Nella legge di Bilancio 2018 è prevista l’inclusione degli investimenti immobiliari nei Pir (piani individuali di risparmio), la ormai nota esenzione fiscale centrata su investimenti almeno quinquennali in imprese italiane (per 30 mila euro annui, fino ad un massimo di 150 mila). Oggi sul Corriere trovate la perplessità di un addetto ai lavori su questo inserimento.

Sul Sole di ieri è comparso una tabella riepilogativa dell’offerta “pre-impacchettata” di Piani individuali di risparmio da parte di banche e reti. Come noto, i Pir offrono la possibilità di godere di esenzione fiscale investendo per un quinquennio in azioni e debito di piccole e medie imprese italiane. I dati confermano i timori qui espressi, tempo addietro: un crescente rischio di predazione da parte degli intermediari ma anche e soprattutto un effetto liquidità che pone le basi per una bolla speculativa.

Alla settima edizione del Forum Nazionale sulla consulenza finanziaria, organizzato da Ascosim, intervento di Oscar Giannino, Carlo Alberto Carnevale Maffè e del vostro titolare. Le sfide della consulenza indipendente, nel momento in cui il legislatore tenta di accompagnare il processo di “debancarizzazione” della gestione del risparmio ma declina l’intervento in modo differente dall’esperienza prevalente estera, concentrandosi su piccole e medie imprese domestiche. In un simile contesto, i risparmiatori rischiano non poco, stretti tra la droga fiscale dei nuovi Piani individuali di risparmio (Pir), il forte appetito delle reti di vendita a costruire prodotti di risparmio gestito ad elevate commissioni di gestione, spesso senza giustificazione ma al solo scopo di catturare per sé il beneficio fiscale, l’enorme bias domestico dei Pir, che rischia di mandare a monte l’esigenza di diversificazione in portafogli che non sono esattamente modelli in tal senso.

Sulla urgente necessità di educazione finanziaria per gli italiani, nessuno ha più nulla da obiettare. Ma non parliamo solo di arrivare a capire natura, struttura e rischi delle obbligazioni subordinate, ed evitare bail-in e burden sharing. No, parliamo delle leggendarie “basi” dell’investimento. Ad esempio, la diversificazione del rischio e, ancora più a monte, una cosetta chiamata capitalizzazione composta. Casca a fagiolo quindi un post molto informativo e formativo di Nicola Borri per lavoce.info.

Da qualche tempo, su un settimanale di mercati finanziari e sul corrispondente quotidiano, edito dallo stesso gruppo editoriale, è in corso una singolare campagna “patriottica” a favore delle nostre banche. Gli ingredienti sono i soliti: il complotto dello Straniero, in particolare della Commissione Ue asservita ai tedeschi, e la “speculazione” internazionale che prende di mira i nostri istituti di credito, mettendoli in ginocchio. Nulla di inedito, molto di agostano: alla fine, in un modo o nell’altro, le pagine vanno imbrattate di inchiostro, senza tregua.

All’indomani del patriottico annuncio del presidente di Adepp ed Enpam, Alberto Oliveti, che ha accolto la richiesta del governo per un obolo da 500 milioni in Atlante 2, il veicolo che comprerà le sofferenze di MPS (e di nessun altro, si noti), ed in attesa che le singole casse previdenziali professionali si pronuncino nel merito, si registra il no forte e chiaro, a mezzo di un comunicato, della Adc, sigla sindacale dei dottori commercialisti. Perché le criticità di questa operazione sono molte e variegate, allo stesso modo in cui il modo convulso ed emergenziale con cui il governo sta tentando di metterla in piedi resteranno nei libri di storia patria come preclaro esempio del perché l’Italia è fallita.

Come ormai sanno anche i paracarri, in Italia è divenuta questione di vita o di morte “fare affluire”, “canalizzare” o altra immagine idraulica, il denaro dei risparmiatori verso le imprese, meglio se piccole e medie. Ormai ne parlano anche nelle previsioni del tempo, è la nuova crociata nazional-popolare, il proiettile d’argento che ci salverà dalla perdizione. Nel frattempo, si scoprono gli arcinoti problemi della previdenza complementare volontaria, come ad esempio l’interruzione dei versamenti causa crisi, ma anche l’esosità della pressione fiscale sullo strumento previdenziale integrativo. Gli scopritori di queste criticità tendono ad appartenere allo stesso gruppo di quelli che li hanno provocati.

Il governo sta pensando a misure di agevolazione fiscale per incentivare la “canalizzazione del risparmio” (cit.) verso le piccole e medie imprese. Iniziativa astrattamente meritoria, non foss’altro perché rimedia (sia pure in modo parziale) all’inasprimento di tassazione del risparmio che ha caratterizzato l’esordio di Renzi come gabelliere e cultore della neolingua, ma che tuttavia va costruita con molta attenzione, ad evitare di produrre distorsioni e guai che non sarebbero poi così dissimili dal disastro di aver permesso alle banche di inzeppare di obbligazioni subordinate il portafoglio di innumerevoli incolpevoli (ed ignoranti, nel senso etimologico del termine) risparmiatori retail.

Ricordate la Tobin Tax? Ma si, quella che doveva punire la finanza kattiva e spekulativa, portare la pace nel mondo ed un robusto gettito alle casse pubbliche? Quella che crassamente ignorava chi venisse realmente inciso dall’imposta, cioè il contribuente de facto, focalizzandosi invece su quello de jure? Quella che doveva e poteva essere applicata solo “da chi ci stava”, col meccanismo comunitario Ue della “cooperazione rafforzata”, anche se questo avrebbe fatalmente creato maglie larghe di elusione verso altri mercati finanziari? Ecco, quella. Pare che, come nella migliore tradizione nazionale, sia servita all’Italia per spararsi nei piedi. O forse in altre parti anatomiche. Non che ne avessimo dubbi.