L’AI e il dilemma che la Fed non può risolvere

Prosegue il dibattito innescato dal report di Citrini Research (“The 2028 Global Intelligence Crisis“), basato su uno scenario (“non una previsione”) di distruzione massiva di lavoro entro il 2028 per effetto dell’AI. Citadel Securities risponde direttamente con “The 2026 Global Intelligence Crisis“. Nel frattempo, Lisa Cook, governatrice Fed sotto minaccia di defenestrazione da parte di Donald Trump, parla in parallelo — e pur muovendo da premesse diverse arriva a conclusioni che si intrecciano con entrambe le posizioni in modo scomodo.

La Citadel dell’ottimismo

L’argomento più immediato di Citadel è empirico: al 24 febbraio 2026 la disoccupazione è al 4,28%, le ricerche di lavoro per software engineer sono salite dell’11% annuale e la creazione di nuove imprese prosegue, al netto delle revisioni annuali del famigerato modello birth-death. I dati della Real Time Population Survey della Fed di St. Louis non mostrano alcuna impennata nell’uso intensivo di AI per il lavoro — le linee sono stabili. Se il rischio di dislocazione fosse imminente, ci si aspetterebbe una chiara accelerazione in quella metrica. Al momento non c’è.

Il punto metodologico è sottile ma rilevante: il dibattito sull’AI mette assieme la ricorsività della tecnologia (i modelli si migliorano da soli, con capacità crescenti) con l’aspettativa di un “dispiegamento” economico altrettanto ricorsivo. Storicamente, la diffusione tecnologica segue una curva a forma di S — fase iniziale lenta, accelerazione, poi appiattimento (plateau). Ogni ondata tecnologica ha prodotto frizioni organizzative, vincoli regolatori e rendimenti marginali decrescenti nell’adozione. PC e internet hanno avuto tassi di adozione confrontabili o superiori all’AI generativa nelle prime fasi.

Un argomento originale di Citadel: sostituire il lavoro cognitivo dei colletti bianchi richiede ordini di grandezza di potenza di calcolo maggiori di quella attualmente disponibile. Se l’automazione si espande rapidamente, la domanda di potenza di calcolo sale, il suo costo marginale sale. Quando il costo marginale della potenza di calcolo supera quello del lavoro umano per certi compiti, la sostituzione non avviene. Non è ottimismo ideologico: è un vincolo fisico-economico. Questo crea un confine naturale che le narrative catastrofiste ignorano sistematicamente.

Qui Citadel assume una chiave di lettura “difensivista”. Nel senso che il cambiamento non riuscirà a diventare distruttivo perché i fisiologici attriti nella sua curva di adozione lo impediranno. Consolatorio, ma siamo sicuri che questa volta non sia differente?

Citadel porta l’argomento economico più formalmente robusto: uno shock di produttività è uno shock d’offerta positivo. Abbassa i costi marginali, espande il potenziale produttivo, aumenta il reddito reale aggregato. Per generare un collasso della domanda aggregata, bisognerebbe che il reddito da lavoro crollasse senza che nessun’altra componente della domanda compensasse — investimenti, spesa pubblica, esportazioni nette. Violerebbe le identità della contabilità nazionale. E questa è la risposta al concetto piuttosto problematico di “PIL fantasma” sollevato da Citrini.

Citadel sostiene che l’AI è fondamentalmente uno shock d’offerta e che i meccanismi di mercato si aggiusteranno, anche grazie all’attrito di adozione. Lisa Cook, governatrice Fed, concorda sulla natura del fenomeno — ma ne trae implicazioni radicalmente diverse per la politica monetaria. Che sono quelle di maggiore urgenza, sia economica che per i mercati finanziari che per la politica.

Politica monetaria impotente?

Cook dice esplicitamente: se l’AI continua ad aumentare la produttività, la crescita potrebbe restare robusta anche mentre il mercato del lavoro mostra più disoccupazione. In un boom di produttività, la disoccupazione in aumento non segnala un buco nei livelli di attività rispetto al potenziale, il cosiddetto slack. La disoccupazione non è ciclica ma strutturale. Questo è lo stesso punto di Citadel, ma Cook lo usa per arrivare a una conclusione che Citadel non formula: la politica monetaria convenzionale (dal lato della domanda) non può correggere una disoccupazione strutturale da AI senza creare inflazione. Abbassare i tassi per stimolare l’occupazione in uno scenario in cui la crescita è già forte e la produttività sale significherebbe surriscaldare l’economia. Ecco la criticità e il dilemma di politica monetaria, e di politica tout court.

