Inflazione elettrica, minaccia per l’AI-merica

Secondo una nota di ricerca di Goldman Sachs, rilanciata da FT-Alphaville, i prezzi dell’elettricità negli Stati Uniti sono aumentati a dicembre 2025 del 6,9% su base annua, e del 6,8% di media annua dal gennaio 2022. Entrambi i valori sono più del doppio dell’inflazione complessiva per consumi personali (rispettivamente 2,9% e 3,4%). La variazione è molto disomogenea tra stati: si va dall’1% annualizzato in Louisiana e Nevada al 15% nel Maryland e nel Maine.

I data center rappresentano oggi circa il 7% della domanda elettrica americana, quota raddoppiata dall’introduzione di ChatGPT nel 2022. Goldman stima che nei prossimi cinque anni peseranno per circa il 40% della crescita totale della domanda di energia, contribuendo a un aumento della domanda complessiva di circa 1,2 punti percentuali all’anno tra 2026 e 2030.

Sul fronte dell’offerta, però, i colli di bottiglia si moltiplicano: i tempi di approvazione regolamentare per allacciare nuova capacità alla rete sono passati da meno di 2 anni (nel 2000) a 4,5 anni (mediana attuale). Si aggiungono carenze di attrezzature specializzate (turbine a gas) e di manodopera qualificata.

La concentrazione geografica dei data center è estrema: circa l’1% delle contee americane ospita il 70% della capacità installata. Questo significa che gli effetti sui mercati regionali dell’elettricità saranno molto più violenti rispetto alla media nazionale. Goldman stima incrementi di prezzo all’ingrosso particolarmente acuti per Midwest, California, Texas e Mid-Atlantic. Quest’ultimo ha tenuto aste di capacità a fine 2025 a prezzi 2-3 volte superiori ai livelli pre-pandemia.

Chi paga il conto dell’infrastruttura

Le utility americane negli ultimi anni hanno aumentato gli investimenti (capex) in misura molto superiore ai ricavi. Goldman si aspetta che il capex delle utility cresca in media del 7% annuo tra 2025 e 2029, con i costi che vengono scaricati sui clienti tramite tariffe regolate. Diversi stati hanno di conseguenza adottato misure per fare pagare ai data center i costi infrastrutturali che generano (da Virginia a Texas, Oregon, Georgia). Goldman è però scettica sulla possibilità di isolare completamente le famiglie: le misure adottate spesso non coprono tutti gli aspetti dei costi di rete; le imprese AI possono “fare shopping” di insediamento e scegliere stati più permissivi; è difficile imputare con causalità diretta i rincari ai data center; i prezzi possono aumentare prima che le policy siano operative.

Nel suo scenario base, Goldman assume che i data center si facciano carico di due terzi del capex in eccesso rispetto alla crescita nominale del PIL. Il restante terzo ricade su famiglie (due terzi) e imprese non-AI (un terzo). In base a questa ipotesi, Goldman prevede che l’inflazione elettrica al consumo resti intorno al 6% annuo nel biennio 2026-2027, per poi scendere a circa 3,5% nel 2028 grazie al calo del gas naturale. Nello scenario avverso (famiglie che sopportano la metà del capex aggiuntivo invece di un terzo), l’inflazione elettrica salirebbe all’8% nel 2026-2027 e al 4% nel periodo 2028-2030.

L’effetto sull’inflazione è stimato in +0,1/0,07/0,05 punti percentuali nel 2026/2027/2028. A questo si aggiunge la trasmissione ai prezzi core (attraverso i costi di produzione delle imprese): +0,1/0,1/0,05 punti percentuali negli stessi anni. L’effetto totale sull’inflazione headline è circa +0,2/0,15/0,1 punti percentuali. I settori più esposti: servizi medici, trasporti e ristorazione (per i prezzi core); computer, apparecchiature di comunicazione e strumenti medicali (per i prezzi del capex).

Goldman stima che i prezzi più alti dell’elettricità ridurranno la crescita dei consumi di circa 0,2 punti percentuali in media nel 2026-2027, per effetto della compressione del reddito disponibile reale. L’impatto sarà sproporzionatamente più pesante sulle famiglie a reddito più basso (la spesa elettrica pesa di più nel loro budget) e nelle aree ad alta concentrazione di data center, dove i rincari saranno più intensi. Opportuno evidenziare, come fa Goldman, che i data center impiegano pochissimi lavoratori rispetto all’energia che consumano, quindi non generano reddito da lavoro locale sufficiente a compensare l’effetto reddito negativo.

L’effetto netto sul PIL è stimato in -0,1 punti percentuali nel 2026-2027: il calo dei consumi è parzialmente compensato dall’aumento del capex delle utility. Il rischio al ribasso più rilevante è quello dei blackout: un’interruzione di fornitura costa all’economia americana circa 8,4 dollari per kilowattora, quasi 50 volte il prezzo medio residenziale dell’elettricità.

Ovviamente, nel modo abitualmente panglossiano di chi fa questo tipo di ricerche, Goldman sottolinea che questi effetti negativi sono modesti rispetto alla crescita che l’AI è attesa generare nel lungo periodo. Il valore attuale delle perdite di PIL imputabili all’inflazione elettrica da AI ammonta a meno del 3% del valore attuale dei guadagni di PIL attesi dall’AI stessa entro il 2035.

