Il cosiddetto accordo raggiunto ieri nel golf club scozzese del presidente americano tra Donald Trump e Ursula Von der Leyen appare la conferma di quello che ci si attendeva nei giorni immediatamente precedenti. Quello che è apparso disturbante è l’ottica del contesto in cui è maturato l’annuncio, con Trump trionfante e Von der leyen, che di suo è sempre molto composta e compita, a elargire sorrisi poi confermati nella rapida conferenza stampa successiva.
Anche in questo accordo ci sono gli elementi che abbiamo imparato a conoscere: in primo luogo, che non tutto è chiaro e che serviranno ulteriori messe a punto, perché il diavolo resta sempre confortevolmente annidato nei particolari. L’architrave è un dazio di base del 15 per cento sulla maggior parte dell’export della Ue, auto incluse, senza quote.
La Ue comprerà gas statunitense per 750 miliardi di dollari in un triennio, come specificato da Von der Leyen, cioè sino al termine del mandato di Trump. In tal modo, sostituirà definitivamente le residue forniture russe. Previsti 600 miliardi di investimenti aggiuntivi europei negli USA, non è chiaro da parte di chi e per cosa. L’ipotesi è che le grandi aziende europee della difesa verranno “istruite” a insediarsi negli Stati Uniti, visto che non è che si possa dire alle aziende private “vai e investi”. Certo, se cambiano le condizioni di attrattività e i costi relativi, le aziende europee troveranno convenienza a rilocalizzarsi in modo spontaneo. Vedremo quindi quanta parte della spesa del riarmo Nato defluirà verso gli Stati Uniti, abbattendo il proprio potenziale moltiplicativo.
Nel comunicato, la Commissione Ue ha rimarcato che c’è anche spazio per dazi “zero per zero”, indicando “alcuni prodotti chimici, alcuni farmaci generici, attrezzature per semiconduttori, alcuni prodotti agricoli, risorse naturali e materie prime critiche. E continueremo a lavorare per aggiungere altri prodotti a questo elenco”.
Come per ogni accordo con Trump, sono subito emerse discrepanze tra le interpretazioni delle controparti. Trump ha parlato di apertura dei mercati Ue “a zero tariffe”, che poi è lo “zero per zero” di Von der Leyen visto da altra angolazione. Ma di che perimetro parliamo? Abbiamo divelto i guardrail fitosanitari in agricoltura? Non si direbbe. Poi, Von der Leyen ha detto che il dazio del 15 per cento riguarda anche il settore farmaceutico ma che potrebbero esserci cambiamenti in conseguenza di iniziative americane, nel senso delle “indagini” di sicurezza nazionale, ex Sezione 232, che arriveranno nelle prossime settimane.
Ancora: Trump ha detto che i dazi al 50 per cento su acciaio e alluminio restano intatti, Von der Leyen sostiene che ci sarà un sistema di quote che permetterà di applicare l’aliquota del 15 per cento.
Come sappiamo, un trattato commerciale richiede anni di negoziati, centinaia di pagine tra lavori preparatori e testo vero e proprio, una cura maniacale dei dettagli. Tutte cose che i “deal” con Trump non hanno. Ci accorgeremo col tempo quanto pesa questa mancanza. Nel frattempo, ecco la solita sequenza di domande e risposte.
La Ue non aveva strumenti di ritorsione?
In teoria sì, e cioè tutto il settore dei servizi tech. Che poteva essere colpito in modo estremo attivando lo strumento anti-coercizione, che può arrivare a sospendere i diritti di proprietà intellettuale. Non è stato fatto perché forse non c’era vera volontà da parte delle capitali, Berlino in testa. Forse si è temuto che gli europei non disponessero della capacità di sostituire la tecnologia americana. Inoltre, credo che su questa arrendevole postura negoziale abbia pesato anche il desiderio di “tenere a bordo” gli americani sull’Ucraina. Ma anche con queste considerazioni, sentire Von der Leyen che dice che “bisognava ribilanciare” l’interscambio, non è un bel sentire.
Ma Von der Leyen ha agito in autonomia oppure i maggiori stati, soprattutto la Germania, l’hanno teleguidata?
Forse entrambe le cose. Ma il cancelliere Friedrich Merz, a caldo, si è detto soddisfatto perché è stata rimossa una grande fonte di incertezza. Un concetto simile lo ha espresso Giorgia Meloni. I tedeschi avevano cercato di proteggere il proprio settore auto con una proposta che avrebbe significato l’accelerazione della deindustrializzazione europea: un’auto europea costruita in Ue esportata in esenzione totale di dazi per ogni auto europea costruita negli USA e destinata all’esportazione in Ue. Ma è stata scartata, pare soprattutto dagli americani.
