In questo 2025 è accaduto un evento epocale: il saldo commerciale in beni d’investimento tra Germania e Cina, calcolato come media mobile a 12 mesi, è diventato negativo per i tedeschi, per la prima volta da quando esiste questa serie storica. Il che significa che la Germania importa dalla Cina più beni capitali di quelli che esporta in quel paese. Giunta al quarto anno di stagnazione, la manifattura tedesca langue, con la produzione industriale tornata indietro nel tempo, al livello del 2005.

Un modello economico basato sull’export e sulla globalizzazione tradizionale si è schiantato contro il ritorno della logica dei blocchi, l’elevato costo dell’energia, il protezionismo di Donald Trump e, soprattutto, l’assertività cinese, il paese esportatore di deflazione da sovracapacità produttiva alimentata da sussidi pubblici. Ma anche il paese che ha compiuto grandi progressi in termini di qualità ingegneristica e che ormai non può più essere considerato un semplice imitatore low cost della sapienza costruttiva occidentale, soprattutto tedesca. Su tutto, la dismissione del motore a scoppio, dopo 140 anni di storia, soprattutto di storia tedesca.
Battere la Germania al suo stesso gioco
Come si può leggere in un’inchiesta del Financial Times, gli imprenditori tedeschi stanno prendendo atto che i cinesi “stanno sempre più spesso battendo la Germania al suo stesso gioco”. Le esportazioni di macchinari cinesi in Europa sono raddoppiate in sei anni, a circa 40 miliardi di euro, e potrebbero arrivare quest’anno a 50 miliardi, secondo l’associazione di settore tedesca VDMA.
I margini delle aziende manifatturiere tedesche stanno vieppiù assottigliandosi e il paese non dispone di industrie nascenti, quali Tech e AI, che possano prendere il testimone. Un numero crescente di aziende tedesche stanno valutando di usare componenti industriali cinesi per le proprie produzioni. Il rischio è la progressiva deindustrializzazione e lo spostamento dell’occupazione in settori, come quello dei servizi, dove la produttività tende a essere stagnante.
Il numero dei disoccupati tedeschi è aumentato in 37 dei 44 mesi da febbraio 2022 ed è oggi a poco meno di tre milioni di persone, massimo da 14 anni. Nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione è passato da 5,1 a 6,3 per cento.
Che fare, con la Cina? C’è chi invoca protezionismo e una sorta di Europe First, ma questo pare un suggerimento indotto dalla disperazione. Ma, e qui veniamo al punto, in Germania non c’è affatto unanimità in queste richieste. Al contrario. Le aziende tedesche che operano in Cina, soprattutto nell’automotive, si oppongono a qualsivoglia ipotesi di protezionismo europeo, perché ne va di mezzo la loro sopravvivenza in quel mercato, dove stanno soffrendo una inesorabile perdita di quote ma da cui ancora proviene gran parte dei loro utili.
Tedeschi condannati a investire in Cina
Questo punto è fondamentale: come si può leggere da un’altra inchiesta, questa volta di Bloomberg, le case automobilistiche tedesche stanno aumentando gli investimenti in Cina, contro la moral suasion esercitata negli ultimi anni dai governi di Berlino, di ogni colore. Sono “condannate” a investire per cercare di non perdere il passo delle consorelle cinesi più di quanto già sinora accaduto, soprattutto nell’elettrico e nell’ibrido. Ma investono anche perché, come segnalavo lo scorso anno, in un futuro non troppo lontano le case tedesche potrebbero diventare esportatrici nette di vetture, magari anche con motore termico, verso la madre patria e l’Europa, in uno scenario da distopia industriale.
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Secondo l’Istituto Mercator per gli studi sulla Cina, l’investimento aziendale tedesco in Cina è aumentato di 1,3 miliardi di euro tra il 2023 e il 2024, raggiungendo i 5,7 miliardi di euro. I costruttori di auto rappresentano i due terzi circa dell’investimento tedesco in Cina tra il 2020 e il 2024, secondo lo stesso istituto. Tra il 2023 e il 2024, quella incidenza è salita al 69 per cento, pari a 4,2 miliardi di euro.
