Ad intervalli regolari, nel nostro paese vengono importate bufale. Ancor più spesso, si tratta di bufale prodotte in Italia ed esterovestite. Non si tratta di formaggi, ovviamente, ma di panzane. Meglio se di dichiarata provenienza statunitense, perché gli Usa restano un modello, positivo e negativo, per noi piccoli abitanti della periferia e provincia dell’Impero. Dalla bufala su “facciamo come gli americani, scarichiamo tutto!”, che ancora resiste nella hit parade delle scemenze domestiche, e che giunse ad avere come testimonial il buon Angelino Alfano a quella, più sofisticata, diffusa da Matteo Renzi sull’espansione fiscale di Obama come modello da seguire in Europa.

Come riporta e ricorda il Financial Times, Donald Trump si accinge a passare alla storia come il presidente degli Stati Uniti con il maggior potenziale di conflitto d’interessi. I suoi affari appaiono inestricabili dal suo ufficio pubblico, malgrado egli affermi vigorosamente il contrario, mentre tenta di incolpare di questo spin la “stampa imbrogliona”. Le cose in effetti sono piuttosto problematiche, e per noi italiani molto familiari. Il caro, vecchio e romantico concetto di democrazia liberale, già da tempo consunto dall’uso e ormai derubricato a nobile simulacro, è a rischio di finire come il dodo.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dopo la reazione di forte avversione al rischio conseguente alle prime ore di smarrimento per l’esito elettorale, i mercati finanziari statunitensi hanno premiato Donald Trump con un rally che a molti osservatori inizia ad apparire eccessivo, con benefici per banche, farmaceutica e biotecnologia e più in generale per i titoli manifatturieri orientati al mercato domestico. Il forte rialzo dei rendimenti sin qui osservato appare conseguenza di attese inflazionistiche, che si producono sia per effetto del forte impulso fiscale promesso da Trump su un’economia già al pieno impiego, sia perché l’orientamento protezionistico del presidente eletto minaccia una ripresa dell’inflazione per effetto dell’imposizione di tariffe doganali.

Tentiamo una rapida rassegna degli assi portanti delle proposte economiche del presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump. Premesso che tra i punti programmatici e la loro effettiva realizzazione passa sempre un oceano o più spesso il Triangolo delle Bermude, tentiamo di valutare se e come si realizzerà la “rivoluzione” trumpiana, soprattutto rispetto al suo target di “consumatori”, cioè quelli che lo hanno votato, comprandone le tesi.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dopo quasi dieci anni di espansione monetaria, tradizionale e soprattutto non convenzionale, la Federal Reserve ha proceduto al primo rialzo dei tassi ufficiali d’interesse. La ritrovata condizione di piena occupazione degli Stati Uniti e un tasso d’inflazione di riferimento (quello della spesa per consumi personali al netto delle componenti volatili di alimentari ed energia) che si è riportato in prossimità del 2% hanno indotto Janet Yellen e colleghi ad agire. Ma da ora in avanti ci si interrogherà soprattutto sul sentiero temporale dei prossimi rialzi, dopo che la Fed ha previsto per il 2016 un punto percentuale di rialzo, ben oltre quanto attualmente scontato dai mercati.

Domanda: che si fa, quando si hanno i tassi a zero, si passa circa un anno a convincersi che siano maturi i tempi per aumentarli, grazie a dati economici robusti, ma ciò finisce col causare imponenti deflussi di capitali dai paesi emergenti, facendo crollare i prezzi delle materie prime (anche per effetto del rallentamento cinese), mandando in crisi i sopracitati emergenti, ed alla fine si scopre che forse i tassi non sono da alzare?

E così, alla fine, la Fed di Janet Yellen ha deciso di non procedere al primo, “storico” rialzo dei tassi ufficiali d’interesse dopo la Grande Recessione, ponendo fine a settimane se non mesi di purissima paranoia di mercato ed aprendo la strada ad altrettante settimane e mesi di purissima paranoia di mercato. Qualcosa di rilevante, anche senza spingersi a definirlo “storico”, è invece contenuto nel comunicato finale del FOMC, al passaggio in cui si citano “recenti sviluppi globali economici e finanziari”, in grado di “frenare in qualche modo l’attività economica e di mettere ulteriore pressione al ribasso all’inflazione nel breve termine”, motivo per cui serve proseguire nel cosiddetto “accomodamento monetario”. La Fed (e gli Stati Uniti) sono parte del mondo, ora è proprio ufficiale.

È ora che la Federal Reserve alzi i tassi?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Giovedì 17 settembre la Federal Reserve deciderà se iniziare ad alzare i tassi ufficiali d’interesse, ponendo fine ad oltre un lustro di politiche monetarie non convenzionali senza precedenti, in risposta alle crisi di Lehman e dell’Eurozona. L’evento, a due anni di distanza dall’annuncio della progressiva rimozione degli acquisti di titoli obbligazionari, il cosiddetto quantitative easing, ha trasmesso scosse sismiche ai mercati globali, soprattutto quelli emergenti, che tendono a pagare molto caro l’apprezzamento del dollaro ed il rialzo dei tassi statunitensi, con deflussi di capitali che spesso sono disordinati e massivi, destabilizzandone le economie.