Il triste stato dell’Unione dei veti nazionali

Un anno dopo la presentazione del Rapporto Draghi, solo un decimo circa delle 383 prescrizioni per rilanciare l’Unione europea è stato implementato, ovviamente quelle più leggere e che pestano meno i piedi degli stati nazionali. Il computo è di un think tank di Bruxelles, European Policy Innovation Council, ripreso dal Financial Times.

Torno a ripetere: se la Commissione non progredisce nell’implementazione delle proposte non è sempre e solo per ignavia o protervia ma semplicemente perché alcune di quelle proposte si scontrano con gli interessi dei singoli stati nazionali. Non è difficile da comprendere, no? Continua a mancare un mercato unico per i servizi, che sarebbe la rampa di lancio teorica della digitalizzazione, il mercato unico dei capitali è missing in action, per citare solo due tra i maggiori punti di stallo.

Piano Draghi, anzi pianissimo

Sinora, la Commissione si è cimentata nella presentazione di progetti per l’approvvigionamento comune di materie prime strategiche e il maggiore utilizzo di derivati per liberare offerta di capitale bancario (cartolarizzazioni), oltre che sul finanziamento di investimenti difensivi comuni, nel tentativo disperato di non far defluire l’impulso espansivo militar-keynesiano verso gli Stati Uniti. Su altri temi, come il ruolo dell’euro come moneta di riserva internazionale, il vincolo di realtà morde di più e la situazione dei bilanci nazionali non promette nulla di buono per la tenuta dell’edificio.

Per il momento, la Commissione ha colto i “frutti bassi” dall’albero, quelli di una blanda deregolamentazione, attraverso sei pacchetti omnibus settoriali. Il dettaglio delle raccomandazioni adottate lo fornisce David Carretta nel Mattinale europeo:

Nel settore automotive, su 24 raccomandazioni, non ci sono misure pienamente realizzate. Nel clean tech, su 39 raccomandazioni, solo una è stata attuata. Nell’energia, su 83 raccomandazioni, la Commissione non ne ha completate nessuna. Anche sulla digitalizzazione c’è grande ritardo, con 5 raccomandazioni attuate, ma 36 su 47 appena avviate o nemmeno lanciate. Gli unici settori dove i ricercatori dell’European Policy Innovation Council vedono progressi sono i materiali critici rari (33,3 per cento) e i trasporti (26,7 per cento). Su difesa, farmaceutica e spazio, il contatore è ancora a zero.

E qui torniamo al concetto minato di “costo zero”, che non esiste in natura e che qualche sempliciottə di casa nostra pensa invece di utilizzare per costruire un libro dei sogni elettorale. Pensate al famoso “ventottesimo regime” di diritto delle imprese, per creare una lingua franca da quelle nazionali per terreno comune e capacità di attrazione. Se solo fosse così semplice.

Ma lo stesso aspetto della sburocratizzazione è ben più facile a dirsi che a farsi. Andiamo con ordine. Il nostro maggiore problema è il progressivo indebolimento del mercato unico, sotto i colpi di misure difensive nazionali. Si comprende il motivo: contano gli interessi nazionali, ognuno cerca di difendere i propri perché, semplicemente, non esiste una cosa chiamata “interesse nazionale europeo”.

Legislazione secondaria, il diavolo nei dettagli

Mi colpisce (ma non sorprende) un passaggio dell’articolo del FT:

Durante il suo primo mandato, la commissione Von der Leyen ha aumentato la produzione legislativa del 17 per cento rispetto al suo predecessore, secondo un’analisi del Financial Times. L’incremento è stato principalmente guidato da un aumento della legislazione secondaria, ovvero norme dettagliate che scendono in dettagli tecnici sull’applicazione delle leggi dell’Ue.

Mi aspetto che qualcuno dica: “A-ha, ecco la pistola fumante! Abbattiamo la legislazione secondaria e saremo (più o meno) a metà dell’opera!”. Peccato che la legislazione secondaria serva a precisare il quadro normativo principale, interpretandolo autenticamente. Se smantelliamo quella, aumentiamo l’incertezza per le aziende e i margini di interpretazione “difensiva” degli interessi nazionali, cioè la frammentazione. Non ci eravate arrivati, confessatelo:

Ma gli sforzi di Von der Leyen per un secondo mandato per ridurre la burocrazia, come raccomandato da Draghi, in alcuni casi hanno creato maggiore incertezza per l’industria — confezionando vari pezzi di legislazione in “leggi omnibus” e sostituendo regolamenti complessi con versioni semplificate che sono spesso carenti di dettagli.

