Nel secondo trimestre di quest’anno, l’economia della Cina è cresciuta del 3,2% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, tornando quindi alla crescita dopo il collasso di meno 6,8% tendenziale registrato nei primi tre mesi di quest’anno, in piena emergenza Covid: prima contrazione del Pil dalla fine della Rivoluzione culturale, negli anni Settanta. La borsa ha accolto la notizia con un mini crollo del 5% dopo un rialzo forsennato ed alimentato dai media secondo uno schema che ha ricordato sinistramente il collasso di agosto 2015.

Tempo addietro Facebook ha annunciato che, nel giro di cinque o dieci anni, sino a metà dei propri dipendenti potrebbe lavorare da casa. Non un episodio isolato, visto che a maggio il boss di Twitter, Jack Dorsey, ha comunicato che i propri dipendenti potranno continuare a lavorare da casa, per il tempo da essi giudicato opportuno e necessario. Decisioni che aprono la strada a ripercussioni di ampia portata sul mercato del lavoro, e che è opportuno monitorare.

Questa settimana ci occupiamo dell’audizione del presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust), Roberto Rustichelli, in Commissione Politiche europee della Camera. Dove si è ripetuta una circostanza singolare: presidenti di autorità di regolazione che svolazzano liberamente su temi che non appaiono strettamente attinenti al loro ruolo ed alle loro funzioni. Per permettervi di comprendere meglio ciò che scrivo e vedrete nel video, qui sotto trovate il testo dell’intervento, dove ho evidenziato i passaggi più “interessanti”.

La pandemia ha colto gli stati in condizioni fiscali molto diverse. La Germania ed i cosiddetti “frugali” (il termine deriva, presumo, dai loro surplus di bilancia commerciale, che spesso fa dire che paesi in queste condizioni vivrebbero al di sotto dei propri mezzi) hanno avuto spazio per un vigoroso impulso fiscale espansivo; altri, tra cui il nostro, giunti all’appuntamento col destino in ben altre condizioni fiscali, sono costretti a sperare in sussidi esterni o improbabili cancellazioni di debito. Ci sono anche paesi giunti alla pandemia con una pressione fiscale relativamente bassa, ed ora devono decidere che fare.

Ieri è formalmente scaduto il termine utile per negoziare una proroga del regime transitorio tra Regno Unito e Ue, durante il quale i britannici continuano ad accedere a unione doganale e mercato unico. Dovrebbe quindi essere confermato che, il prossimo primo gennaio, il Regno Unito regolerà i propri rapporti con l’Unione o a mezzo di un trattato di libero scambio approvato nel frattempo, oppure con le tariffe doganali standard della WTO. Premesso che, se volete i miei due centesimi, quella di ieri era una finta deadline, non è di questo che voglio parlarvi, oggi.

Si è aperto l’evento che dovrà disegnare l’Italia del futuro, dopo il Grande Reset della pandemia. Almeno, questo ci viene detto. C’è motivo di esercitare l’abituale scetticismo, che per i nostalgici del Ventennio si chiama disfattismo, per una adunanza a porte socchiuse che promette di essere l’ennesimo attovagliamento ultra corporativo dove il sistema-paese è la somma di istanze, e il comune denominatore non si trova. O meglio, quello che si trova è il badile per scavare più in profondità la fossa del paese.

Nella Nuova Era Pandemica accade anche che l’Unione europea accorra a puntellare quei circoli viziosi (per qualcuno, intrecci perversi) che ha sin qui cercato di attenuare. Tutto, pur di evitare che i paesi entrati nella crisi già in condizione di elevata fragilità finanziaria possano collassare e scaricare onde sismiche sul continente. Il problema è che ogni azione corrente, la cui intenzione è quella di rendere il sistema più resiliente, produrrà l’effetto opposto, aumentandone la fragilità.