La cupola degli autocrati e la Grande Spartizione

La scena sconcertante e raggelante della sala ovale della Casa Bianca, dove Donald Trump e il suo vice JD Vance hanno umiliato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha scatenato una corsa alle interpretazioni e al retroscenismo, con l’abituale spruzzata di cospirazionismo. “Una scena premeditata, l’intenzione era quella di sbarazzarsi di Zelensky”, “Non è così, l’ambiente era il più solenne possibile, Zelensky doveva firmare l’accordo sulle risorse strategiche e poi discutere in privato eventuali riserve e richieste, perché gli era stato detto che se andava a Washington era per firmare e basta”. Queste sono le due chiavi prevalenti di lettura della vicenda.

L’insistenza di Zelensky sull’ottenimento di garanzie di sicurezza è del tutto comprensibile e condivisibile, e fa male al cuore vedere la fragilità della posizione negoziale ucraina davanti al cambio di scenario prodotto dalla posizione della Casa Bianca. Ma questa è la realtà, oggi. Proviamo quindi a farci alcune domande e tentare altrettante risposte, sapendo che si tratta di un esercizio che rischia di essere futile per l’imprevedibilità di Trump. Ma sapendo anche che Trump può essere ubriacante e irritante nella tattica, ma la sua strategia appare piuttosto chiara.

La strategia è la creazione di zone di influenza globale, spartite tra USA, Russia e Cina. Al contempo Trump, come ribadito dal Segretario di Stato Marco Rubio, punta a sganciare la Russia dalla Cina, per indebolire quest’ultima. L’Europa e la sua paralisi stanno esattamente nel mezzo, e l’Ucraina è moneta di scambio coi russi.

Ma quali terre rare

Sull’accordo sulle cosiddette terre rare c’è stata molta confusione, a livello di stampa e governi. Come recita l’accordo-quadro che doveva essere firmato alla Casa Bianca, non si tratta solo di quello ma di sviluppo greenfield (cioè ex novo) delle risorse naturali ucraine con relative infrastrutture. Quindi anche petrolio, gas, porti e logistica, non solo minerali. Né si deve scordare che è stato Zelensky a presentare a Trump, settimane addietro, la proposta “minerali contro protezione militare”. Leggiamo quindi il punto 5:

The Fund’s investment process will be designed so as to invest in projects in Ukraine and attract investments to increase the development, processing and monetization of all public and private Ukrainian assets including, but not limited to, deposits of minerals, hydrocarbons, oil, natural gas, and other extractable materials, infrastructure, ports, and state-owned enterprises as may be further described in the Fund Agreement. 

Ma Trump, che ha ovviamente la mano forte di carte, per usare la sua brutale espressione, su garanzie di protezione militare non ci sente, trincerandosi dietro la motivazione che la presenza sul suolo ucraino di aziende statunitensi impegnate nella ricostruzione è per sé garanzia piena di sicurezza. Purtroppo, questa è una posizione molto cinica.

Perché è scontato ipotizzare che, dopo il cessate il fuoco, ottenuto dietro le abituali false promesse di Putin, gli americani e non solo loro spingeranno per elezioni in Ucraina, e per sbarazzarsi di Zelensky, verso il quale Trump ha un conto in sospeso che risale al suo primo mandato, quando il presidente ucraino respinse la richiesta di Trump di gettare fango sulla campagna elettorale di Joe Biden colpendo gli interessi di suo figlio Hunter nel paese est europeo. Da quella famosa telefonata tra i due si è poi originato l’impeachment di Trump, finito su binario morto (qui tutta la vicenda).

Con nuove elezioni, Putin potrà tornare a perseguire l’assoggettamento ucraino a mezzo di un presidente malleabile verso Mosca. Lo farà con le tecniche di condizionamento mediatico e social che utilizza anche nel resto d’Europa e che hanno sin qui mostrato un elevato rendimento rispetto al “capitale investito”. Anche se, per onestà intellettuale, occorre dire che il terreno è già fertilizzato dalla crisi economica ed esistenziale europea.

Con un governo a Kyiv tornato non ostile a Mosca, l’obiettivo di mantenere l’Ucraina in orbita russa è raggiunto senza sparare un colpo, e di certo a Putin non verrebbe mai in mente di cacciare i contractor americani in Ucraina, perché dovrebbe onorare il suo debito di riconoscenza verso Trump, almeno sin quando Trump resterà alla Casa Bianca. Se poi a Trump dovesse succedere JD Vance, per Putin il problema continuerà a non porsi.

