Golden Power: chiusa la stalla, restano i somari

Ricordate la surreale vicenda in cui il governo italiano si è messo di traverso al tentativo di Unicredit di acquisire BancoBPM a mezzo di offerta pubblica di scambio (Ops), e lo ha fatto invocando addirittura il Golden Power, manco fosse questione di sicurezza nazionale o minaccia all’ordine dello Stato? Ecco, quella.

Il governo Meloni, stizzito dall’iniziativa di Unicredit, che rischiava di mandare a monte (questa è per intenditori, gli anglosassoni direbbero pun intended) il progetto di creazione del mitologico terzo polo bancario nazionale -espressione che sin qui ha sempre portato una discreta sfiga, come l’invocazione del terzo polo politico- si inventa che Unicredit è “una banca straniera”, come disse il segretario del partito da cui proviene il ministro dell’Economia e delle Finanze.

Fermare gli “stranieri” di Unicredit

Senza por tempo in mezzo, il governo emana delle “prescrizioni” vincolanti a carico di Unicredit, per autorizzare l’operazione. Tra cui l’obbligo di mantenere sede legale e centro operativo della banca in Italia, il mantenimento per alcuni anni del rapporto impieghi/depositi, non ridurre il project finance e cessare le attività in Russia, forse temendo un reverse takeover moscovita di Unicredit, che avrebbe portato i cavalli di Putin ad abbeverarsi in piazza Gae Aulenti.

Particolarmente “sfizioso” l’obbligo per Unicredit di mantenere per almeno un quinquennio lo stock di titoli di stato in pancia all’asset manager Anima, controllato da BancoBPM. Una prescrizione da vera repubblica delle banane, che dovrebbe far drizzare i capelli o, in assenza, qualche antennina in testa ai risparmiatori italiani, non solo ai clienti di Anima.

Unicredit ha reagito con ricorso al Tar del Lazio a luglio, ottenenendo l’annullamento parziale di alcune prescrizioni. Ma nello stesso mese, la banca guidata da Andrea Orcel ha annunciato di abbandonare il progetto di acquisizione di BancoBPM. A novembre Unicredit ha fatto ricorso al Consiglio di Stato per eliminare anche le prescrizioni residue, giudicate un “precedente pericoloso” che limiterebbe la sua operatività futura.

Nel frattempo, però, si è mossa anche la Commissione Ue, che a novembre ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia. Bruxelles contesta l’uso del Golden Power in operazioni intracomunitarie tra banche solide, ritenendo che ciò rappresenti una violazione della libera circolazione dei capitali, oltre che un aggiramento dei poteri della vigilanza bancaria europea.

Ieri è arrivato l’epilogo: con un emendamento al decreto Transizione 5.0 all’esame del Senato, si prevede che, in caso di operazione che modifichi la titolarità o il controllo di un’impresa strategica a favore di un soggetto esterno all’Unione europea o dell’acquisto da parte di un soggetto extra-europeo e, “nei settori delle comunicazioni, dell’energia, dei trasporti, della salute, agroalimentare e finanziario, ivi incluso quello creditizio e assicurativo”, anche rispetto agli acquisti, a qualsiasi titolo, di partecipazioni da parte di soggetti appartenenti all’Unione europea, “ivi compresi quelli residenti in Italia, di rilevanza tale da determinare l’insediamento stabile dell’acquirente in ragione dell’assunzione del controllo della società la cui partecipazione è oggetto dell’acquisto”, i poteri speciali “non potranno essere esercitati anteriormente al completamento dei procedimenti pendenti dinanzi alle Autorità europee” competenti sugli aspetti di carattere prudenziale e concorrenziale, ovvero Bce e Commissione.

Tradotto, perché il paragrafo è piuttosto pesante: prima verrà la valutazione delle autorità europee, Bce e Commissione, e solo dopo l’eventuale azione nazionale. Ora, poiché appare piuttosto improbabile che gli organismi europei avrebbero bocciato l’operazione Unicredit-BancoBPM, pensare che il governo di Roma potesse successivamente mettersi di traverso rappresenta una forma di viaggio in una realtà alternativa.

Golden Power, e sai cosa bevi

Ma tanto, l’operazione di Unicredit è saltata e per il futuro si vedrà. Il governo Meloni, impegnato attivamente come giocatore nella partita del riassetto del credito in Italia, ha “fatto il pazzo”, con prescrizioni demenziali al solo scopo di far saltare quella operazione. Al futuro ci penseremo. In effetti, questo esecutivo è nato con la fissa del Golden Power: il ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, lo invoca anche nel trattamento di forfora e disfunzione erettile. Vede minacce alla sicurezza nazionale anche nei frigoriferi e nelle lavatrici, fosse per lui lo prescriverebbe prima e dopo i pasti. Una specie di prodotto tipico del Made in Italy.

Visto il successo di quel canovaccio, il governo lo ha usato per giocare la propria partita nel credito. Ora la stalla si è chiusa, per iniziativa Ue. BancoBPM forse si sposerà con la filiale italiana di Crédit Agricole, che non è una banca straniera perché aveva dei nonni di Ventimiglia, ho saputo. Non si aggregherà più con MPS, che nel frattempo si è scoperta improbabile predatore, grazie alla sapienza manageriale del suo amministratore delegato.

Che anni addietro, novello Martin Luther King, fece un sogno: quello di comprare Mediobanca. I sogni son desideri e a volte si avverano. Ora inizia il viaggio verso Trieste, e non sarà una scampagnata. Anzi, forse proprio in quella circostanza Unicredit tornerà protagonista, magari con la banca di sistema, per gli amici Intesa Sanpaolo, per “mettere in sicurezza” i risparmi degli italiani. Preoccupatevi pure. Anche e soprattutto se nel frattempo Mediobanca dovesse svuotarsi di private banker. Dai che ci arrivate.

Resta una incredibile sceneggiata, calpestando il senso comune e la concorrenza, nell’era del ritrovato stato imprenditore, direttore d’orchestra e anche un po’ maneggione. Ma il giochino del Golden Power forse ce lo siamo lasciato alle spalle. La Ue ha chiuso la stalla: dentro sono rimasti i soliti fantasiosi somari.

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