Il Senato italiano ha deciso, ieri l’altro, di rinviare a tempo indeterminato la ratifica del CETA, il trattato commerciale tra Canada ed Ue, approvato lo scorso febbraio dal Parlamento europeo ed entrato in vigore in modalità provvisoria (ma molto tangibile) dallo scorso 21 settembre per gli ambiti di competenza normativa comunitaria. Tutto è partito da una proposta di Sinistra italiana in conferenza dei capigruppo, che ha trovato pronta accoglienza. Perché, come saprete, dopo la morte (o l’ibernazione) del TTIP, il nuovo spaventapasseri antiglobalista e sovranista è il CETA.

Una vicenda raccontata giorni addietro dal New York Times conferma ad abundantiam che, ogni volta che lo stato mette le mani su qualcosa, finisce irrimediabilmente col volerne controllare sempre di più, tipicamente attraverso i cordoni della borsa. In Canada sono in corso le audizioni per un progetto di legge fiscale (di 560 pagine, con buona pace della tanto agognata semplificazione) che, tra le altre cose, prevede di modificare la normativa sui sussidi pubblici (definiti impropriamente crediti d’imposta) a beneficio della cinematografia e dei programmi televisivi non di informazione, crediti che coprono in media tra il 10 ed il 12 per cento del budget di produzione. Attualmente, il produttore deve richiedere anticipatamente la certificazione che il programma è “sufficientemente canadese” (verbatim). I soldi pubblici, tuttavia, arrivano solo quando l’opera è completata e sottoposta ad una seconda recensione.