Per capire perché la Russia non rinuncerà mai all’Ucraina, basta guardare una cartina geografica. Una rilevanza ancor maggiore rispetto a quella della Bielorussia, che Putin non ha sinora annesso perché il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko è sufficientemente affidabile per Mosca. Nel momento in cui dovesse cessare di esserlo, o morire, e la piazza dovesse sollevarsi, assisteremmo all’invasione russa. Fa male dirlo ma questo è lo scenario più probabile.

Ucraina normalizzata, Europa affossata

Ma quindi, se le cose stanno in questi termini, cosa potrà mai fare l’Europa per l’Ucraina? Trump ha fatto capire che gli europei devono difendere Kyiv, in caso comprando armi americane, per supremo sfregio. Keir Starmer ed Emmanuel Macron si sono detti pronti a mandare truppe di interposizione europea in Ucraina dopo il cessate il fuoco, ma chiedono almeno la copertura aerea americana. Che, date le premesse, dubito fortemente ci sarà.

Anche invocare, come fanno ad esempio gli italiani, la logora retorica della “missione Onu”, quando l’Onu è morta, e non da oggi, è semplicemente ridicolo. Truppe europee di una “coalizione di volenterosi” su suolo ucraino per garantire il cessate il fuoco, senza copertura americana sarebbero il più fragile dei vasi di coccio. O meglio, questo scenario neppure si realizzerebbe.

E che dire di un fast track per l’ingresso dell’Ucraina in Ue? Se quest’ultima riuscisse a dotarsi di un dispositivo militare proprio, non potrebbe essere la quadratura del cerchio? Un enorme e, temo, fantascientifico “se”. Intanto, un’Ucraina nella Ue presenta enormi difficoltà per il peso che Kyiv avrebbe sul bilancio comune, soprattutto sull’agricoltura. Abbiamo già visto le prove generali di rigetto anche da parte di paesi, come la Polonia, che pure sono incrollabili alleati di Kyiv.

Ma ammettiamo pure che l’Ucraina entri in Ue. Ciò potrebbe anche fare il gioco di Putin, che è lo stesso di Trump: divide et impera, disgrega la Ue. Costretta a sostenere un paese enorme, che ha bisogno di tutto e che ha un peso agricolo dirompente. Sarebbe perfetto per gli obiettivi russi e americani.

Chi è arrivato a leggere sin qui avrà avuto l’impressione che Putin sia praticamente onnipotente, soprattutto dopo il sostegno di Trump. Sì e no. La Russia resta una imprescindibile potenza planetaria per le materie prime, oltre che la prima potenza nucleare del pianeta ma è anche un paese indebolito da una demografia maligna e dalla spinta cinese sul suo fianco orientale, anche se la stessa Cina sul piano demografico non è messa meglio ma certamente lo è su quello della produttività economica, che è ciò che conta.

La maledizione della difesa europea

Come ho detto, le esigenze di sicurezza russe possono essere perseguite con campagne di intossicazione informativa dell’Europa, che troverebbero terreno fertile nella crisi economica. Questo scenario, per quanto disperante, non può né deve distogliere l’Europa (non la sola Ue) dall’obiettivo strategico di darsi una difesa. Perché oggi la NATO è morta, perché il free riding europeo sulle garanzie americane di sicurezza (che non erano filantropia ma strategia, cioè tornaconto) non ha più motivo di esistere.

Eppure, anche così, l’Europa avrà un danno: spendere di più per la difesa vuol dire spendere meno per altro, ad esempio il welfare. Le opinioni pubbliche europee, già percorse da un crescente malessere, diverranno sempre più vocali e condizionabili da tribuni che denunceranno l’impoverimento causato dalla spesa militare “quando è evidente che la Russia non è nostro nemico”. Alla fine, le forze politiche che si richiamano a questo precetto potranno arrivare nella stanza dei bottoni e indebolire o disattivare il dispositivo difensivo comune faticosamente creato.

Tutto quello che accadrà nelle prossime settimane sarà messo da Trump al servizio del tentativo di sganciare Mosca da Pechino. Non è detto che vi riesca, ma quello che ci attende è un possibile oligopolio più o meno collusivo tra le tre potenze di cui una, la Russia, lo è (ancora) a dispetto delle sue crescenti fragilità. L’Europa (non la Ue, lo ripeto) deve sbrigarsi a diventare potenza assertiva, ma la prognosi resta sfavorevole: troppi giocatori che possono essere divisi, troppe funzioni di utilità individuali, cioè “troppi” interessi nazionali, che sono quello che spinge un paese a credere di poter migliorare la propria condizione liberandosi da vincoli di alleanze.

Nel frattempo, per deprimerci oltre, proviamo a pensare a cosa accadrà quando, dopo la “pace” in Ucraina e la rimozione delle sanzioni americane, un numero crescente di governi europei vorranno tornare a comprare il gas russo, solo per sentirsi dire da Trump che l’unico gas che devono comprare è quello americano.

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