Quindi, repetita (non) iuvant: si fa presto a dare la colpa ai “burocrati di Bruxelles”, ma ci si scorda che il loro ruolo è quello di creare le condizioni per un campo di gioco livellato al minimo possibile tra i giocatori. Pensate al fulcro delle raccomandazioni di Draghi: l’investimento comune a debito. Del tutto ignorato da Von der Leyen, per un motivo che potrà sembrarvi banale: chi ha le risorse fiscali, soprattutto la Germania, se le spende. Miope? Probabile, ma questo accade. E ovviamente, ciò indebolisce il mercato unico e dissesta ancor più il campo di gioco presunto livellato. Con buona pace dei politici che rispondono alla miopia tedesca con una discreta dose di ottusità, come chiedere debito comune per rinnovare il parco auto europeo.

Da questa meravigliosa proposta di Elly Schlein non si capisce se il riferimento sia alle elettriche, alle ibride o anche ai motori a combustione interna. Ma sono dettagli, quando si deve rispondere alla domanda delle cento pistole: per quale motivo i contribuenti tedeschi dovrebbero usare le loro tasse per far cambiare auto a quelli italiani? Qualcuno tra voi replicherà: per dare forza ai costruttori europei. Ottimo, ma i costruttori “europei” non esistono. Esistono quelli tedeschi, francesi, italiani (forse). Quindi gli stati nazionali sovvenzionano direttamente loro. Capisce, segretaria Schlein? No, vero?

Stato dell’Unione

Oggi Von der Leyen ha pronunciato il discorso sullo Stato dell’Unione europea. Cercando di ritagliarsi uno spazio dalle morse nazionali, ma con esiti non esaltanti. Un florilegio di progetti e missioni che spaziano dai buoni sentimenti all’irenismo ma sempre con grande capacità di creare acronimi. In nome della ricerca dell’indipendenza europea.

Cogliamo fior da fiore: eradicare la povertà entro il 2050 con il Quality Jobs Act (?), bisogna creare una AI europea (come, se mancano investimenti comuni?), una iniziativa per combattere le fake news sanitarie e reggere l’onda d’urto che porta alla riduzione della copertura vaccinale, la necessità di aprirsi ad altri mercati, per compensare il trumpismo che sopravvivrà al suo creatore. E quindi viva il trattato col Mercosur ma anche aiutiamo i nostri coltivatori, che sono insostituibili per la nostra sicurezza alimentare.

La velleità tocca vette inesplorate con l’annuncio della necessità di avere una Small Affordable Car europea, rigorosamente elettrica. Non vedo l’ora di conoscere i dettagli. E ancora: il progetto di affordable housing, che in prima battuta consentirà agli stati nazionali di erogare fondi pubblici per l’abitazione senza notificare la Commissione. Sembra la montagna che ha partorito il topolino ma subito dopo arriva la polpa: introdurre norme e regolamenti per gli affitti brevi finisce direttamente sulle competenze nazionali. Come finirà? Domanda retorica. Se bisogna eradicare la povertà, o i soldi arrivano dai bilanci nazionali oppure ritagliarli dalla cornice settennale europea è dura.

Come si nota, lo schema è ben visibile: o velleità che si schiantano contro i veti nazionali o interventi ultramarginali e declamatori con bel programmino dotato di acronimo suggestivo. Questo è lo stato dell’Unione. Ma invocare la rottamazione di Ursula von der Leyen, per quanto possa essere allettante, è la classica scorciatoia che porta dritti al vicolo senza uscita. Dove nell’ombra si stagliano i profili di Putin, Trump e Xi.

A proposito di Putin: la Ue produce pacchetti di sanzioni a raffica, poi arriva Trump che, in modo strumentale ma non di meno brutale, ci mette di fronte alla nostra schizofrenia. “Scusate, perché comprate ancora energia dalla Russia? Perché non adottate sanzioni secondarie contro Cina e India per punire Mosca, anziché moltiplicare i pacchetti di sanzioni che sanzionano poco e male?” E che gli vuoi rispondere? Qualcosa tipo “Ma perché tu non sanzioni la Cina? Paura, eh?”. Molto probabile, evviva il nostro acume. Ma il punto non è quello.

Trump vuole che la Ue si consegni mani e piedi alle esportazioni americane. Ma se siamo geostrategicamente debolissimi e impiccati alle nostre contraddizioni di matrice nazionale, non è colpa di Trump. Almeno quello. Però neppure di Ursula von der Leyen, per quanto io non sia tifoso del personaggio. Che forse è arrivato sul proscenio a incarnare esattamente lo stato di crisi esistenziale di questa Ue. Cambiamola pure, in caso, ma ho l’impressione che l’esito non sarà dissimile da quelli prodotti da Emmanuel Macron coi suoi premier sacrificali.

Però di una cosa sono certissimo: appena finito di leggere queste inutili righe, un discreto numero di commentatori riproporrà la giaculatoria: “Se solo si facesse come dice Draghi!”. E io mi arrendo.

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