Regno Unito, laureati deprezzati

Dal 2016, i governi britannici hanno fortemente aumentato il salario minimo, con l’obiettivo di raggiungere i due terzi delle retribuzioni mediane. Da allora, l’incremento è stato pari all’82 per cento per la componente salariale in denaro. Una delle ragioni era economica. L’introduzione del salario minimo nel 1998 non aveva causato la temuta disoccupazione, cambiando il giudizio degli economisti sul salario minimo e i suoi effetti sul mercato del lavoro. Sembrava forse scontato dedurre che, dato l’ampio divario iniziale tra salario minimo e retribuzioni medie, gli effetti avversi sull’occupazione sarebbero stati trascurabili. Ma tant’è. Ora il ripensamento degli economisti è in corso.

Il boom del salario minimo

La seconda motivazione per la spinta del salario minimo era legata all’esigenza del governo pro tempore, il cui Cancelliere dello Scacchiere era George Osborne, di tagliare gli esborsi per prestazioni sociali. Ecco quindi lo scambio tra questi tagli e la rincorsa del National Living Wage, con lo spostamento del relativo onere dalla fiscalità generale ai datori di lavoro. Anche ai nostri giorni la stessa Rachel Reeves, prima di capitolare e togliere il tetto dei due figli ai benefici di welfare, lasciava intendere che il salario minimo era una sorta di compensazione a questo tetto e altre limitazioni nelle prestazioni di welfare.

I salari minimi del Regno Unito sono saliti nelle classifiche internazionali rispetto ai guadagni medi dei lavoratori a tempo pieno, secondo l’OCSE. Nel 2015, la Gran Bretagna si trovava al 17° posto tra i 31 paesi monitorati dall’organizzazione, mentre è balzata al settimo posto nel 2024. Solo Nuova Zelanda e Francia la superano tra le nazioni ad alto reddito.

Ci sono evidenze che salari minimi più alti portino con sé un aumento del tasso di infortuni sul lavoro, poiché potrebbero indurre i datori di lavoro a spremere incrementi di produttività (quella “cattiva”) intensificando il ritmo del lavoro. Secondo altre letture, il progressivamente elevato salario minimo del Regno Unito potrebbe essere concausa della forte crescita del fenomeno dei NEET, cioè dei giovani che non studiano, non lavorano, non fanno formazione.

Poiché l’economia e le relative misure di policy sono soggette al concetto di tradeoff, anche il salario minimo porta con sé problemi oltre a opportunità. Soprattutto quando la sua rincorsa finisce per interferire con la contrattazione collettiva, alterandola e ingessandola. In Francia, hanno coniato anche un termine, per descrivere questa interferenza sulla contrattazione collettiva: smicardisation, da Smic, salario minimo interprofessionale di crescita.

Nel 2007, il laureato medio di età compresa tra 21 e 30 anni in Inghilterra guadagnava il doppio rispetto al tipico lavoratore a salario minimo su una settimana lavorativa di 40 ore. Il vantaggio salariale per i laureati oggi sembra meno allettante, nonostante il prestigio del settore universitario del paese, visto che il Regno Unito può vantare quattro delle migliori 10 università al mondo e innumerevoli innovazioni che escono dai suoi laboratori di ricerca.

Premio salariale in ritirata

Di questi dati si trova conferma in un’analisi di Bloomberg, basata su dati governativi. Il premio salariale per i laureati rispetto ai lavoratori salariati minimi in Inghilterra si è notevolmente ridotto rispetto a prima della crisi finanziaria globale. Nel 2024, i giovani laureati guadagnavano £1,43 per ogni sterlina guadagnata da un dipendente con stipendio minimo che lavorava 40 ore a settimana, con quel livello salariale che era aumentato significativamente.

Il divario è ancor più ridotto considerando i guadagni dopo le imposte e prendendo in considerazione i rimborsi degli student loans utilizzati per conseguire una laurea. Includendo i quali, si scopre che i laureati guadagnano solo il 32 per cento in più rispetto ai dipendenti che percepiscono il salario minimo. Ci sono state tendenze simili per tutti i laureati in età lavorativa e per coloro che possiedono diplomi post laurea.

