di Massimo Famularo

Egregio Titolare,

preso atto che la pubblicazione dell’ultimo addendum alle linee guida per la gestione dei NPL, pubblicate lo scorso marzo dalla Banca Centrale Europea, ha offerto ai commentatori nostrani l’occasione di fare sfoggio delle più raffinate doti nell’antica arte dell’orazione “Cicero pro domo sua”, appare oltremodo opportuno provare a valutare nel merito il contenuto e le possibili conseguenze per gli istituti di credito italiani delle best practices suggerite dall’organo di vigilanza.

Come prevedibile e previsto, l’onda di piena dello sdegno patriottico bancario per la proposta della vigilanza Bce sulle sofferenze si sta gonfiando col passare delle ore. I giornali italiani sono a maggioranza turgidi d’ira contro l’organismo guidato da Danièle Nouy, che ardirebbe prevedere veri e propri piani d’ammortamento per le sofferenze, fissati a due-tre anni per i crediti non garantiti e sette anni per quelli garantiti.

Non si può mai stare tranquilli, signora mia. Non abbiamo neppure fatto a tempo a rallegrarci col presidente dell’Abi per il taglio netto delle sofferenze del sistema bancario italiano (conseguito con modalità non esattamente esaltanti ma son dettagli), che subito quei cattivoni della vigilanza Bce tornano alla carica per infliggerci nuove emicranie sullo stesso tema. E subito scatta la difesa patriottica del nostro prodotto tipico, il non performing loan, a cui qualcuno dei nostri eroi vorrebbe fosse assegnata la protezione d’origine, come la mozzarella di bufala.

Partecipando quest’oggi ad un convegno della Cgil, il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, ha ritenuto di regalarsi un moto di orgoglio, commentando il calo delle sofferenze dei nostri istituti di credito. Dove siano i meriti “veri”, tuttavia, è più disputabile. “Siamo andati avanti per mesi a parlare del problema mondiale degli Npl italiani e ora che in sette mesi sono diminuiti del 25 per cento non ne parla più nessuno”. Che, detta, in questi termini, sembra la versione alternativa di “ehi, perché non ci fate i complimenti, visto quanto siamo stati bravi?”. Ma fu vera gloria?

Ieri, in una intervista al Quotidiano nazionale, il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, ha affrontato il tema della proliferazione delle criptovalute, l’ultimo strumento in ordine cronologico a svolgere la fondamentale funzione di separare gli sciocchi dal loro denaro. La soluzione proposta è semplicemente geniale.

Un nuovo dramma, di quelli rallentatore, sta avviluppando risparmiatori italiani che hanno messo soldi in una banca: quello delle azioni della Banca Popolare di Bari. La storia è nota: risparmiatori che comprano azioni della loro banca cooperativa, pensando che non di capitale di rischio si tratti bensì di una sorta di salvadanaio rafforzato. C’è il dettaglio che quelle azioni non sono quotate da nessuna parte, e quindi per liquidare l’investimento occorre attendere che ci siano compratori ma che sarà mai?, si saranno detti i risparmiatori, forse “consigliati” dal personale della banca. Prima o poi, tutto si aggiusta. E invece no.

Su La Verità, un articolo che ricorda la triste vicenda di Coop Centro Italia, che ha subito una devastazione patrimoniale a causa dell’irrazionale investimento in azioni MPS, che ha violato ogni più basilare regola di diversificazione degli investimenti, a conferma di quanto sia drammatica l’emergenza alfabetizzazione finanziaria in questo paese. Ma c’è anche dell’altro.