A parte l’alea di realizzazione degli scenari previsti, che presumo e mi auguro sia stata inserita nella modellizzazione, il rischio politico, però, è che quei guadagni tardino a materializzarsi mentre le bollette salgono subito, combinazione che porterebbe a effetti piuttosto prevedibili, anche in termini elettorali, vista la crescente rilevanza del tema dell’affordability. Quindi, si fa presto a dire, come promettono gli hyperscalers, che gli utilizzatori di data center si faranno carico degli oneri da ricaduta negativa sul resto della popolazione. Le “tracimazioni” di costi non solo restano possibili ma sono destinate a manifestarsi con certezza.

Il confronto (perdente) con la Cina

Visto che siamo nell’era dell’elettricità, e che l’elettricità diverrà la wildcard dei vantaggi competitivi per i sistemi economici, è utile dare un’occhiata alla competizione tra Cina e Stati Uniti. I dati chiave:

Domanda attuale e proiettata (data center)

  • USA: circa 180 TWh consumati dai data center nel 2024 (IEA); proiezione +130% a 425 TWh entro il 2030 (IEA). I data center pesano per l’8,9% del consumo elettrico medio americano.
  • Cina: consumo data center 2024 molto inferiore in termini assoluti; proiezione +170% a 277 TWh entro il 2030 (IEA). I data center pesano per il 2,3% del consumo nazionale.
  • USA e Cina insieme pesano per circa l’80% della crescita globale di consumo da data center entro fine decennio.

Ma la Cina appare in forte vantaggio sotto un aspetto decisivo, avendo aggiunto 543 GW di capacità elettrica nel solo 2024. La capacità installata cinese è circa 3.200 GW, contro i circa 1.300 GW USA. La Cina ha proiezioni di 400 GW di capacità in eccesso entro il 2030, triplo rispetto alla domanda dell’intero parco data center globale. I data center cinesi pagano l’elettricità meno della metà dei tassi americani, e i cantieri passano dalla pianificazione all’operatività in mesi contro anni negli USA.

In un rapporto, la Federal Reserve ha rilevato che resta incerto se la capacità di generazione e trasmissione USA riuscirà a stare al passo con la crescita della domanda dei data center. Se gli USA hanno (ancora) il dominio sui supercomputer AI (74% della capacità globale contro 14% cinese), la Cina ha un vantaggio crescente sul lato infrastruttura energetica. La Cina sta attivamente spostando i data center energy-intensive nelle regioni occidentali alimentate da rinnovabili in eccesso (iniziativa “Eastern Data, Western Computing”). Nei circoli AI americani si teme che questo “electron gap” possa diventare un vantaggio strategico cinese se gli USA non risolvono i colli di bottiglia infrastrutturali.

Ecco quindi che nella corsa alla capacità serve tutto. Nelle aree statunitensi a più alta concentrazione di data center, l’aumento di domanda sta riportando in vita le centrali a carbone che erano in standby da fine vita. In Ohio, la domanda commerciale (proxy dei data center) è cresciuta dell’11% nel 2025; la generazione da carbone è aumentata del 23%.

In sintesi: gli americani hanno evidenti colli di bottiglia nella generazione di elettricità rispetto alla Cina, a cui peraltro la generazione costa assai meno. Il rischio di spillover sulle bollette di famiglie e aziende non-AI è molto alto e l’impatto potrebbe anche essere sottostimato. Questo avrà conseguenze sulla affordability, quindi estrema rilevanza politica, perché l’impatto distributivo del caro-elettricità è di natura intrinsecamente regressiva.

E l’Italia?

Prima di chiudere, visto che stiamo parlando di era dell’elettricità, diamo un’occhiata a quanto accade in Italia, in termini di data center. Un vero e proprio boom, si direbbe. Al giugno 2025 le richieste di connessione alla rete di Terna da parte di data center erano più di 300 per oltre 50 GW. Per avere un’idea di cosa stiamo parlando: nel 2025, secondo i dati di Terna, la massima potenza richiesta dal sistema elettrico nazionale è stata pari a 56,1 GW il giorno martedì 1° luglio nell’orario 14:00-15:00. Tra fine 2024 e agosto 2025 le domande sono passate da 30 GW a 55 GW (+83% in otto mesi). Dal 2020 al 2025 l’aumento è del 1.600%.

Milano e l’hinterland lombardo ospitano oltre il 50% delle richieste. I progetti più avanzati gravitano nell’area Settimo Milanese-Rho-Pero. In Puglia si punta su un progetto “Data Center Valley” con tre campus hyperscale per un totale dichiarato fino a 2 GW e investimento iniziale da 2 miliardi.

L’Italia ha già un costo dell’elettricità molto superiore alla media europea, e il gas pesa ancora per circa il 40% del mix energetico nazionale. L’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano avverte: il prezzo dell’energia italiano — sistematicamente al di sopra di quello spagnolo — potrebbe spostare l’attenzione degli investitori verso mercati alternativi come Spagna, Polonia e paesi nordici. La concentrazione geografica intorno a Milano pone inoltre un problema di equità energetica: il rischio è che le aree meno servite dalle infrastrutture digitali (Sud Italia) non beneficino dell’indotto, mentre pagano insieme agli altri l’aggiornamento della rete.

Di fronte a questi dati e a questo scenario, e dati i nostri colli di bottiglia e il nostro mix energetico è verosimile attendersi anche da noi, più che altrove, un non trascurabile rischio inflazionistico da data center. Attenzione: è un rischio imminente. Astenersi quindi i soliti nuclearisti di Pavlov, con la loro frusta geremiade: ah, se avessimo il nucleare!

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