Col termine “mercati di frontiera” si indicano quelli che potremmo definire i “mercati emergenti dei mercati emergenti” o “pre-emergenti”, cioè quelli di paesi in via di sviluppo che tuttavia sono più piccoli, rischiosi ed illiquidi dei fratelli maggiori. Sono investimenti che tendono ad avere maggior potenziale di ritorno di lungo periodo e minore correlazione con gli altri mercati. Sono anche paesi che si (ri)scoprono incravattati dal debito pubblico.

di Vitalba Azzollini

Alcune brevi considerazioni sul caso Tap-Di Maio. La vicenda è nota: l’attuale responsabile del Mise afferma che il progetto Tap non può essere interrotto da parte dell’Italia a causa delle “penali” che si dovrebbero pagare, “penali” di cui egli sarebbe venuto a conoscenza solo di recente; il precedente responsabile del Mise, Calenda, sostiene invece che non ci sono “penali”, perché esse sono sempre tecnicamente legate all’inadempimento di un contratto, contratto che in questo caso non esiste.

La tragedia di Genova ha riproposto con violenza i nodi pluridecennali dello sviluppo italiano, dalla gestione e trasparenza delle concessioni autostradali e di grandi opere infrastrutturali, e preliminarmente alle scelte del decisore politico su quali opere sviluppare. Al netto dell’ormai abituale sciacallaggio su queste tragedie, due nodi appaiono da sciogliere.

Con lo scioglimento della società Stretto di Messina e l’annullamento del contratto, “sono stati persi 400-500 milioni di euro. Abbiamo fatto una furbizia”. Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, riferendo del voto di ieri sera in commissione Bilancio con il quale si è deciso l’annullamento del progetto del ponte sullo Stretto di Messina.

“Di fatto abbiamo buttato via 500 milioni, abbiamo fatto come i talebani. Difficile ora ricominciare” ha detto Di Pietro spiegando che 150 milioni sono andati alla società Stretto di Messina per il progetto preliminare del ponte e la realizzazione di tre gare.