Milei, assalto finale al peronismo lavorativo

Nel suo tentativo di trasformare radicalmente l’economia argentina, Javier Milei sta proponendo la più ampia riforma del mercato del lavoro argentino degli ultimi decenni, attaccando il cuore del peronismo: i diritti dei lavoratori. I sindacati, fondatori del movimento peronista negli anni ’40, mantengono enorme influenza sulla vita lavorativa argentina gestendo tutto, dalle negoziazioni salariali all’assicurazione sanitaria fino ai villaggi vacanze per i membri. La riforma è in discussione al Congresso questo mese.

L’Atlantide del lavoro sommerso

Nel secondo trimestre 2025, il 37,7 per cento dei lavoratori dipendenti argentini operava in nero — percentuale che sale al 42 per cento se si considera l’occupazione totale (dato nazionale a fine 2024). È il livello più alto dal quarto trimestre 2008, escludendo la pandemia. Tra i giovani di età 16-24 anni il sommerso raggiunge il 63 per cento. Nei settori domestico e edilizia tocca il 75,4 per cento. A loro volta, il 42 per cento dei lavoratori “informali” vive sotto la soglia di povertà.

Tra novembre 2013 e novembre 2023 il settore privato ha creato solo 250.000 posti di lavoro “in chiaro”, mentre la popolazione cresceva del 15 per cento. Nello stesso periodo, il settore pubblico ne ha aggiunti 647.000. Il rapporto occupazione pubblica/privata nell’economia formale ha raggiunto il picco del 35,8 per cento nell’agosto 2021. Al lavoro sommerso contribuisce l’elevata onerosità, soprattutto impropria, del costo del lavoro: le piccole e medie imprese hanno un contenzioso di lavoro stimato in una causa legale ogni dieci dipendenti. Secondo una stima, i contributi del datore di lavoro costano inoltre quasi 70 pesos per ogni 100 pesos di stipendio.

La Ley de Modernización Laboral, redatta dal ministro Federico Sturzenegger e presentata al Senato l’11 dicembre 2025, conta 213 articoli distribuiti su cinque aree principali. Tra gli assi portanti, la riforma amplia drasticamente la lista di settori dove lo sciopero è vietato o fortemente limitato. I servizi essenziali devono garantire durante gli scioperi il 75 per cento della capacità operativa normale (limite in precedenza non specificato); i servizi non essenziali devono comunque garantire una copertura minima del 50 per cento.

Vengono poi introdotte tre nuove causali di licenziamento per giusta causa (senza indennizzo): partecipazione a blocchi o occupazioni di stabilimenti; impedire l’ingresso o uscita di persone/merci durante scioperi; danneggiamento di proprietà aziendale durante azioni sindacali.

Gli accordi collettivi scaduti non restano più in vigore fino alla rinegoziazione — una protezione che impediva ai lavoratori di perdere diritti durante stalli negoziali. Ora scadono automaticamente alla data indicata. Sulla contrattazione collettiva, attualmente i contratti nazionali di settore prevalgono sempre (salvo accordi aziendali più favorevoli); con la riforma, gli accordi a livello aziendale o regionale prevalgono anche se meno favorevoli dei nazionali.

Orari e indennizzi

La durata standard della giornata lavorativa resta a 8 ore ma può essere estesa a 12 ore previo accordo scritto col datore di lavoro. Le ore extra non vengono monetizzate come straordinario ma messe in “banca ore” utilizzabili come permessi nello stesso mese. Obbligo: minimo 12 ore di riposo tra giornate e 35 ore consecutive di riposo settimanale. Attualmente, lo straordinario è pagato al 150 per cento della paga normale e al 200 per cento per domeniche e festivi. Il limite massimo di lavoro straordinario è di 3 ore al giorno, 30 al mese e 200 annue. Con la riforma, questi limiti saltano se c’è accordo aziendale.

