L’ultima della infinita e rumorosa serie di fattoidi e micro-eventi che tuttavia spingono verso la palude la Brexit è la richiesta del governo britannico alla Ue di negoziare sull’esatto periodo di transizione, cioè sulla data di effettiva uscita dal quadro normativo comunitario, verso un nuovo rapporto con l’Unione. Alla fine, quello che ne uscirà sarà una memorabile collezione di errori strategici di Londra, di quelli che si insegneranno nelle università nei decenni a venire.

Oggi il Financial Times riporta che l’Unione europea starebbe valutando sanzioni durissime contro il Regno Unito se quest’ultimo, dopo la definitiva uscita dalla Ue e la firma di un trattato di libero scambio con i 27, tentasse un approccio di radicale concorrenza fiscale e regolatoria per attrarre investimenti esteri. Le misure previste potrebbero arrivare ad includere il Regno Unito nella black list dei paesi fiscalmente non cooperativi, cioè dei paradisi fiscali.

Negli ultimi mesi è uscita dai radar, ma la Brexit pare prosegua verso il primo traguardo, la cosiddetta uscita del marzo 2019. Come sappiamo da tempo, quello sarà un non-evento, perché nei prossimi mesi verrà negoziato, tra Londra e la Ue, un periodo di transizione di circa due anni. Non si poteva chiamare, per pudore, proroga dell’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, e quindi si è deciso di dargli il nome di fase di transizione, vista da Bruxelles, o di “implementazione” (di cosa, non è chiaro) vista da Londra. L’unica certezza è che il processo è un fantasma privo di contenuto, e tale resterà ancora a lungo.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dopo dieci anni, la Bank of England è tornata ad alzare i tassi d’interesse, portandoli a 0,5 per cento. Le condizioni dell’economia britannica sono di elevata e crescente incertezza, a causa del processo di Brexit, e la crescita ha subito un rallentamento a 1,7% annuale.

A quasi un anno e mezzo dal referendum, e ad altrettanto dal termine di uscita dalla Ue ex articolo 50 del Trattato di Lisbona, il Regno Unito prosegue a trascinarsi da un proclama all’altro, senza riuscire a schiodare il negoziato con l’Unione. Dopo innumerevoli proclami, minacce, blandizie, teoremi, castelli in aria, ipotesi di proroghe, bizantinismi, guerriglia parlamentare, accessi di tosse incoercibile, fondali che si sbriciolano, “Brexit means Brexit” e così spero di voi, siamo di fatto fermi al punto di partenza.

Facile sedurre la classe media che ha visto crollare il welfare, ma quali sarebbero gli effetti delle sue ricette?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Tra gli spasmi politici e le incertezze legate al percorso della Brexit, il partito Conservatore britannico si trova a combattere una minaccia esistenziale: la diserzione del voto giovanile e di ampi strati della classe media lavoratrice, sempre più affascinati dal partito Laburista di Jeremy Corbyn e dai suoi messaggi di “protezione”.

Lunedì scorso il servizio statistico britannico (ONS) ha comunicato le revisioni ai dati del commercio estero britannico. Che non sarebbe materia tale da eccitare le folle, soprattutto fuori dal Regno Unito. Ma queste revisioni contengono un paio di dati molto interessanti, in chiave Brexit, cioè del disperato tentativo di Londra di evitare di finire sugli scogli tra meno di due anni, per dare seguito alla truffa del referendum che ha messo il leggendario popolo sovrano in condizione di infliggersi un danno che resterà nella storia.