Il candidato principale alla leadership del partito Conservatore britannico, Boris Johnson, pare voler proseguire nella strada di lanciare proclami senza senso ed attendere di essere sconfessato dalla realtà. Dopo la fiaba dei 350 milioni di sterline a settimana da “riportare a casa” da Bruxelles, ora il front runner dei Tories, in attesa che i 160 mila iscritti al partito lo incoronino leader e di conseguenza primo ministro, si diletta con proclami di uscita “no-deal” che produrrebbero il migliore dei mondi possibili, per i britannici. Che noia, che barba.

Oggi l’Office for National Statistics britannico (ONS) ha pubblicato alcuni dati molto interessanti, riferiti ai conti nazionali del quarto trimestre 2018. Da essi si evince che le famiglie britanniche continuano ad indebitarsi su base sostenuta, ormai ininterrottamente dal referendum sulla Brexit (ricordate? Pare passata un’era geologica, eppure sono solo tre anni o poco meno). Fiducia nel luminoso futuro o inconsapevolezza dei rischi?

Difficile dire se Theresa May sopravviverà, di sicuro sono ormai tramontati slogan e illusioni sul divorzio

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La rivolta contro la bozza di accordo sull’uscita del Regno Unito dalla Ue ed il relativo regime transitorio è solo l’ultimo effetto di un problema ad oggi intrattabile.

Dopo Airbus, anche BMW dà un avvertimento a Theresa May per l’incertezza sul futuro regime tariffario

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre il processo che dovrà condurre alla Brexit è sempre più avvolto dalle nebbie, al punto che la Commissione Ue invita a considerare l’eventualità di un vero e proprio crash, cioè di una fuoriuscita traumatica del Regno Unito dall’Unione, cresce il numero di grandi imprese multinazionali che segnalano in modo molto vocale a governo e opinione pubblica britannici il rischio di dover delocalizzare.

Mentre noi italiani siamo impegnati più del solito a guardarci l’ombelico, scrutando l’orizzonte addominale per scorgere la nascita del governo giallo-verde, la Realtà si tiene in esercizio mettendo sabbia negli ingranaggi di ardite costruzioni che plasticamente dovrebbero riprodurre la Volontà Popolare. Ad esempio, nel Regno Unito.

Ieri il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha dichiarato il proprio sostegno ad una unione doganale tra Regno Unito e Unione europea, da conseguire dopo la Brexit. Un tentativo di imbarcare i Conservatori che vogliono una Soft Brexit, mettendo in gravi difficoltà il governo di Theresa May (contrario all’unione doganale), anche a costo di mettere a rischio l’elettorato laburista che vuole una Hard Brexit, ma proposta così ricca di contraddizioni e difficoltà operative da essere assai difficilmente perseguibile. E ad alto rischio di risolversi nello scenario che i Brexiter più temono: quello di diventare uno stato vassallo della Ue. Oppure, nell’ultima versione, uno “stato convitto”, prigioniero di Bruxelles.

L’ultima della infinita e rumorosa serie di fattoidi e micro-eventi che tuttavia spingono verso la palude la Brexit è la richiesta del governo britannico alla Ue di negoziare sull’esatto periodo di transizione, cioè sulla data di effettiva uscita dal quadro normativo comunitario, verso un nuovo rapporto con l’Unione. Alla fine, quello che ne uscirà sarà una memorabile collezione di errori strategici di Londra, di quelli che si insegneranno nelle università nei decenni a venire.