La Norvegia si propone come fornitore energetico stabile e affidabile per l’Europa in un momento di instabilità geopolitica (guerra Ucraina, conflitto in Medio Oriente). Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, la Norvegia è diventata il maggiore fornitore di gas via gasdotto all’Europa. Il 90-95% del petrolio prodotto e il 100% del gas prodotto vengono esportati in Europa, secondo l’amministratore delegato di Equinor, azienda energetica statale norvegese.
Potenza fossile da export
Il gas norvegese nel 2024 costituiva il 30% delle importazioni totali di gas dell’Europa e il 9% del suo consumo, dati rimasti stabili al secondo trimestre 2025. La Norvegia ha registrato nel 2024 un record storico di produzione di gas: la produzione totale di gas naturale è salita del 6,9% a 124 miliardi di metri cubi (bcm), con esportazioni via gasdotto cresciute del 7,8% a 117,6 bcm, appena oltre il precedente primato del 2017. Nel 2024 la Norvegia è stata il nono maggiore produttore mondiale di gas naturale e il quarto maggiore esportatore, dietro soltanto Stati Uniti, Russia e Qatar.
La produzione è però vicina al picco strutturale, che dovrebbe essere stato raggiunto lo scorso anno con 120,4 bcm nel 2025, con un ulteriore calo a 110,8 bcm nel 2029. Il direttore del Norwegian Offshore Directorate (NOD) ha avvertito: senza nuovi investimenti ed esplorazioni, si andrà incontro a un rapido declino delle attività petrolifere. Secondo uno studio, la produzione norvegese nel 2040 potrebbe scendere al 55% del picco del 2024.
Aumentare l’offerta richiederebbe quindi nuova esplorazione e investimenti. L’obiettivo è rallentare il previsto declino produttivo post-2030 sviluppando nuove risorse nella piattaforma continentale norvegese. Ma c’è un problema: la Ue ha una strategia artica che discende direttamente dal Green Deal e da Net Zero 2050. Leggiamo, Anno Domini 2021:
Per prima cosa, la Commissione esplorerà con i partner un obbligo legale multilaterale di non consentire ulteriori sviluppi di riserve di idrocarburi nell’Artico o nelle regioni limitrofe, né di acquistare tali idrocarburi se fossero prodotti. Potremmo fare affidamento sulle parziali moratorie sull’esplorazione degli idrocarburi nell’Artico già in vigore con partner come gli Stati Uniti, il Canada o la Groenlandia.
In secondo luogo, l’UE accelererà la transizione verso l’energia rinnovabile affinché l’energia rinnovabile accessibile sia disponibile per tutti. L’Artico ha un enorme potenziale per le energie rinnovabili (geotermica, eolica, idrogeno verde ed energia idroelettrica). Lo sviluppo di tecnologie energetiche pulite è nell’interesse dell’Artico e dell’UE.
In conseguenza di tale strategia, Bruxelles preme su Oslo per fermare lo sviluppo di idrocarburi nell’Artico, mentre ha in corso una revisione mediante pubblica consultazione che si chiude domani, 16 marzo; una versione rivista è attesa prima dell’estate. Oslo a sua volta preme per eliminare la proposta di moratoria sulle estrazioni artiche.
Secondo il NOD, le risorse non scoperte del paese sono stimate a 3,48 miliardi di metri cubi equivalenti di petrolio e gas, di cui il 60% si ritiene si trovi nel Mar di Barents. A gennaio il governo ha proposto l’apertura di 70 nuovi blocchi all’esplorazione, più della metà nelle acque artiche del Barents.
Il Mar di Barents è quindi considerato la frontiera della produzione norvegese. Il governo stima che la regione contenga oltre il 60% delle risorse di idrocarburi non ancora scoperte del paese, ma le difficili condizioni ambientali e la mancanza di infrastrutture rendono lo sviluppo difficile. Finora solo tre giacimenti sono stati sviluppati sul lato norvegese del Barents: Snøhvit (2007), Goliat (2016) e Johan Castberg. Johan Castberg — il campo più settentrionale della Norvegia — al picco può produrre 220.000 barili al giorno, con volumi recuperabili stimati tra 450 e 650 milioni di barili. Equinor ha identificato ulteriori 250-550 milioni di barili di nuove riserve recuperabili nell’area circostante.
Tesori artici da cercare
Il “tesoro artico norvegese” non è ancora produzione. È stima geologica che richiede, nell’ipotesi migliore, decenni di sviluppo infrastrutturale prima di tradursi in gas o petrolio per i consumatori europei.
Il punto di riferimento quantitativo fondamentale è la valutazione del Servizio Geologico statunitense (USGS) del 2008: l’Artico conterrebbe il 13% (90 miliardi di barili) delle risorse convenzionali non scoperte di petrolio del mondo e il 30% di quelle di gas naturale non scoperte. L’84% si trova in aree offshore.