Riguardo gli indennizzi all’uscita (Indemnizaciones), col sistema attuale è previsto un mese di stipendio per anno lavorato, senza tetto massimo. Esempio: 24 anni di anzianità = 24 mesi di stipendio (2 anni). La riforma proposta mantiene la formula di un mese per anno di anzianità ma esclude dal calcolo bonus, ferie non godute e altri benefit. Chi accetta l’indennizzo, non può fare causa per avere di più. Inoltre, le PMI potranno pagare le liquidazioni in forma rateizzata, sino a 12 mesi.

Il periodo di prova viene esteso, con durata variabile a seconda della dimensione aziendale: ad esempio, le aziende con meno di 6 dipendenti avranno un periodo di prova di 12 mesi. Durante tale periodo, il licenziamento non comporta per il datore obbligo di pagare una liquidazione, e prevede un preavviso di soli 15 giorni.

C’è poi una misura finalizzata a rompere una rendita di posizione del sindacato, soprattutto la CGT. I non iscritti ai sindacati potranno infatti rifiutare le trattenute sindacali automatiche in busta paga. Attualmente tutti pagano, anche se non iscritti.

Come si è intuito, la riforma punta a proteggere le aziende, soprattutto le PMI, da contenziosi di lavoro ma anche da eccessivi esborsi monetari, che potrebbero minacciarne l’equilibrio finanziario. Ecco che viene quindi prevista la possibilità di pagare le retribuzioni in parte con buoni pasto, materiale scolastico, telefoni cellulari, rimborsi sanitari, ticket spendibili in negozi specifici. Si tratta, con tutta probabilità, di forme di pagamento in natura legate all’attività delle imprese coinvolte. Tali pagamenti in natura vengono esclusi dalla base di calcolo degli indennizzi di licenziamento. Di rilievo il fatto che gli stipendi potranno essere pagati in dollari o altre valute.

Tra le altre novità, i cosiddetti gig worker, cioè soprattutto i rider, vengono riclassificati come “contractor indipendenti” ed esclusi da protezioni del lavoro dipendente, quindi nessun diritto a benefit, liquidazioni e contributi. Per gli autonomi, una persona fisica potrà assumere fino a 3 collaboratori indipendenti senza rapporto formale di lavoro dipendente — evitando tutti gli obblighi contrattuali tradizionali.

Un percorso che prosegue

Circa sei argentini su dieci vogliono una riforma del lavoro, secondo i sondaggi. Tuttavia misure come giornate più lunghe e cambiamenti alle indennità di licenziamento risultano meno gradite. I sindacati sono indeboliti: gli elettori puniscono il peronismo per la grave crisi economica e gli scandali di corruzione. Sotto Milei i sindacati sono meno efficaci nel mobilitare proteste rispetto al passato. La maggior parte delle imprese sostengono la riforma, specialmente il piano per limitare le liquidazioni ai dipendenti — lamentela diffusa tra gli imprenditori. Le camere d’impresa, che rappresentano i datori di lavoro nelle contrattazioni collettive, si oppongono tuttavia al decentramento negoziale, ritenendolo troppo oneroso e non ritengono che la riforma possa aumentare significativamente le assunzioni se non verranno ridotte anche le alte tasse sui salari e i contributi previdenziali. Questa è l’altra grande riforma promessa da Milei, dopo la vittoria al midterm.

La Ley de Bases del giugno 2024 aveva già tracciato le linee della riforma, nella direzione di ridurre i costi dei licenziamenti, ma i tribunali del lavoro ne hanno però depotenziato gli effetti: nonostante l’abolizione legislativa delle penalità, i giudici continuano a riconoscerle denominandole “danni” anziché “penalità statutarie”. Questo crea incertezza giuridica e potrebbe neutralizzare le riforme previste da Milei, secondo analisti legali. La nuova riforma rappresenta quindi il tentativo più ambizioso di Milei per riformare le norme sul lavoro e aumentare il tasso di occupazione formale.

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