Il duopolio tech che schiaccia le medie potenze

Vorrei trarre ancora spunto dal discorso di Davos del premier canadese Mark Carney, sulla necessità che le “medie potenze” si coalizzino per resistere alla coercizione economica. Ho già avuto modo di dire che c’è un ampio golfo tra principi più o meno elevati e realtà, anche senza scomodare i vincoli geografici.

Prendiamo la missione cinese di Carney, per la quale ora si è preso la solita minaccia di Donald Trump di dazi al 100 per cento se trasformerà il Canada in un porto di scarico di merci cinesi. Lo stesso Trump che, solo pochi giorni prima, aveva espresso una specie di sostegno all’iniziativa di Carney: “Questo è quello che dovrebbe fare. È una buona cosa per lui firmare un accordo commerciale. Se puoi ottenere un accordo con la Cina, dovresti farlo”, ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca il 16 gennaio.

In questo assurdo momento storico, la Cina si pone come la potenza amichevole, che fornisce certezze e che difende un ordine mondiale basato sulle regole. Un vero peccato che quelle regole dicano che Pechino vende e il resto del mondo compra. Ho letto un commento dell’editorialista del FT, Martin Sandbu, che punge Carney nel passaggio del discorso di Davos in cui il premier canadese sostiene che occorre “calibrare le nostre relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori”. Considerando l’incrollabile supporto della Cina alla guerra di aggressione all’Ucraina mossa dalla Russia, verrebbe da inferire che forse Carney dovrebbe mantenere le relazioni con Pechino alla distanza valoriale che predica, per non essere a sua volta tacciato di neo-ipocrisia opportunistica.

Ma non sono così naïf: da sempre esiste un’ovvia e variabile distanza tra principi e realtà. Gli americani ce lo insegnano da sempre, e ce lo hanno insegnato anche durante le loro amministrazioni più illuminate e internazionaliste. I cinesi per decenni hanno parlato di “imperialismo dei diritti umani” riferendosi appunto agli illuminati principi statunitensi. Carney nel suo discorso cita Vaclav Havel e il suo “Il potere dei senza potere“, con la parabola del droghiere che tiene in vetrina il cartello “proletari di tutto il mondo, unitevi”. Proletari di cui al droghiere forse non potrebbe fregare di meno e che magari disprezza ma non vuole grane né mettere a rischio la propria sussistenza. È quindi tempo di porre fine all’ipocrisia che sorregge il potere, dice Carney. E sia, ma non trattenete il respiro nell’attesa, anche se vedo che sui social è tutto un fremito. Tenerezza.

Potenze medie ma molto piccole

Però quello su cui trovo opportuno riflettere è che le “medie potenze” restano molto indietro rispetto a Stati Uniti e Cina nell’ambito dell’intelligenza artificiale, la tecnologia più importante di quest’epoca. Come ricorda una indagine di Bloomberg, tutti i primi 10 modelli AI provengono da aziende con sede negli Stati Uniti o in Cina, secondo Artificial Analysis. La Corea del Sud ha un paio di modelli nella top 30; lo stesso vale per gli Emirati Arabi Uniti. La Francia ha un modello, Mistral; il DeepMind del Regno Unito è un po’ un’eccezione poiché è un attore principale ma fa parte di Google. Carney può forse rallegrarsi osservando che Toronto è un importante centro di ricerca AI, anche se non ospita un fornitore di LLM tra i primi 30.

Oggi, Stati Uniti e Cina assieme rappresentano circa l’87 per cento della potenza globale di calcolo.

Secondo un analista di Bloomberg GeoEconomics, alcuni modelli competitivi di LLM sono emersi da aziende non statunitensi e non cinesi ma pochi sono riusciti a tenere il passo, dati gli enormi fabbisogni finanziari e di capitale umano. Pertanto, se i modelli AI diverranno l’infrastruttura portante dell’economia futura, quell’infrastruttura sarà controllata quasi interamente da attori americani e cinesi. Per tutti gli altri, ciò significherà approfondire le dipendenze da USA e Cina, con buona pace della strategia di Carney.

