Da qualche tempo ci sentiamo ripetere che uno dei maggiori problemi italiani, assieme alla elevata quota di liquidità sui conti correnti degli italiani, è la scarsa propensione patriottica dei nostri investitori istituzionali, che assegnano all’Italia un peso infimo nei propri portafogli di investimento. Pare che ogni regola abbia le sue eccezioni, e pure clamorose.
Da un articolo del Sole 24 Ore di sabato 13 dicembre apprendiamo infatti che ci sono almeno due casse professionali che manifestano un poderoso home bias, nel senso che investono in azioni e obbligazioni italiane ben più del peso che il nostro paese ha negli indici globali.
Medici, avvocati e previdenza patriottica
Nello specifico, Enpam, la cassa di medici e odontoiatri, che dispone di un patrimonio di 29,5 miliardi di euro, secondo dati Covip (la commissione di vigilanza sui fondi pensione) ha investito in titoli di stato e obbligazioni corporate 11,663 miliardi di cui 3,642 in titoli italiani, pari al 31,2 per cento. Ancor maggiore home bias si riscontra nella componente azionaria del portafoglio: su un totale di circa 8,2 miliardi ben 3,3 sono investiti in azioni italiane. Cioè circa il 40 per cento.
È appena il caso di segnalare che l’Italia, nell’indice azionario globale dei paesi sviluppati, dominato dagli USA con circa il 70 per cento, non è neppure nei primi dieci paesi. Al decimo posto c’è l’Irlanda, con un peso di circa l’1 per cento. Quindi sì, chiamiamolo home bias senza problemi.
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Discorso analogo per la Cassa Forense: l’articolo del Sole ci informa che loro, nel 2024, hanno investito “dal 46 al 52 per cento sul mercato italiano”. Quindi, fermo restando che occorrerebbe guardare i titoli effettivi per farsi un’idea più strutturata (ad esempio se sono solo blue chips o anche azioni a media e bassa capitalizzazione, e di quali obbligazioni parliamo), mi pare si possa dire che almeno queste due casse non sono renitenti al patrio richiamo.
Ma c’è stata convenienza, in questo patrio investimento? Anche qui, occorrerebbe guardare in dettaglio ma nell’articolo c’è un commento piuttosto interessante del responsabile investimenti di Enpam, grassetti miei:
Sin dal 2017 abbiamo un bias domestico molto forte sull’Italia, in particolare sulle asset class più collegate alla crescita dell’economia italiana, cioè il mercato azionario quotato prima di tutto, posizione che è stata assunta consapevolmente sulla base di uno studio di medio/lungo periodo che vedeva l’opportunità di un netto recupero dell’economia italiana rispetto ai competitor europei. E gli investimenti in Italia, che esprimono circa il 40 per cento del nostro comparto azionario complessivo, attraversano tutti i settori strategici rilevanti dell’economia, in particolare quello finanziario e bancario che ha da sempre rappresentato il fulcro della nostra economia bancocentrica.
Molto interessante, davvero. Personalmente, dal 2017 ad oggi non ho visto tutta questa “crescita dell’economia italiana”, ma forse ero distratto a seguire i mercati. Di certo le banche italiane hanno esibito una turbo performance negli ultimi anni, grazie ai tassi a zero e alle maxi garanzie statali sui prestiti. Ma anche in conseguenza dell’ondata di fusioni e acquisizioni, che hanno movimentato la ex foresta pietrificata. Anche qui, servirebbe guardare il portafoglio delle Casse in dettaglio ma, volendo fare una valutazione molto quick and dirty, o da tovagliolo del ristorante (come dicono gli anglosassoni), prendiamo l’indice FTSE-MIB e il MSCI World dei paesi sviluppati.
Cosa dicono i numeri
Scopriamo che, a cinque anni, il primo ha portato a casa quasi il 150 per cento, e il secondo “solo” il 90 per cento. Notevole, non trovate? A dieci anni, i due sono pressoché appaiati, a +180 per cento circa. Se invece prendiamo l’indice delle banche italiane, usando ad esempio l’Etf su indice FTSE-MIB Banks capped 15%, che quindi mette un tetto del 15 per cento all’esposizione sul singolo nome, scopriamo che negli ultimi cinque anni ha fatto circa il 480 per cento di guadagno. Vertigini.
