La piena di Trump e il giunco europeo

Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, il mondo si interroga su come sia preferibile gestirlo. A muso duro oppure assecondarlo in modalità calati juncu ca passa la china? E soprattutto, chi ha i mezzi e il leverage per affrontarlo a brutto muso senza fracassarsi i denti? Il Trump 2 è cosa del tutto differente dal Trump 1. Nel primo mandato, The Donald si era circondato di simpatizzanti dotati di un modicum di senso delle istituzioni ma non di sicofanti. A questo giro, invece, la compagnia è virata rapidamente su fedeli esecutori: un casting da tv show oppure personaggi senzienti ma con minori remore rispetto al “protocollo” istituzionale, indipendenza della Fed inclusa.

Groenlandia o muerte (della NATO)

Il caso della Groenlandia è particolarmente spinoso. Trump si è messo in testa che vuole assolutamente l’isola, senza che ne sia chiaro il motivo rispetto a un “normale” intervento della Nato. Forse per passare alla storia o forse perché fuorviato dalla proiezione di Mercatore, che ingrandisce le terre prossime ai poli. D’altro canto, è stato lo stesso Trump ad aver detto una volta agli intervistatori, “Adoro le mappe. E ho sempre detto: ‘Guarda la grandezza di questa [la Groenlandia, ndPh.], è enorme, e dovrebbe far parte degli Stati Uniti.'”.

Quindi, quelle che sembravano battute potrebbero non essere tali. Di certo, questa ossessione mette la Casa Bianca in rotta di collisione con gli altri paesi Nato, soprattutto quelli europei. Non è un caso che il premier britannico, Keir Starmer, abbia lanciato l’ipotesi di guidare il rafforzamento della Nato proprio sull’isola artica. Nell’attesa, e dopo aver concordato con gli americani di essere in disaccordo, la povera Danimarca ha organizzato in Groenlandia una esercitazione congiunta, fuori dalla cornice Nato, con Svezia, Norvegia, Olanda, Germania e Francia, e l’ha chiamata Operation Arctic Endurance. Cosa si deve fare per difendersi, non certo da russi e cinesi.

Ammesso e non concesso che a Trump basti l’intervento Nato, se ciò accadesse potrebbe seguire il copione del diktat di spesa al 5 per cento per i paesi membri dell’Alleanza. Finirebbe cioè con gli europei costretti a sostenere le spese per irrobustire la presenza militare americana in Groenlandia. Del resto, Trump iniziò la sua esperienza presidenziale, dieci anni addietro, proclamando che il Messico avrebbe pagato il muro anti-immigrati. Non è andata esattamente così ma con gli europei sta oggettivamente portando a casa molto di più. Non a caso, avendo chiaro che il leverage europeo non appare esattamente potente, Trump ha maliziosamente osservato “potrei dover scegliere tra Groenlandia e Nato”.

Un commento di Gideon Rachman sul FT si esercita sul “come rispondere a Trump”, dalla Groenlandia giù per li rami. Appare ovvio, come del resto sottolineato dalla premier danese, Mette Frederiksen, che la Nato finirebbe un minuto dopo l’invasione americana della Groenlandia. Gli europei scoprirebbero di essere soli e indifesi nel confronto con la Russia. Alcuni osservatori dicono che questa sarebbe una scoperta tardiva, dato che è esattamente quello che sono già oggi.

L’Europa risponde o subisce?

E arriviamo quindi agli scenari. Secondo Rachman, gli europei potrebbero mandare a dire a Trump che la fine della Nato significherebbe la fine delle basi americane in Europa. In quel caso gli europei resterebbero pressoché indifesi. Qualcuno negli Stati Uniti potrebbe rispondere con un bel “chi se ne frega”, non tanto nel senso di fare armi e bagagli e lasciare il Vecchio Continente, ma proprio di ignorare eventuali intimazioni europee e restare serenamente dove sono, al grido “provate a sfrattarci”.

Difficilmente gli Stati Uniti si priverebbero della base aerea tedesca di Ramstein, perché quella rappresenta il fulcro della proiezione di potenza americana in Europa e Medio Oriente. Lo so, è fantageopolitica ma gran parte di quello che Trump ha fatto nell’ultimo anno lo era, prima che accadesse.

Rachman arriva a ipotizzare che la rottura con gli europei permetterebbe a questi ultimi di scrollarsi di dosso le remore e procedere ad applicare dazi ai prodotti americani. L’industria americana della Difesa perderebbe i suoi contratti miliardari in Europa, i giganti della Silicon Valley sarebbero tassati una buona volta. Temo che questa sia una esercitazione onirica, ma posso sbagliarmi. Rachman dice che il blocco europeo della Nato potrebbe organizzarsi militarmente, anche se ciò costerebbe cifre elevatissime e comporterebbe quasi certamente la reintroduzione della leva obbligatoria.