Non sappiamo come evolverà la situazione, ad esempio se l’intelligenza artificiale generativa finirà su un binario morto, rivelandosi non in grado di condurre all’intelligenza generale artificiale, quella che potrebbe spazzar via il genere umano. Altre correnti di pensiero affermano che i modelli AI diverranno commodity, e che il vero valore sarà nelle applicazioni costruite sopra i Large Language Models. Anche in questo caso, però, è utile ricordare che è difficile pensare di colmare con le applicazioni un gap infrastrutturale di base. Si pensi a internet. Uno studio del 2018 del Boston Consulting Group osservava che 18 delle 20 maggiori compagnie internet avevano sede nella costa occidentale statunitense e in quella orientale cinese.

La vendita di servizi tecnologici rischia quindi di essere la leva della dominanza geopolitica, oltre che finanziaria, per le due potenze. Dove vai, se il software non ce l’hai, e se “qualcuno” da remoto può spegnere il tuo data center, non prima di averti rassicurato che quel data center è assolutamente e sovranamente tuo?

L’AI sovrana

Nel frattempo, ci sono paesi che stanno tentando in modo strutturato di rendersi indipendenti nei modelli AI e nell’infrastruttura che li regge. È il caso, del tutto peculiare, della Corea del Sud. Alla fine dello scorso anno, più di mille persone si sono riunite nel centro congressi di Seoul mentre ingegneri d’élite presentavano i loro ultimi sviluppi nell’intelligenza artificiale.

La competizione, che alcuni chiamano “AI Squid Game” in riferimento alla popolare serie di sopravvivenza di Netflix, è un torneo sponsorizzato dal governo, partito lo scorso agosto, che durerà più di un anno. Lo scopo è quello di identificare i leader nel tentativo del paese di diventare una potenza dell’AI. Il formato, come lo show divenuto simbolo del soft power culturale coreano, è spietato: i modelli AI delle squadre affrontano valutazioni ed eliminazioni ogni sei mesi da parte di una giuria supervisionata dal Ministero della Scienza e dell’ICT (si chiama proprio così, mi pare che ciò dica tutto).

La Corea del Sud è nella lista, sempre più lunga, di nazioni determinate a impedire che le proprie industrie e forze lavoro vengano lasciate indietro dall’AI. Anche la Francia punta a diventare un terzo hub dell’AI, con il governo che investe (finché potrà) miliardi in progetti e promozione di un ecosistema locale. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno sfruttando i loro enormi capitali per acquisire infrastrutture di calcolo avanzate e finanziare modelli domestici come Falcon LLM. Altri, tra cui Singapore, Giappone, India, stanno lavorando alle proprie strategie di AI sovrana.

I coreani sono impegnati a costruire modelli di fondazione nazionali poiché il paese è già un forte utilizzatore di AI – uno dei più grandi mercati al mondo per utenti paganti di ChatGPT. Ha anche la più alta densità mondiale di robot industriali, un settore destinato a cambiamenti radicali guidati dalla tecnologia. Il Ministro della Scienza e dell’ICT pensa che si possa capitalizzare sulla posizione unica di “paese AI full-stack“, cioè verticalmente integrato con i propri chip di memoria avanzati, cloud domestico e applicazioni.

A parte il caso della Corea del Sud, che è da studiare, il problema comune a realtà che non hanno le tasche profonde e la potenza geopolitica di Cina e USA resta sempre lo stesso: trovare i soldi. Li troverà la Francia, in crisi fiscale conclamata, o il Regno Unito nella stessa condizione? O la Germania, appena uscirà dall’era dei fax? O l’Italia, che per il momento produce soprattutto frati che ammoniscono sulle minacce etiche dell’AI, facendo peraltro benissimo? Oppure assisteremo al solito tentativo bruxellese di creare un LLM europeo mettendo a fattor comune la ricerca, per sentirci dire un minuto dopo da Parigi che i francesi sono disposti graziosamente a condividere il loro primato immaginario a patto di guidare il gruppo? Ma, sopra ogni altra cosa, come la mettiamo con il collo di bottiglia, anzi, la strozzatura (come esprime efficacemente la lingua inglese) della fornitura di chips, altra forma di dominio geopolitico?

Quindi, anche osservando il mondo con la lente delle nuove tecnologie, temo che le “medie potenze” abbiano un problema, in quest’era di predatori sfacciati o melliflui. E che, in un tempo forse non troppo lontano, potrebbero provare un’acuta nostalgia per il “tempo dell’ipocrisia” denunciato da Mark Carney.

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