Ma questo accordo verrà ratificato da tutti i governi della Ue?
Immagino di sì. Altrimenti, tutto tornerebbe in alto mare e scatterebbe il dazio al 30 per cento e anche oltre, per “punizione”, e non credo che qualche capo di stato o di governo voglia prendersi questa responsabilità. Però mi aspetto grandi mal di pancia a livello politico, con dichiarazioni negative, almeno di circostanza, e prese di distanza da recita per contenere le opposizioni nazionali. Il che conferma quello che sappiamo da tempo.
Cosa?
Che la Ue è la somma di interessi nazionali, che ogni posizione “comune” è un denominatore assai minimo e minimale. Questa è la debolezza congenita della costruzione europea, ed è ineliminabile. Altro che “Stati Uniti d’Europa”. Fare la faccia feroce con l’export altrui non pare il metodo migliore per vincere collettivamente un braccio di ferro. Mi conforta che altri la pensino come me:

In Italia, le prime dichiarazioni degli esportatori sono state molto negative.
Ti aspettavi qualcosa di diverso? Ma ormai tutti sapevano e sapevamo che quel 15 per cento era reale e la base irrinunciabile per Trump. Quindi mi stupisco dello stupore. Non mi stupisco affatto, invece, dei comunicati.
In che senso?
Nel senso che è già tutto un “dateci sostegni e compensazioni”. Cioè, usate denaro dei contribuenti italiani per pagare i dazi di Trump a beneficio degli americani e preservare marginalità e utili dei nostri esportatori. Ho una notizia per loro: i profitti non sono un diritto acquisito: esiste il rischio d’impresa e shit happens. Però almeno avremo un grande esperimento in vivo: chi dice che il nostro export è talmente superiore da essere pressoché al teflon rispetto ai dazi, scoprirà se la sua tesi è corretta. Temo di no ma posso sbagliarmi.
Ma potremo almeno tentare di recuperare altri paesi di sbocco, no?
Ieri sera mi ha fatto sorridere Von der Leyen, che nel punto stampa ha fatto l’esempio dell’Indonesia, “un mercato enorme, oltre 200 milioni di persone”, da sviluppare. Certo, senza dubbio. Ma il mercato americano resta il primo al mondo, non scordiamolo. Stesso concetto vale per quel singolare proiettile d’argento che è il trattato tra Ue e Mercosur, manco quest’ultimo fosse l’Eldorado. Se solo si riuscisse a parlare di cose che si conoscono, e si conoscessero gli ordini di grandezza…
Quindi Trump vince su tutta la linea…
Trump vince perché i mercati sin qui glielo hanno permesso. Nel senso che, continuando a salire, lo hanno convinto che i dazi fossero in qualche modo legati a quel rialzo. Più dazi, più rialzi. Sin quando esisterà questa correlazione, lui non si fermerà. E i suoi consiglieri faranno il giro di campo, vedi dichiarazioni di ieri del dottor Stranamore Stephen Miran. Ma i mercati sinora hanno dato luce verde a Trump, a parte le convulsioni del 2 aprile, perché è l’economia a dargli luce verde, almeno sinora.
In che senso?
Nel senso che l’inflazione da dazi non compare ancora, e Trump e i suoi si stanno convincendo che mai apparirà. In effetti, secondo alcune evidenze, sono gli esportatori che per ora si fanno carico del dazio, magari in collaborazione con i distributori americani che avevano riempito i magazzini. Ma le scorte terminano, a un certo punto. Da lì in avanti, la realtà emergerà e si scoprirà chi paga davvero tra esportatori, importatori e consumatori, e in che misura.
Però, tornando a questo “accordo”, come dicono tutti o quasi, ora c’è stabilità…
Stabilità da un accordo con Trump, di cui mancano sistematicamente tutti i dettagli, e che Trump in ogni momento potrebbe far saltare con un tweet? Auguri. Certo è che “stabilità” con dazi al 15 per cento e altri in arrivo dalle indagini settoriali è un concetto po’ problematico. Ricordiamo anche che la forma definitiva di stabilità è la morte.
- Aggiornamento del 29 luglio – A conferma che conosco i miei polli e le loro dinamiche, la Commissione Ue precisa l’ovvio (forse non per tutti), e cioè che gli accordi annunciati non sono al momento legalmente vincolanti, e che servirà tempo per dettagliare. Perché così funzionano gli accordi commerciali veri, cioè tutto quello che Trump non fa. Ma, considerando che le due controparti sono esistenzialmente agli antipodi, non mi stupirei alla notizia del collasso dell’accordo. Però, ehi, abbiamo abbattuto l’incertezza, no?
(Immagine creata con ChatGPT)



