Negli Stati Uniti da qualche tempo, in parallelo al rally di borsa, si è affermata una tendenza che è la riproposizione di quanto già visto prima dello scoppio della crisi: indebitarsi utilizzando come garanzia un attivo patrimoniale. Nella scorsa esistenza era il debito contratto a valere sulla propria abitazione, ed utilizzato per espandere soprattutto i consumi. Il nome esotico della pratica era “mortgage equity withdrawal“, cioè la monetizzazione a debito di parte del valore netto dell’abitazione, cioè la differenza tra quest’ultimo ed il mutuo residuo in essere. Oggi la stessa pratica viene effettuata ponendo a garanzia il proprio conto titoli in amministrazione, quello che viene chiamato brokerage account. Il rischio di finire nei guai resta alto.

La vigorosa azione di politica monetaria non convenzionale della Federal Reserve, che ha schiacciato i tassi ufficiali a zero e promette di mantenerli tali ancora per anni, ha avuto un importante effetto collaterale: la ricerca spasmodica di rendimento da parte degli investitori, che hanno rovesciato fiumi di denaro soprattutto sulle obbligazioni High Yield, quelle a minor merito di credito e che talvolta vengono definite “spazzatura”.

Nel corso della testimonianza davanti alla Commissione Bancaria del Senato degli Stati Uniti, martedì scorso, Ben Bernanke ha commentato i potenziali effetti negativi dell’entrata in vigore della cosiddetta sequestration, cioè dei tagli automatici alle spese per discrezionali e di Difesa, che dovrebbero entrare in vigore alla mezzanotte di oggi, ora di Washington, conseguenza dell’accordo di Capodanno tra Casa Bianca e Congresso sulla manovra di consolidamento fiscale.

Più di un processo, serve una legge sui conflitti di interesse delle agenzie di rating

di Mario Seminerio – Libertiamo

Martedì scorso, l’Amministrazione Obama ha formalmente accusato l’agenzia di rating Standard& Poor’s di aver mentito agli investitori sul reale stato del mercato immobiliare statunitense nell’imminenza dello scoppio della bolla subprime, perché ciò avrebbe significato perdere clienti, cioè le società che richiedono l’emissione di un rating su proprio debito. La mossa ha conseguenze potenzialmente di vasta portata, non solo per S&P ma più in generale per tutto il sistema delle agenzie di rating, ed è verosimilmente destinata a causare ampi fraintendimenti anche a casa nostra, dove già vi sono evidenze di un improprio protagonismo di frange della nostra magistratura inquirente, nella più placida inconsapevolezza di una politica che ha ormai perso il polso dei tempi. Ma andiamo con ordine.

Contravvenendo allo spirito natalizio ed alla quiete sintetica che di solito caratterizza l’inizio anno di noi decadenti occidentali, ci corre l’obbligo di segnalarvi un piccolo dettaglio sul cosiddetto “accordo” tra Casa Bianca (e Democratici) e Repubblicani per “evitare” l’ormai celebre Fiscal cliff , che molti giornalisti italiani avevano già adottato come surrogato delle profezie Maya.

E’ già successo altre volte nel passato, ma oggi le circostanze sono ancor più pressanti e critiche: gli Stati Uniti si stanno innervosendo per l’elevato e persistente surplus delle partite correnti tedesche, fonte di “asimmetria” entro un’Eurozona in perenne stretta fiscale e che rappresenta una strategia di free riding della domanda globale, senza peraltro contribuire ad essa. Significativo che il Tesoro statunitense riconosca il “progresso” cinese verso il riequilibrio bilaterale delle partite correnti, passato attraverso un apprezzamento dello yuan contro dollaro del 40 per cento dal 2005 ad oggi, a cui ha contribuito anche il recupero salariale in Cina.

Dopo la riconferma di Barack Obama alla Casa Bianca, la realtà bussa (anzi, picchia i pugni) sulla porta: mercati azionari in picchiata sul timore del fiscal cliff, la stretta fiscale automatica che a Capodanno farà la festa all’America ed al mondo e che promette una stretta al Pil Usa dell’ordine del 4 per cento (ma verrà evitato, anche se non completamente, tranquilli). E le agenzie di rating, che segnalano (oggi con Fitch) che, se non si neutralizza il fiscal cliff, se il tetto legale allo stock di debito federale non verrà innalzato in modo tempestivo e se non si metterà in pista un percorso di risanamento fiscale, l’America perderà la seconda tripla A, dopo quella che S&P le ha strappato dal petto nell’estate del 2011, peraltro senza danni al costo del debito, che anzi da allora è addirittura diminuito.