la Cina non si faceva problemi a esportare senza restrizioni terre rare e minerali critici, anche e soprattutto per mantenere contenuti i prezzi globali e rendere antieconomico lo sviluppo di una filiera occidentale parallela. Oggi la situazione è cambiata.

La Cina ha istituito controlli sulle esportazioni di terre rare per regolare l’approvvigionamento di materiali “a doppio uso”, che possono cioè essere utilizzati anche per finalità militari. Dopo l’entrata in vigore del provvedimento, gli esportatori cinesi di magneti richiedono dettagli ai clienti stranieri sull’esatto uso previsto. I magneti che non contengono gli elementi di terre rare vietati devono talvolta essere sottoposti a verifica attraverso test di terze parti, con ulteriore ostacolo alle esportazioni. Molte aziende occidentali lamentano che, per ottenere gli agognati componenti e materiali, devono assoggettarsi a intrusive richieste cinesi di verifica dell’uso dei medesimi, incluse foto e video dei processi -e dei segreti- industriali. Questo perché la Cina non scorda mai che la sua storica specialità resta quella di ficcanasare nei brevetti altrui, e portarseli a casa gratuitamente.

La decisione cinese, come detto, minacciava di gelare le industrie di auto, elettronica e difesa occidentali. Lo stesso Elon Musk aveva espresso preoccupazione perché le restrizioni all’export di magneti minacciavano lo sviluppo del suo robot umanoide Optimus. Ford ha interrotto in maggio per una settimana la produzione del suo Suv Explorer.

Un cappio pronto all’uso

Motivo per cui Trump è tornato al tavolo negoziale. Pechino ottiene allentamenti alle restrizioni all’export americano di motori e componenti per aerei e di etano, sottoprodotto del gas naturale che entra nella produzione di plastiche, oltre alla promessa di non porre ostacoli o restrizioni alla presenza di propri studenti nelle università statunitensi. Al momento non è chiaro se gli americani allenteranno i blocchi all’export di chips di fascia alta per l’intelligenza artificiale, ma questo potrebbe non essere un problema per i cinesi.

In primo luogo, perché in passato le restrizioni dell’amministrazione Biden non hanno impedito a Huawei di sviluppare prodotti avanzati; poi, perché alla fine si può sempre contare sulla porosità dei mercati autorizzati all’importazione dei chips americani di fascia alta. Presto, le petromonarchie del Golfo, che hanno deciso di diventare potenze dell’intelligenza artificiale (vedremo se e come), con la benedizione di Trump e famiglia, saranno alluvionate da chips di ultima generazione. Una parte dei quali, per pura sbadataggine, finiranno riesportati in Cina.

Tutto è bene quel che finisce bene, quindi? Non esattamente, perché non siamo alla conclusione ma solo alla presa d’atto da parte di Capitan Fracassa Trump che la Cina ha una leva negoziale formidabile e letale. Pechino avrebbe a sua volta sofferto ma meno degli americani e degli stessi europei. Perché i dati su estrazione, lavorazione e raffinazione di terre rare e minerali critici sono lì da vedere, e non si sfugge.

Ora Washington e Pechino possono riprendere il negoziato vero e proprio, con la scadenza formale di inizio agosto che potrà essere convenientemente calciata più in là, come si è ormai capito da tempo. Il dazio medio imposto dagli americani sui prodotti cinesi, secondo Trump, sarebbe oggi del 55 per cento. Quello cinese sui prodotti americani, che Trump afferma essere solo il 10 per cento, sarebbe in realtà del 33 per cento, secondo stime del Peterson Institute of International Economics. Sono livelli multipli tra sei e dieci volte quelli dello scorso anno ed è quindi difficile che non abbiano ripercussioni, anche se al momento negli Stati Uniti la propaganda trumpiana sta facendo il giro di campo a perdifiato sui dati di mancata materializzazione dell’inflazione a maggio.

Ma i dazi restano elevati

Ma c’è un’altra notizia, passata in secondo piano rispetto all'”accordo sull’accordo” di Londra, che ha rimesso sui binari quello di Ginevra: ieri, una corte d’appello federale ha prorogato sino all’udienza del 31 luglio la sospensione della pronuncia del Tribunale statunitense per il commercio internazionale che giudicava illegittime, in quanto esorbitanti dai poteri dell’esecutivo, gran parte delle tariffe di Trump, quelle motivate con l’epidemia di fentanyl, quella “universale” del 10 per cento e quelle “reciproche”.

Il che significa che quelle tariffe restano applicabili, assieme a quelle settoriali che non formavano oggetto di giudizio. La universale resta tuttora in essere, nelle more della “proroga” negoziale al 9 luglio. Ora, possiamo anche considerare che Taco Trump tutto vuole fuorché una recessione, quindi in caso di bisogno dichiarerà vittoria battendo in ritirata o lanciando nuovi penultimatum, ma un livello di dazi ben maggiore che in passato persiste, sommandosi a una incertezza pressoché psichiatrica. Tutti elementi che, in un mondo normale, erodono la redditività delle imprese e ne congelano gli investimenti.

La Cina è il principale produttore di almeno 30 dei 50 minerali identificati come critici per gli interessi degli Stati Uniti e ha il dominio nella raffinazione delle terre rare e nella produzione di magneti, con circa il 90 per cento della quota globale.

– Bloomberg Economics

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