La Corte dei conti ha pubblicato la relazione sull’attuazione al primo semestre 2025 degli interventi PNRR e PNC (Piano nazionale complementare), esaminati a campione dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato. Siamo sostanzialmente in linea con gli obiettivi, pur in presenza di alcune criticità legate soprattutto a ritardi nelle opere più complesse, come le infrastrutture penitenziarie, la sicurezza sismica dei luoghi di culto e il potenziamento delle linee ferroviarie regionali.
Secondo la Corte,
Le maggiori criticità, pur limitate agli interventi e programmi oggetto di esame, risiedono in taluni ritardi nella rimodulazione degli interventi, che in alcuni casi potrebbero condizionare il rispetto dei cronoprogrammi. Ulteriori elementi di difficoltà permangono nella rendicontazione (con dati disomogenei e richieste di pagamento frammentate), nelle segnalate carenze di personale nei settori chiave, nell’insufficienza del monitoraggio finanziario – non del tutto efficace per valutare il reale stato di avanzamento dei progetti – e nella scarsa tempestività di aggiornamento delle piattaforme digitali, in particolare ReGiS, strumento centrale per il controllo dei fondi.
Dopo il 2026
E fin qui, direi che siamo nel prevedibile e previsto. Ma la Corte chiude la relazione con un monito in cui si ribadisce l’ovvio, nascosto in piena vista a chiunque sappia far di conto e abbia un rapporto sano con la realtà. Ogni investimento “traina” un aumento di spese correnti. Che accadrà dopo il 2026, a lavori terminati? Scrive la Corte, grassetto mio:
Ciò che nella sostanza desta preoccupazione, soprattutto presso i Comuni, è che alla fine del 2026 gli Enti locali si trovino con opere per le quali non vi siano più risorse finanziarie ed umane sufficienti per il loro funzionamento. È quindi necessario un fermo richiamo sul tema della sostenibilità dei servizi, evidente criticità del PNRR nello stato attuale. Ciò, inoltre, va collegato alla politica di bilancio che vorrà essere adottata dopo la scadenza del 2026, che dovrà porre particolare attenzione al problema, soprattutto ove si scelga di ricorrere al sistema dei tagli lineari.
Esatto. Che accadrà alle strutture fisiche create come investimento, se mancheranno fondi per la loro manutenzione e personale per il loro funzionamento? Che avremo il progressivo abbandono e ammaloramento, non solo in senso fisico, di questi investimenti. Nel quadro di ristrettezze di finanza pubblica, bisognerà compiere delle scelte, circostanza che di solito causa shock anafilattici alla politica.
O si trovano gli spazi per accomodare la maggior spesa corrente fisiologicamente legata agli investimenti del PNRR oppure si entrerà in un contesto di razionamento di spesa. Che può avvenire secondo priorità definite dalla politica riguardo a determinati capitoli e missioni oppure, come paventato dalla Corte, col famigerato sistema di tagli lineari. Ma, come sappiamo, il primo caso implica una programmazione strategica per priorità che assai difficilmente riesce ad affermarsi, quando ogni voce di spesa preesistente viene vista dai suoi destinatari come diritto acquisito. Nel secondo caso, invece, significa corrodere il rendimento della spesa pubblica.
Resta la via “maestra” di un aumento di entrate, che sarebbe letale vista la pressione fiscale corrente. Tutto questo per ribadire l’ovvio. Il PNRR, contrariamente alle manifestazioni di giubilo di chi ancora oggi si pavoneggia per “aver portato in Italia 200 miliardi”, rischia di essere una autentica maledizione. In un paese incapace di programmare e darsi priorità strategiche, il Recovery Fund ha significato una febbrile corsa contro il tempo per svuotare i cassetti e riesumare progetti anche concettualmente obsoleti. Il rischio di medio termine è quello di essersi messi al collo una pietra.
Il nodo rimborsi
Poi verrà la fase dei rimborsi, inseriti nella cornice del bilancio ordinario settennale della Ue. Ribadisco la mia (pre)visione: quel debito verrà rinnovato e calciato più in là, perché altrimenti sottrarrebbe risorse in modo drammatico, soprattutto in un momento in cui c’è grande tensione per finanziare difesa e transizione tecnologica. La Commissione ha già iniziato a lanciare ballon d’essai su come reperire le risorse necessarie a espandere il bilancio, causando ululati pavloviani di sdegno nelle capitali, frugali o meno.
Ad esempio, l’ipotesi di imporre una tassa sul fatturato delle maggiori imprese. Che, in un momento come questo, fatto di competizione tagliagola con gli americani che ormai dichiarano esplicitamente che il loro obiettivo è quello di drenare aziende dal resto del mondo, soprattutto dall’Europa, sembra un picco di tafazzismo senza precedenti. Ma i vincoli esistono: quelli contabili sono figli di quelli di realtà.
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È quindi del tutto stucchevole, per non dire irritante, ascoltare e leggere nostre associazioni imprenditoriali che si scandalizzano per queste proposte di aumento di entrate, e magari al contempo sono beneficiarie degli appalti del PNRR. Tutto molto umano, per carità, ma la coerenza andrebbe rispettata, nei limiti del possibile.
Per il momento, cerchiamo di acquisire il concetto centrale di ogni bilancio, e ripetiamo: ogni investimento porta con sé spesa corrente. Non esiste investimento senza spesa corrente ad esso relativa. Per questo, il PNRR rischia di passare alla storia patria come l’episodio finale di autolesionismo, quando ci si è fatti cogliere da questa assurda bulimia di ottenere e tirare il maggior importo possibile. E vantarsene pure.