A partire dal primo gennaio, la Bce interromperà non solo gli acquisti di titoli di stato dell’Eurozona, certamente la componente quantitativamente più rilevante del cosiddetto easing quantitativo (QE), ma anche quelli di obbligazioni societarie. Questa circostanza potrebbe creare più di un problema ai mercati ed ai debitori, viste le modalità degli acquisti.

Posticipare il primo rialzo dei tassi e nuovi finanziamenti agevolati per le banche sono tra gli strumenti disponibili

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

A fine anno la Banca centrale europea concluderà il suo programma di acquisti noto come Quantitative easing (QE), ma la congiuntura dell’Eurozona mostra segni di affaticamento in alcune delle sue maggiori economie: nel terzo trimestre l’Italia è tornata a stagnare e la Germania (ma si avrà conferma solo il 14 novembre) dovrebbe segnare una forte frenata rispetto al +0,5% del secondo trimestre, imputabile soprattutto alla manifattura e che viene forse un po’ troppo sbrigativamente e semplicisticamente ricondotto ai colli di bottiglia causati dai nuovi e più rigorosi test per le emissioni degli autoveicoli.

Come ormai sanno anche le pietre, dal prossimo primo gennaio la Banca centrale europea non acquisterà più titoli di stato dei paesi dell’Eurozona, limitandosi (sino a nuovo avviso) a reinvestire cedole e titoli scaduti. E fin qui, direi che ci siamo. Il problema, per l’Italia, deriva dal rischio di una ridefinizione dei criteri in base a cui gli acquisti vengono ripartiti tra i paesi dell’Eurozona. Qui per noi potrebbero sorgere problemi aggiuntivi.

Ieri è uscito un imprescindibile documento, elaborato dagli uffici del ministro per le Politiche europee, Paolo Savona, destinato a fornire una pluralità di spunti di riflessione sulle riforme della governance europea. Anzi. della politeia, come tiene a rimarcare il ministro, perché governance è troppo tecnocratico ed aziendalistico, mentre politeia indica qualcosa di ben più elevato e complesso, nella categoria del bene comune. Tutto ciò premesso, vediamo i punti qualificanti per mutare l’architettura istituzionale dell’eurozona, almeno secondo Savona.

Oggi, rispondendo su Repubblica ad un editoriale critico di Ferdinando Giugliano, il ministro per le Politiche europee, Paolo Savona, pesca a strascico una serie di correlazioni spurie e commette un errore da matita blu, nel tentativo di illustrare la sua Grande Riforma della Banca centrale europea. Il tutto dopo aver rilasciato ieri un’intervista in cui ha spiegato come spianare il Turchino ed i conti con l’estero italiani. Per puro dovere di antropologo militante, riporto e commento gli episodi.

Della serie “mi si nota di più se mi chiudo in un ostinato ed altero silenzio o se pronuncio delle pensose ricette di politica economica così ermetiche da risultare incomprensibili?”, oggi il marziale ministro degli Affari europei, Paolo Savona, parlando alle Commissioni Ue di Camera e Senato ci ha fatto sapere cosa servirebbe, tra le altre cose, per “salvare l’euro”.

Come scrivevo ieri, il governo che M5S e Lega stanno tentando di costruire dovrà fatalmente misurarsi, prima o poi, con la lista di promesse elettorali copiosamente generate dai due partiti. La controparte contrattuale sarà la solita stronza di realtà, intenta a fumarsi una sigaretta mentre si appoggia mollemente ad una staccionata. La giornata di ieri è stata, in questo senso, illuminante.

Dopo che l’Eurogruppo, cioè il consesso dei ministri delle Finanze dell’Eurozona, ha designato l’attuale ministro dell’Economia spagnolo, Luis de Guindos, come prossimo vicepresidente della Banca centrale europea, parte non minoritaria della stampa italiana ha iniziato a battere il tamburo del vittimismo, secondo uno schema tanto collaudato quanto stucchevole. Il modo peggiore per proseguire sulla strada della irrilevanza europea, dopo le buffonate dei programmi elettorali.