di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dopo dieci anni, la Bank of England è tornata ad alzare i tassi d’interesse, portandoli a 0,5 per cento. Le condizioni dell’economia britannica sono di elevata e crescente incertezza, a causa del processo di Brexit, e la crescita ha subito un rallentamento a 1,7% annuale.

A quasi un anno e mezzo dal referendum, e ad altrettanto dal termine di uscita dalla Ue ex articolo 50 del Trattato di Lisbona, il Regno Unito prosegue a trascinarsi da un proclama all’altro, senza riuscire a schiodare il negoziato con l’Unione. Dopo innumerevoli proclami, minacce, blandizie, teoremi, castelli in aria, ipotesi di proroghe, bizantinismi, guerriglia parlamentare, accessi di tosse incoercibile, fondali che si sbriciolano, “Brexit means Brexit” e così spero di voi, siamo di fatto fermi al punto di partenza.

Facile sedurre la classe media che ha visto crollare il welfare, ma quali sarebbero gli effetti delle sue ricette?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Tra gli spasmi politici e le incertezze legate al percorso della Brexit, il partito Conservatore britannico si trova a combattere una minaccia esistenziale: la diserzione del voto giovanile e di ampi strati della classe media lavoratrice, sempre più affascinati dal partito Laburista di Jeremy Corbyn e dai suoi messaggi di “protezione”.

Lunedì scorso il servizio statistico britannico (ONS) ha comunicato le revisioni ai dati del commercio estero britannico. Che non sarebbe materia tale da eccitare le folle, soprattutto fuori dal Regno Unito. Ma queste revisioni contengono un paio di dati molto interessanti, in chiave Brexit, cioè del disperato tentativo di Londra di evitare di finire sugli scogli tra meno di due anni, per dare seguito alla truffa del referendum che ha messo il leggendario popolo sovrano in condizione di infliggersi un danno che resterà nella storia.

Ieri Theresa May ha “festeggiato” il primo compleanno del suo governo. Da festeggiare c’è assai poco, ovviamente, visto che sono stati dodici mesi buttati tra proclami senza senso del tipo “Brexit means Brexit”, una scoppola elettorale di proporzioni epiche, un partito sempre più lacerato, un’economia in evidente rallentamento rispetto alla robusta espansione in atto in Eurozona. Ma il bello deve ancora venire.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

C’è un dato, sin qui piuttosto ignorato, che rende la catastrofica sconfitta elettorale di Theresa May ancora più beffarda: i Conservatori hanno ottenuto il 42,4% del voto popolare, miglior risultato dal 1983. La vera sorpresa è stato quindi il vero e proprio exploit dei laburisti di Jeremy Corbyn, mentre gli altri partiti sono stati pressoché prosciugati, come indica la disfatta dei Liberaldemocratici di Nick Clegg, europeisti dichiarati, ma anche della loro antitesi, i nazionalisti dello Ukip.

Ieri è uscito il dato di inflazione al consumo del Regno Unito, che a maggio si è portata al 2,9% tendenziale, dal 2,7% di aprile. L’inflazione core, cioè al netto di alimentari ed energia, schizza a sua volta in avanti di due decimi di punto percentuale, a 2,6%. Sono numeri che potrebbero indicare una ripresa vigorosa, se non fosse che la medesima è invece in via di indebolimento, avendo segnato nel primo trimestre +0,2% trimestrale. Il deprezzamento della sterlina, successivo allo shock del referendum sulla Brexit, si sta trasferendo in aumento dei prezzi al consumo attraverso il canale delle importazioni.