Il problema vero è la dipendenza tecnologica europea dagli americani. Pensate agli aggiornamenti software e alle carte di credito, anche se in quest’ultimo ambito forse (e sottolineo forse) potremmo cavarcela in qualche modo. Oppure pensiamo allo storage di dati, anche se i grandi fornitori americani di data center stanno precipitandosi a rassicurare i clienti europei circa il loro controllo dei dati. Potremmo anche immaginare che gli americani prenderebbero in ostaggio l’oro che detengono per conto dei paesi europei. Ovviamente, Washington avrebbe agio di disarticolare la cosiddetta unione europea (minuscolo necessario, qui) con un classico divide et impera, cosa che fa da sempre e che anche i cinesi hanno imparato profittevolmente a fare, avendo praticamente in ostaggio la manifattura tedesca.

Ma parliamo del caso britannico, la special relationship tra i due lati dell’Atlantico, vera o presunta. Che il Regno Unito sia una testa di ponte usata dagli americani per ostacolare la progressione della Ue si è narrato per lustri, non senza un fondo di verità. Oggi, il Regno Unito è guidato pro tempore (molto pro tempore) da Keir Starmer, il quale si vanta di aver firmato lo scorso anno un “trattato” con gli Stati Uniti che tuttavia non è esattamente un premio fedeltà, e ancora attende la rimozione dei dazi americani su acciaio ed alluminio. E attende, anche se non può dirlo ai sudditi, che gli americani vadano all’assalto della loro Digital Services Tax così come del resto del loro mercato agricolo e delle regolazioni di protezione digitale per la popolazione.

Il problema britannico è che la relationship è così special che i servizi di intelligence britannici e statunitensi sono fortemente interconnessi. A dire il vero, lo stesso vale anche per quelli canadesi, australiani e neozelandesi, col Five Eyes dell’anglosfera. È del tutto possibile che i governi del Five Eyes soffrano di crescente disagio nel condividere informazioni con gli americani. A parte ciò, i britannici hanno molte altre vulnerabilità, come segnala Rachman. Ad esempio, il deterrente nucleare britannico usa software e missili americani. La principale azienda britannica della difesa, BAE Systems, vende più negli Stati Uniti che nel Regno Unito.

Ecco quindi che sarà interessante vedere che farà Starmer, dopo che Elon Musk ha definito “fascista” la reazione britannica contro i deepfakes sessualizzati di X, con minaccia di bloccare la piattaforma. Prontamente, il Dipartimento di Stato ha fatto sapere che “nulla è tolto dal tavolo” in termini di reazione se i britannici dovessero attentare al “free speech“, concetto che nella neolingua dei tecno-oligarchi americani vuol dire che loro fanno quel che vogliono, e in quella di Trump vuol dire che è lui a decidere cosa censurare.

Chi fermerà davvero The Donald

Tutto ciò esaminato, c’è qualcuno che realisticamente può pensare a reazioni con randello nodoso da parte di una entità chiamata “Europa” (non solo Ue) contro l’America di Donald Trump? Ci tengo a significarvi che io non sono tra quelli, e me ne dolgo assai. Ma quindi, dobbiamo concludere che Trump è invincibile e assoggettarci al suo volere, in modalità Tucidide? Non è detto. Come segnalo da quel famoso Liberation Day, Trump può essere abbattuto dall’economia e -soprattutto- dai mercati.

Per ora, i mercati non sembrano far pesare troppo l’assalto alla Fed, ormai condotto in modi grotteschi da un gruppo di zelanti servi sciocchi. Anzi, come qualcuno ha correttamente osservato, il mercato (quello azionario, nella fattispecie) non ha mai respinto con sdegno una bella dose extra di liquidità o stimolo fiscale. Ma nulla procede in modo lineare, come sappiamo. Ad un certo punto, scatta la discontinuità, il break strutturale. Trump è consapevole della crisi di costo della vita, e pare incamminarsi verso “soluzioni” che sarebbero piaciute molto a satrapi sudamericani. Soluzioni che potrebbero portarlo in rotta di collisione con gli oligarchi finanziari. Che gli hanno dato una apparente delega in bianco ma solo fin quando la sua azione non mette a rischio le loro azioni.

Per tutto il resto, prepariamoci al day after the midterm. Quando, dopo un’eventuale sconfitta, Trump tenterà un golpe. Cioè tenterà di fare quello che aveva fatto fino a quel momento. Arrivarci, al midterm: manca un’era geologica.

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