Chi mi legge con minimale attenzione sa che da sempre indico il rischio esistenziale per l’Italia: la miscela di depressione demografica e anemia della produttività. Assai opportuno quindi segnalare l’articolo di Gianni Trovati sul Sole di domenica 30 novembre che offre numeri e prospettiva, ovviamente plumbea.
Quattro metriche per un destino
Trovati scava nelle statistiche aggiornate della Commissione europea, che rielabora attorno a quattro indicatori economici e demografici dell’Eurozona riferiti al periodo 2015-2025: popolazione, produttività, Pil complessivo e pro capite. Andiamo con ordine.

Nel periodo 2015-25 l’Italia ha perso il 2,36 per cento di popolazione residente, pari a 1,8 milioni di persone. Praticamente la somma di Milano e Bologna, osserva Trovati. Peggio di noi solo Grecia, Croazia e Lettonia. Nel frattempo, la popolazione media dell’Eurozona cresceva del 3,1 per cento. Tra i grandi paesi europei, la Spagna segna +6,2 per cento, la Francia +4,1 e la Germania +3,5 per cento.
La seconda dimensione è la produttività del lavoro, inteso non come forma di bieco sfruttamento degli esseri umani e di cottimizzazione – come spesso fraintesa nel dissestato mainstream “culturale” italiano – ma come terminale della produttività del capitale e di quella totale dei fattori, cioè il sistema paese. Ebbene, nel periodo considerato, quella italiana è cresciuta (si fa per dire) dello 0,7 per cento, a fronte di una media dell’Eurozona che segna +3,6 per cento. Peggio di noi ha fatto la Grecia, con un calo dello 0,5 per cento (il dato del Lussemburgo penso possiamo serenamente ignorarlo). Lascio il commento a Trovati, che la dice benissimo:
[…] in Italia un bacino di popolazione che si restringe è impegnato in un ventaglio di attività che mediamente stanno perdendo il treno dell’evoluzione produttiva vissuta dagli altri Paesi sviluppati grazie all’innovazione tecnologica e alla specializzazione nei settori a più alto valore aggiunto.
Per il combinato disposto di queste due dimensioni (inverno demografico e improduttività), e malgrado eventi compensativi come il costante aumento del tasso di occupazione, che in ampia parte deriva dagli effetti della riforma Fornero, il Pil complessivo italiano è cresciuto nel periodo di solo l’11,6 per cento, contro un euro-pollo di Trilussa pari al 17,3 per cento. Peggio di noi hanno fatto Germania e Finlandia; molto meglio ha fatto la Spagna, con un +26,8 per cento.
La Spagna fa meglio
Perché vi parlo della Spagna? Perché la Spagna è interessata da una forte immigrazione e le istituzioni economiche internazionali continuano a raccomandare a Madrid di accrescere la produttività, che comunque nel periodo ha segnato un incremento di 1,7 per cento, quindi più che doppio di quello italiano.
Per riallineare crescita demografica ed economica, guardiamo quindi alla variazione del Pil pro capite. Scopriamo che quello italiano è cresciuto del 14,3 per cento nel periodo, facendo meglio della crescita complessiva del Pil e, soprattutto, di Francia e Germania, le due principali malate del cronicario Europa. Ma il Pil pro capite spagnolo è cresciuto del 19,1 per cento, quindi ha fatto meglio del nostro, malgrado il loro forte aumento di popolazione residente.
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Possiamo dunque inferire che la tesi di quanti credono che la crescita spagnola sia drogata da una demografia “squilibrata”, è una fallacia. Mi verrebbe da usare un’altra e ben più pregante definizione, ma lascio alla vostra fantasia. È bello sapere che sul Sole scrive anche gente come Gianni Trovati e non solo editorialisti dediti a stralunati cherry picking. Il pluralismo delle idee è rispettato. Credo e temo si tratti tuttavia di un pluralismo imparentato con quello che spinge alcuni anchor (al collo) dei nostri teatrini televisivi a dare par condicio al terrapiattismo, forse perché “la realtà (alternativa) è la nostra passione” (quasi citazione).
Come chiudiamo questa deprimente analisi? Sempre con le parole di Trovati, che unisce i puntini che vi sto indicando da tempo. Restiamo sul dato pro capite e parliamo di debito:
[…] oltre che nel Pil, il denominatore si riduce anche nel debito pubblico. Il suo rapporto con il prodotto interno lordo, oggi al 136,2% secondo l’ultimo programma ufficiale di finanza pubblica, non è lontanissimo dal 132,7% di dieci anni fa. Ma nel 2015 ogni italiano aveva mediamente in carico 35.800 euro di debito, mentre oggi la quota pro capite è salita a 52mila euro, il 45,2% in più, a fronte di una crescita nominale del passivo del 41,8 per cento.
Per gli italiani, almeno per quelli che restano, il percorso resta quello di una pesante compensazione di ricchezza privata (inclusi ruderi ereditati) e debito pubblico. Id est, patrimoniale. Repetita iuvant. E no, mi spiace, i bonus bebè non servono a nulla, temo.
(Immagine creata con ChatGPT Sora)