Guardate qui: sono i corrispondenti Etf, quindi fanno lievemente peggio dei rispettivi indici ma rendono perfettamente l’idea e i distacchi. E ovviamente non sono suggerimenti di investimento ma solo osservazioni del passato, che non garantisce di accadere nuovamente in futuro:

Ma non è tutto: tra le blue chips italiane, se qualcuno avesse comprato e tenuto l’azione Enel negli ultimi dieci anni, reinvestendo i dividendi, avrebbe fatto un bel +260 per cento. Chi avesse tenuto nello stesso periodo l’altra utility nazionale, Terna, avrebbe portato a casa quasi il 200 per cento. Possiamo parlare di oneri di rete e tariffari, certamente, ma per un investitore conta la bottom line della performance, come si dice. E il Leone di Trieste, al secolo Generali? Alla grande: +230 per cento a dieci anni, performance fatta quasi tutta nell’ultimo quinquennio.
Quindi sì, l’Italia ha fatto numeri incredibili nell’investimento azionario, soprattutto ma non esclusivamente con il comparto bancario. Se qualche fondo pensione o cassa previdenziale avesse avuto un Etf sull’indice generale dei titoli italiani a maggior capitalizzazione o sul comparto bancario domestico, avrebbe fatto numeri da leggenda. Ma questo è il senno di poi, e di esso son piene le fosse dei dossier titoli. Questo ragionamento mi porta sempre a riflettere che se la Fondazione MPS, nella sua vita precedente, avesse avuto in portafoglio un Etf del MSCI World anziché la banca conferitaria, ora sarebbe una piccola Dubai. E con essa il suo territorio.
Grand’Italia e rischi non piccoli
Complimenti alle due casse tricolori e ai loro iscritti, quindi, anche se le prime avessero fatto solo un po’ peggio dell’indice generale italiano. Ma resta il punto: qui il concetto di diversificazione internazionale è stato accantonato. Un bene? Un male? Non un bene, a mio giudizio. Molti risparmiatori, trovandosi per caso a fare grandi numeri su singole maxi scommesse, vedono il loro ego lievitare. Nel caso degli investitori istituzionali, come avete letto, ci sono dietro approfonditi studi e ricerche, che mettono dalla parte della ragione quando le performance sono positive. E viceversa. Il marketing li chiama fondi high conviction perché concentrati. Di solito ne sto molto lontano, perché so che l’essere umano tende a “convincersi” un po’ troppo, nella sua esistenza. Aurea mediocritas? Forse.
Come che sia, non esiste quindi motivo per prendersela con questi investitori per il loro scarso patriottismo. Certo, qualcuno dirà che fare soldi con le banche non nutre necessariamente il tessuto delle piccole e medie imprese, e non avrebbe tutti i torti. Che quindi bisogna aggiungere a questo portafoglio ben più di un pizzichin di private equity e private debt tricolore. Al netto dell’illiquidità di questi investimenti, vista la situazione di partenza occorrerà forse essere cauti nell’eventuale aumento della scommessa complessiva sul sistema paese.
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Soprattutto, gli iscritti possono e devono sperare che, se accadesse qualcosa di avverso all’economia nazionale, questi investitori istituzionali saranno altrettanto abili a produrre studi di medio/lungo termine e ad anticipare la riduzione di peso dell’investimento tricolore. Cioè a non mettere tutte o quasi tutte le uova nello stesso paniere. E se non volessero o potessero farlo? Ecco, questa è l’unica domanda su cui riflettere. Soprattutto dopo aver letto editoriali in cui si sostiene che, dopo il tramonto dell’ipotesi di aggregazione tra Generali e Natixis, “il risparmio degli italiani è al sicuro”. Forse è proprio ora, con queste affermazioni, che i risparmiatori italiani dovrebbero iniziare a preoccuparsi.
Ricordate la demenziale prescrizione del Golden Power governativo contro la “banca straniera” Unicredit, col vincolo di non dismettere per almeno cinque anni la posizione in titoli di stato nazionali detenuta dall’asset manager Anima? Anch’io.
Aggiornamento del 18 dicembre: il Rapporto AdEPP (casse previdenziali ordinistiche) indica che:
Nel 2024 il 38% degli investimenti delle Casse è localizzato in Italia, una percentuale che sale al 45% includendo liquidità e polizze assicurative.
Gli enti di previdenza privati italiani sostengono in maniera importante l’economia reale del Paese investendo soprattutto nelle società quotate e acquistando debito pubblico. Nel dettaglio, sono italiane l’84% delle azioni detenute dalle Casse, il 75% dei titoli di Stato e il 59% degli altri fondi di investimento.
Sono, inoltre, totalmente nel Paese gli investimenti in immobili ancora di proprietà diretta delle Casse.
Una quota decisamente elevata. Eccessiva, per quanto mi riguarda. Ma non ci era stato detto che erano disfattisti esterofili?
(Immagine creata con Gemini 3 Pro)



