In che modo il diritto societario può essere utile a perseguire l’obiettivo prioritario di favorire la na­scita, la crescita e la competitività delle imprese? In che misura, dopo le riforme attuate in questi anni, il diritto societario italiano svolge questa funzione? Quale dovrebbe es­sere il ruolo della Comunità Europea nella disciplina della corporate governance? Quale ruolo essa ricopre effettivamente? A queste domande fornisce risposta il nuovo libro pubblicato da IBL Libri: “Le regole della finanza. Diritto societario e mercato in Italia e in Europa”, di Luca Enriques.

Tempo addietro vi abbiamo segnalato la rivoluzione che Giulio Tremonti si accinge ad introdurre nel sistema tributario italiano: dal prossimo anno tornerà il principio del “solve et repete“, in base al quale i debiti verso la pubblica amministrazione devono essere pagati anche prima di essere accertati. Una vessazione che era stata espunta dal sistema tributario italiano nel preistorico 1961, per opera della Corte costituzionale: ma si, quella che applica i precetti di una carta cattocomunista e retrograda, ricordate? E del ritorno del solve et repete si occupa un Focus dell’Istituto Bruno Leoni, curato da Serena Sileoni.

Oggi a Parma:

«L’Italia è il paese meno libero d’Europa, dal punto di vista economico. Secondo l’Indice della libertà di intrapresa, sviluppato dall’Istituto Bruno Leoni, le nostre imprese sono libere al 35 per cento, ben sotto la media europea (57 per cento) e a distanza siderale dal paese più libero, l’Irlanda (74 per cento). (…) In relazione all’Italia, l’aspetto più clamoroso riguarda il fatto che il nostro 35 per cento – sebbene rispecchi una realtà relativamente variegata – non è il frutto della media tra valori molto alti e molto bassi, ma dipende dal fatto che, per ciascuna delle nostre cinque aree, l’Italia si colloca nelle ultime posizioni in graduatoria (con la significativa eccezione della libertà del lavoro). In particolare, il 35 per cento di libertà d’intrapresa rispecchia la media tra il 31 per cento di libertà dal fisco, il 42 per cento di libertà dallo Stato, il 48 per cento di libertà del lavoro, il 37 per cento di libertà d’impresa, e addirittura il 18 per cento di libertà dalla regolazione»