E gli esiti salariali per i laureati nel Regno Unito non sono solo peggiori rispetto all’ultima volta che il Labour è stato al potere, ma si confrontano anche sfavorevolmente con i paesi vicini. Oggi, i laureati britannici ottengono alcuni dei peggiori ritorni finanziari per la loro educazione universitaria nel mondo sviluppato, secondo i dati dell’OCSE pubblicati a settembre.

Dei 32 paesi Ocse, solo la Turchia si è classificata sotto il Regno Unito in termini di ritorno finanziario netto realizzato dalle donne, secondo i dati che si riferiscono al periodo fino al 2022. Per gli uomini, il ritorno per coloro che hanno completato l’istruzione terziaria rispetto a coloro che hanno solo un diploma di scuola superiore colloca il Regno Unito al venticinquesimo posto, tenendo conto degli aumenti salariali a lungo termine rispetto ai costi associati al percorso universitario.

Al momento, ai laureati resta la consolazione di tassi di occupazione migliori rispetto a chi non ha una laurea, di circa venti punti percentuali. Ma tale media va ulteriormente analizzata per tipologia di laurea e istituzione accademica frequentata. E lì i risultati divergono sensibilmente.

Nel frattempo, a conferma della svalutazione subita dalla laurea, lo stipendio dei laureati non è aumentato con l’aumento dei costi della vita per lavoratori single. L’affitto è più che raddoppiato dal 2008. Anche i costi per cibo, abbigliamento e acqua hanno registrato notevoli aumenti nel periodo. La pressione sui neolaureati nel Regno Unito riflette gli aumenti aggressivi del salario minimo nel paese e il crescente numero di persone che frequentano l’università, ma anche un malessere economico che ha causato una stagnazione generalizzata dei salari.

La forbice retributiva si sta dunque chiudendo, a tutto svantaggio dei laureati. Sebbene lo stipendio annuale di un britannico che guadagna il salario minimo lavorando 40 ore alla settimana sia aumentato del 107 per cento in termini monetari dal 2007, per i laureati di età compresa tra 21 e 30 anni è aumentato di meno del 50 per cento. Un numero molto maggiore di laureati che competono per lavori altamente qualificati potrebbe anche deprimere i salari: un’analisi di un consulente senior di McKinsey suggerisce che il 40 per cento dei neolaureati occupa posti di lavoro che normalmente non richiedono una laurea.

Un problema non solo britannico

In sintesi: in Regno Unito i neolaureati stanno subendo una drastica svalutazione del loro investimento in capitale umano. Non a caso, il premier Keir Starmer ha modificato lo storico obiettivo di Tony Blair, che puntava a far frequentare l’università al 50 per cento dei giovani britannici. Ora il nuovo obiettivo è quello di avere i due terzi dei giovani all’università o in scuole di formazione professionale.

Il salario minimo è stato percepito dalla politica come una sorta di variabile indipendente sin quando è rimasto sufficientemente basso rispetto alle retribuzioni, oltre che come un mezzo per ridurre la pressione sulla spesa pubblica per welfare. Ma le aziende non producono ricchezza per decreto. Da ultimo, si è prodotto lo squilibrio tra domanda e offerta di laureati, che ha contribuito al deprezzamento di quella forma di istruzione terziaria.

Il destino dei neolaureati, non solo britannici, appare poi minacciato dall’avvento dell’intelligenza artificiale, che li spiazza dalle mansioni entry level. Ma se i giovani laureati non riescono a superare questo inserimento, non riusciranno a salire la scala delle competenze manageriali. Non si nasce middle managertop manager, a meno di essere figli di imprenditori. Ma quello è altro discorso, come noto, che spesso esprime il singolare concetto di meritocrazia su base genetica.

Nota metodologica a pie’ di pagina, per i meno analitici tra i miei lettori: evitate di levare il ditino dicendo “In Italia non c’è salario minimo, eppure la condizione dei neolaureati resta pessima!” Il mondo non si legge né si regge con modelli univariati, sfortunatamente per le menti semplici.

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