Lasciamo la parola agli autori dell’inchiesta Bloomberg:
Oggi, la Cina è il mercato più importante per BMW, Mercedes-Benz e Volkswagen. BMW ha impegnato circa 3,8 miliardi di euro in un progetto di batterie a Shenyang, rendendo la Cina il fulcro della sua più grande rete di ricerca e sviluppo al di fuori della Germania. Esporta anche SUV elettrici dalla Cina verso l’Europa. Nel frattempo, Mercedes ha spostato il suo vertice strategico annuale a Pechino e sta sviluppando veicoli elettrici esclusivi per la Cina. Volkswagen, che definisce la Cina il suo “secondo mercato domestico”, ha a sua volta firmato una serie di accordi con aziende cinesi per accelerare lo sviluppo delle sue tecnologie.
Il modello si estende oltre l’industria automobilistica. BASF, il gigante chimico tedesco, ha appena aperto un complesso da 8,7 miliardi di euro in Cina — il suo investimento più grande di sempre. Mese scorso, il CEO di BASF, Markus Kamieth, ha definito la Cina essenziale per la crescita dell’azienda, affermando che il mercato ha aiutato a compensare la stagnazione della produzione in Germania. Allo stesso modo, Bosch, l’azienda ingegneristica globale della Germania, sta approfondendo la sua dipendenza dalla Cina per lo sviluppo dei prodotti, mentre riduce le posizioni in Germania.
Lasciare la Cina costerebbe moltissimo ai tedeschi e non è affatto chiaro, soprattutto alla politica, chi e in che misura dovrebbe sopportarne il costo tra le aziende, in termini di minori profitti, i lavoratori tedeschi a causa di licenziamenti, i consumatori attraverso prezzi più elevati e lo stato attraverso ammortizzatori sociali e sussidi.
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Di conseguenza, questa dipendenza estrema della manifattura tedesca dalla Cina, persino in una traiettoria di declino, implica un potentissimo leverage strategico cinese sull’intera Europa. Tale da condizionare il ruolo globale dell’Europa, ammesso e non concesso di averne uno. Ecco perché le voci di Europe First o di “reverse engineering“, in cui l’Europa dovrebbe consentire alle aziende cinesi di investire nei propri stati solo a patto di condividere la propria organizzazione produttiva con aziende europee in strutture di joint venture, in un percorso opposto a quanto le aziende europee furono costrette a fare quando entrarono in Cina, salvo essere vampirizzate del know how, sono qualcosa che sta fra l’onirico e il velleitario.
Svizzeri in Cina
E quando parliamo di Europa, parliamo anche di Svizzera. Il gruppo chimico elvetico Clariant, nato negli anni 90 da uno spinoff di Sandoz, ha deciso di aumentare la propria capacità produttiva in Cina, paese che oggi rappresenta un decimo delle sue vendite, col traguardo del 14 per cento entro due anni. Per questo motivo, Clariant ha deciso di investire 180 milioni di franchi nell’espansione di due suoi impianti cinesi, per incrementare la quota di produzione locale dal 50 al 70 per cento.
Gli svizzeri, che hanno 68 impianti in tutto il mondo, di cui nove in Cina, si accingono a chiudere l’ultimo rimasto nella Confederazione: quello di Muttenz, sede della società. La perdita di competitività degli impianti europei, a loro giudizio, è da attribuire al costo del gas e alla carbon tax europea. La concorrenza cinese, anche in questo settore, fa il resto, malgrado Clariant sia relativamente più protetta in quanto opera nelle specialità.
Come si esce da questo quadro deprimente che vira sull’angosciante? Se ne avessi un’idea, non perderei il mio tempo a scrivere questi articoli.
(Immagine creata con GPT-4o)