Il pedaggio al casello della demagogia

La vicenda è ormai nota: all’interno del cosiddetto Decreto Infrastrutture, all’esame della Camera, i quattro relatori di maggioranza avevano inserito un emendamento che, con la motivazione di fornire ad Anas 90 milioni di euro per la manutenzione delle strade provinciali, aumentava i pedaggi autostradali nella misura di un millesimo di euro a chilometro. Con un complesso algoritmo, si tratta di un aumento di un euro per mille chilometri di percorrenza autostradale.

La feral data

La criticità della misura, si fa per dire, è che sarebbe entrata in vigore il primo agosto, con gli italiani impegnati nell’abituale transumanza stagionale. Motivo per cui l’opposizione, alla costante ricerca di motivi per alimentare il proprio cacerolazo, ha iniziato a strepitare contro governo e maggioranza che affamano proditoriamente il popolo delle vacanze, comunque animato dalle migliori intenzioni e in apparenza disposto a passare sopra agli aumenti praticati dai nostri eroici ma incompresi imprenditori balneari, i cui investimenti sospingono la nostra economia.

A quel punto, caduta generalizzata dal seggiolone per le cosiddette forze di maggioranza, le stesse dell’emendamento, con Fratelli d’Italia a esprimere “un certo disappunto” e la Lega che ritira la firma per non creare problemi al proprio fattivo leader. Qui la domanda sorgerebbe spontaneamente pratica: ma siete davvero così scemi oppure volete farvi passare per tali per godere delle attenuanti politiche generiche?

Il risultato ha mandato in visibilio la segretaria del Partito dissociato, per gli amici Pd, che ne ha approfittato per lanciare un ultimatum di quelli che fanno tremare le vene ai polsi:

Siamo riusciti a ottenere pochi minuti fa il ritiro ufficiale dell’emendamento con cui il governo ha provato ad istituire la nuova tassa Meloni sulle vacanze degli italiani. Quello che chiediamo ora è che Giorgia Meloni si impegni a non presentare più l’aumento dei pedaggi per gli italiani nemmeno sotto altre forme.

Per completezza di ragionamento, Schlein dovrebbe dare allo spin la curvatura che merita e chiedere che mai più vengano aumentati i pedaggi autostradali. Offrendo come copertura (presumo) la tassazione degli extraprofitti permanenti, la nuova creatura mitologica della sinistra italiana nel suo viaggio verso lo stato lisergico prima che sociale.

E dopo questo stentoreo calcio d’avvio all’estate militante e militonta, in scia a Schlein in tanti si sono esibiti in manifestazioni di accaldato sdegno: il leader pentastellato, Giuseppe Conte, uno che da sempre ha a cuore i conti pubblici del nostro paese al punto da aver inventato il Superbonus; le angurie di AVS che (ripeto) non è Anzianità-Vecchiaia-Superstiti o forse sì, come progetto di vita dei suoi leader; le sedicenti associazioni dei consumatori e persino Matteo Renzi, la cui vitale esigenza di restare in parlamento anche la prossima legislatura lo porta ormai a esprimersi come un ghost writer pentastellato: l’altro giorno è riuscito a imputare al governo Meloni l’aumento dei prezzi degli alimentari.

Che, l’ultima volta che ho controllato, stava angustiando praticamente tutto il pianeta e certamente i paesi Ue, dati Eurostat alla mano. Qui però occorre che Renzi si decida: Meloni è “una influencer che non tocca palla” oppure una malvagia creatura tolkeniana che spinge al rialzo i prezzi alimentari dell’orbe terracqueo? Attendiamo la sua prossima fatica letteraria per sciogliere il dubbio.

Opportunismo e costo opportunità

Al netto di tutto ciò, la domanda sorge spontanea: come trovare quei 90 milioni per Anas? Ora, so quello che molti tra voi stanno pensando: “Che domanda: tra le pieghe degli sprechi! Possibile che, in un paese che ha mille miliardi di spesa pubblica, non si riesca a trovare 90 pidocchiosi milioni?”. E così via, per tutte le spese previste da qui alle prossime elezioni. C’è poi chi, come la Dem Chiara Braga, fa ricorso al concetto di costo opportunità e sostiene che quei soldi si devono trovare in opere inutili come (a suo giudizio) il ponte sullo Stretto. Che oggi è ancora più minaccioso perché potrebbe diventare spesa militare, signora mia.

Come si nota, lo schema è ormai classico: come trovare spicci rispetto al mare magnum della spesa pubblica, modificando le priorità di spesa a seconda delle convenienze di parte. Se questa applicazione di costo opportunità fosse seguita alla lettera da chi si alterna alla maggioranza del parlamento, probabilmente avremmo conti pubblici migliori di quelli della Svizzera. E invece. Invece, abbiamo avuto in passato la breve ma esaltante stagione della spending review vissuta come una cornucopia di nuove spese da finanziare con i “tagli agli sprechi”. Era tutta una commovente letterina a Babbo Natale, da parte delle corporazioni.

Però direi che fa piuttosto impressione, questa reattività esasperata per un euro ogni mille chilometri di autostrada. A indicare i grami tempi del nostro populismo e anche di quello altrui, a giudicare dalle cronache politiche d’occidente. Alla fine dei giochi, possibile che questa voce finisca a carico della fiscalità generale, e vissero tutti felici e contenti. Tutti tranne gli ormai pochi che tengono in piedi la fiscalità generale medesima, s’intende.

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