Ma è la distribuzione geografica a essere decisiva: il bacino Siberia occidentale e il bacino Barents orientale detengono il 47% delle risorse totali non scoperte (stimate), di cui il 94% è gas naturale e liquidi di gas naturale.
Chi controlla queste risorse? La Russia domina la produzione di idrocarburi nell’Artico con oltre il 90% del mercato locale, sia da riserve onshore che offshore. Il bacino della Siberia occidentale ospita 35 dei più grandi giacimenti russi artici, di cui 33 di gas e 2 di petrolio. Le risorse stimate sono ripartite circa: 65% petrolio e 26% gas in Nord America; 34% petrolio e 73% gas nella parte eurasiatica dell’Artico.
In sintesi: l’Artico è prevalentemente un continente di gas russo. Yamal LNG (operativo) nel 2024 ha spedito 287 carichi da 74.000 tonnellate ciascuno, per un totale di 21,2 milioni di tonnellate di LNG. Quasi l’80% delle consegne — 227 su 287 — è andato verso l’Europa, con Francia, Belgio e Spagna come principali acquirenti.
C’è poi Arctic LNG 2 (il cantiere geopolitico più rilevante): il progetto ha avviato le operazioni nell’agosto 2024 con il primo treno, riuscendo a spedire otto carichi, ma nessuno ha trovato acquirenti per i timori sulle sanzioni USA. In ottobre Novatek ha temporaneamente congelato l’impianto. A settembre 2025 il secondo treno è stato avviato con la prima consegna al terminal cinese di Beihai di PipeChina, segnando il primo acquirente disposto a sfidare le sanzioni.
Il campo Shtokman nel Barents russo — con 3,9 trilioni di metri cubi di riserve di gas — resta non sviluppato, bloccato dalla mancanza di investitori occidentali dopo le sanzioni.
Ciò premesso, come detto, la Commissione europea sta rivedendo la propria Strategia Artica, che dal 2021 impegna l’Ue a lavorare verso una moratoria internazionale sulle estrazioni di petrolio e gas nella regione. La posizione della Commissione potrebbe diventare revisionista, per amore o per forza: un portavoce ha dichiarato di non poter escludere che la nuova strategia artica rivedrà la moratoria, pur attendendo i risultati della consultazione.
Per parte loro, i norvegesi hanno prodotto un’argomentazione geometricamente sofisticata: la società di consulenza energetica Rystad Energy ha suggerito di escludere il Mar di Barents dalla definizione di “Artico” dell’UE, data la presenza della Corrente del Golfo che ne mantiene le acque libere dai ghiacci.
Il contro-argomento ambientalista è altrettanto netto: anche se l’Ue abbandonasse la moratoria, ci vorranno comunque decenni prima che nuove attività di petrolio e gas nell’Artico arrivino a produzione. L’Agenzia Internazionale dell’Energia sostiene che i giacimenti già scoperti o in sfruttamento sono sufficienti per soddisfare la domanda compatibile con gli obiettivi climatici.
Ue, potenza morale e moratoria
Vedremo come finirà ma sin d’ora ci sono alcuni punti fermi in questa situazione. La moratoria che Bruxelles vorrebbe imporre non tocca la Russia, che sviluppa Arctic LNG 2 usando tecnologia cinese e vende a Pechino. Tocca solo la Norvegia — alleata democratica che fornisce circa un terzo del gas europeo.
I tempi sono inoltre irrilevanti per l’emergenza: anche se la moratoria cadesse domani, qualsiasi nuovo giacimento artico norvegese richiederebbe 15-20 anni per arrivare in produzione. L’argomento di sicurezza energetica immediata è quindi una petizione di principio: il gas del Barents non può sostituire nulla nel breve termine. Il solito mismatch temporale che caratterizza gli investimenti energetici.
Il vero “tesoro” è russo e in stallo: le riserve artiche più grandi (Shtokman, Mar di Kara) sono russe e bloccate dalle sanzioni occidentali.
In sintesi, tutta la vicenda pare il trionfo dell’ipocrisia, oltre che della ormai abituale velleità europea a normare il pianeta. In primo luogo, come noto, la Norvegia è un notevole modello “duale”: genera sull’interno con rinnovabili, esporta felicemente fossili, ricicla i proventi di quelle vendite nel suo enorme fondo sovrano che tuttavia è inibito dall’investire in fonti fossili, forse per non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Tra un comitato etico e l’altro, anche i norvegesi si sono abituati al concetto di deroga e timeout, peraltro.
Nel frattempo, come detto, Bruxelles vuole moratorie sul fossile di origine artica, in modo da poter serrare il cappio al proprio collo, mentre crede davvero di poter condizionare la corsa agli idrocarburi in quella regione da parte delle grandi potenze, Russia in primis. Se qualcuno pensa che la ormai grottesca incoerenza di Donald Trump sia un accidente della storia, ci ripensi.
(Immagine creata con ChatGPT Sora)