Citadel pensa che il problema della disoccupazione da AI sia esagerato. Cook non discute se sia esagerato: dice che anche se ci fosse, la Fed avrebbe le mani legate. È una posizione più prudente e, in un certo senso, più onesta sui limiti della banca centrale.

Cook introduce un’ulteriore complessità: il tasso neutrale (il tasso di interesse che mantiene l’economia in equilibrio) potrebbe essere più alto ora per effetto della spesa per investimenti in AI, che spinge la domanda aggregata. Potrebbe scendere in futuro quando i guadagni di produttività si materializzeranno pienamente, o se la disuguaglianza di reddito aumentasse concentrando i guadagni nelle mani di chi ha bassa propensione al consumo. Qui sta l’elevata criticità politica della fase attuale.

Questo dialoga con un punto che Citadel accenna ma non sviluppa: anche nello scenario di alta sostituzione capitale/lavoro, il reddito da capitale non ha propensione al consumo zero. Viene reinvestito, distribuito, tassato. Ma se la redistribuzione fallisce, il tasso neutrale potrebbe effettivamente scendere — abbassando lo spazio di manovra della Fed e rendendo ancora meno efficace la politica monetaria tradizionale.

Citadel nota che l’impatto dell’AI sulle statistiche di produttività è già visibile nella costruzione di data center (boom dell’occupazione nel settore). Cook dice che potrebbero volerci 5-10 anni prima che l’effetto produttività si manifesti nelle statistiche aggregate. L’asimmetria è reale: i costi (elettricità, disoccupazione settoriale) arrivano prima dei benefici. Cook lo sa, e questo è il motivo per cui la Fed sta incorporando gli effetti AI nei propri modelli di previsione già adesso — compreso l’impatto degli investimenti in data center sulla crescita. Ma anche l’analisi di Citadel premette che c’è un mismatch temporale, nel senso che prima arrivano i costi, poi dovrebbero arrivare i benefici. Nel frattempo, il boom occupazionale prodotto dai data center è quello di edili, elettricisti e altre figure che potrebbero essere genericamente classificate come “colletti blu”.

Intanto, i neolaureati pare stiano finendo contro il muro, nel senso che la loro produttività marginale sembra già oggi spiazzata da quella dei modelli AI. E questo è un problema sociale, di investimento in capitale umano. Nel frattempo, detta meno ottimisticamente di Citadel, se l’avanzamento dell’AI elimina interi strati intermedi di clerical work, lavoro impiegatizio, e relativa supervisione, e lo fa ben prima del sorgere di nuovi ruoli lavorativi – anzi, inibendo questi ultimi al grido “l’AI appiattisce le gerarchie lavorative”, lasciando solo il capitale trionfante – si produrranno grandi numeri di disoccupazione che saranno anche un problema politico.

Citadel e Cook dicono cose simili quando affermano gli uni che nel breve l’AI è inflazionistica, l’altra che innalza il tasso reale di equilibrio dell’economia. Se nel mezzo si crea disoccupazione, sia giovanile che di gente non più giovane che viene falciata nei suoi compiti impiegatizi, non è la politica monetaria a poter risolvere, ma in caso sarebbe quella fiscale. La verità scomoda che nessuno enuncia esplicitamente: ci troviamo in territorio dove la politica monetaria è strutturalmente inadeguata, e dove la politica fiscale — redistribuzione, formazione, ammortizzatori — diventa l’unico strumento rilevante. Ma quella è una conversazione che nessuno a Washington sembra voler fare.

Questa volta è diverso?

Come tentare di tirare le fila, quindi? Mi pare si possa sintetizzare con: Citrini ha pennellato uno scenario a tinte fosche, distopiche e fors’anche marxiste, con il capitalismo che abbatte sé stesso a colpi di crescita della produttività. Citadel Securities ha risposto su un piano di pragmatismo, con paralleli un po’ claudicanti con Microsoft Office che non ha prodotto falcidie di occupati ma si è rivelata complementare. Internet e digitalizzazione hanno poi prodotto nuove figure professionali, oltre a nuova regolazione. Ma una banchiera centrale della Fed ci riporta al qui e ora, e ai problemi del qui e ora.

Tutto possibile, per carità. Ma se nei prossimi mesi scopriremo che, non solo in America, c’è un problema di affordability e di strisciante distruzione di occupazione, o più propriamente di disoccupazione strutturale e non ciclica, mentre gli investimenti spingono la crescita, impedendo ai tassi di diminuire, allora rischieremo davvero un corto circuito con scossa elettrica elettorale. Nel senso di premio alle forze politiche che, non solo negli Stati Uniti, chiedono una redistribuzione aggressiva.

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