L’alato Carney e il duro destino della geografia

Quando ho letto il vibrante discorso a Davos del premier canadese, Mark Carney, ho avuto la tentazione di aggregarmi alla folla che lo esaltava per contenuto e ambizioni, oltre che per la vibrante prosa. Poi una vocina dentro di me mi ha consigliato prudenza, perché tra elevati intenti e bassa quotidianità c’è un dislivello che a volte somiglia a un burrone.

Déjà vu

Le mie riserve sono confermate dal commento di Alan Beattie, editorialista di commercio internazionale del Financial Times. L’ordine internazionale ancorato agli Stati Uniti è in frantumi, premette Carney, quindi le potenze intermedie devono aggregarsi tra loro per riplasmare il sistema in modo flessibile e profittevole. Come dissentire?, ci siamo detti tutti. Beattie ricorda che già nel remoto 2017, prima presidenza Trump, la allora ministra degli Esteri canadese, Chrystia Freeland, scolpiva che

[…] il fatto che il nostro amico e alleato abbia messo in discussione il valore stesso del suo mantello di leadership globale mette in maggiore evidenza la necessità per il resto di noi di stabilire un nostro chiaro e sovrano corso.

Che è concetto identico a quello espresso oggi da Carney. Seguì l’accordo commerciale con la Ue, il CETA, di cui noi italiani ricordiamo le feroci resistenze disseminate un po’ ovunque nei partiti ma soprattutto nell’area “sovranista”, con Giorgia Meloni a guidare l’opposizione trovando robusta sponda negli antiglobalisti grillini e nei leghisti, fedele cinghia di trasmissione della Coldiretti.

Nel CETA era previsto anche un meccanismo di mutuo riconoscimento dei servizi professionali. Beattie ricorda che quell’accordo quadro ha richiesto nove anni di negoziati prima di entrare in vigore…lunedì di questa settimana.

Seguì il tentativo di rianimare la Trans Pacific Partnership, abbandonata da Trump. Il Canada si mise alla testa delle “medie potenze” e si giunse alla sigla del CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), composto da dodici paesi. Malgrado questo lodevole attivismo, la quota delle esportazioni canadesi negli Stati Uniti è rimasta sinora stabile intorno al 70 per cento.

Si è ridotta quest’anno ma occorre vedere se per effetto delle forti anticipazioni di flussi di spedizioni, prima dell’entrata in vigore dei dazi di Trump. Pare difficile sfuggire all’impressione che, nel commercio internazionale, conta la prossimità geografica, che causa una attrazione gravitazionale agli scambi. Pertanto, se il tuo enorme vicino di casa inizia a comportarsi da bullo mafioso, mala tempora currunt. E non a caso Trump a Davos ha rampognato il premier canadese con la consueta brutalità: “il Canada vive grazie agli Stati Uniti”.

Il Canada ha poi tentato di raggiungere un accordo con la Ue sui minerali critici, ma il negoziato è in corso da anni. La Ue non intende dismettere il suo atteggiamento di potenza regolatoria. Lo farà quando la sua economia sarà avvizzita al punto da farsi prendere a pernacchie da altre potenze manifatturiere in giro per il mondo, soprattutto quelle asiatiche.

Carney nei giorni scorsi è andato in Cina a rammendare un rapporto assai difficile, reso tale dalle furibonde pressioni americane (e trumpiane) affinché Ottawa rompesse con Pechino e si rinchiudesse nel recinto nordamericano, a subire le angherie del vicino bullo. Anche in quella occasione, Carney ha usato parole alate, facendo fremere d’amore gli internazionalisti liberali, quelli del mondo rules-based.

Un mondo basato su regole. Cinesi

Il problema è che, per la Cina, le uniche regole su cui il mondo deve basarsi sono quelle per cui Pechino vende e gli altri comprano. L’accordo di disgelo prevede che il Canada crei una quota di import esente da dazi per sole 49 mila auto elettriche cinesi, e la Cina riduca le tariffe soprattutto sull’olio di colza, una delle maggiori esportazioni canadesi.

Entro due anni, poi, dovrebbero partire le mitologiche joint venture con la Cina, per produrre vetture in loco e preservare l’occupazione canadese. E ce n’è ben donde, visto che il mercato canadese delle auto nuove ammonta a ben due milioni di unità annue e vale 125 mila posti di lavoro, in maggioranza in Ontario. Non vorrei essere pessimista ma temo che sarà assai difficile evitare contraccolpi traumatici all’automotive canadese, visto che è parte della filiera statunitense e obiettivo di Trump (ma anche di chi verrà dopo di lui, chiunque sia: vedrete) è quello di rimpatriarla, costi permettendo.

E ancora: i colloqui bilaterali Canada-Regno Unito sono in stallo perché il Canada critica gli stretti standard agroalimentari britannici e Londra vorrebbe maggiore accesso al mercato canadese dei formaggi, ferocemente protetto.

Da ultimo, ricordando che la WTO (Organizzazione mondiale del commercio) è morta ma resta in vita per pagare i suoi vertici e il suo personale, Carney ha suggerito di utilizzarla come forum e cornice per realizzare accordi plurilaterali, che non è il massimo della vita ma piuttosto che niente, eccetera. Ma qui arriva il veto dell’India.

Penso di aver dato l’idea del golfo che separa ottime intenzioni e realtà, grazie al prezioso contributo di Alan Beattie. La geografia è un destino? Ahimè, nel commercio internazionale temo di sì. Ma lascio a Beattie stesso la chiusa, altrettanto esemplare:

[…] è stata necessaria la Depressione e la seconda guerra mondiale affinché i paesi superassero i loro istinti protezionistici e isolazionisti e costruissero un sistema multilaterale. Ci vorrà molto tempo, e probabilmente ancora più distruzione da parte di Trump, per indurre il tipo di sistema agile di cooperazione multilivello di medie dimensioni che Carney desidera vedere.

Amen.

P.S. Per tutti gli analfabeti disfunzionali che non comprendono quello che scrivo ma insistono a immolare il loro inutile tempo leggendomi: a me Mark Carney è sempre piaciuto, da quando faceva il banchiere centrale su entrambe le sponde dell’Atlantico. Lo vedo un po’ come un altro Mario Draghi. Ma questo non mi esenta dal percepire le debolezze dei suoi argomenti. Non è difficile, non trovate?

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.
Per donare con PayPal, clicca qui, non serve registrazione. Oppure, richiedi il codice IBAN. Vuoi usare la carta di credito o ricaricabile, in assoluta sicurezza? Ora puoi!

Scopri di più da Phastidio.net

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Condividi
Your Mastodon Instance