Egitto, primavera di miseria

Wednesday, 17 April, 2013

in Economia & Mercato, Esteri

Un team del Fondo Monetario Internazionale ha lasciato l’Egitto senza aver ottenuto il consenso della variegata opposizione (liberali, islamisti ultraconservatori, socialisti) alle misure di austerità necessarie per concedere al paese una linea di credito di 4,8 miliardi di dollari, per fronteggiare una crisi economica strutturale che è alla base di un forte e persistente squilibrio di bilancia commerciale che sta portando, lentamente ma inesorabilmente, all’esaurimento delle riserve valutarie, dopo il quale c’è solo il caos e l’iperinflazione.

La condizione economica dell’Egitto si è fortemente deteriorata negli ultimi due anni, a causa del caos conseguito alla sollevazione contro Hosni Mubarak. Da sempre le autorità, per contenere un malcontento che è sempre sul ciglio di diventare insurrezione, sussidiano pesantemente i prezzi di grano e carburanti, al costo annuo di circa 20 miliardi di dollari. Il tutto si traduce in un forte e crescente deficit fiscale (oggi al 9,5 per cento del Pil, equivalenti a ben 28,7 miliardi di dollari) ma soprattutto, poiché il paese non è autosufficiente nella produzione, in voragini di bilancia commerciale, che drenano riserve valutarie.

Il governo egiziano ha iniziato a tagliare alcuni sussidi. Ad esempio il prezzo del GPL, utilizzato per riscaldamento e cottura domestica, da inizio aprile è aumentato del 60 per cento. L’Egitto consuma ogni anno circa 4,5 milioni di tonnellate di GPL, di cui la metà viene importata. I sussidi al GPL rappresentano circa il 15 per cento dei sussidi totali all’energia stanziati nel bilancio pubblico. Circa metà di tali sussidi vanno al gasolio per autotrazione, pesantemente utilizzato nella produzione di cemento e per l’irrigazione delle fattorie del paese. Per risanare i conti servirebbe quindi un taglio sostanziale ai sussidi, con pesantissimo impatto su inflazione e condizioni di vita della popolazione, solo una piccola parte della quale (i poverissimi) potrebbe essere protetta dai sussidi. La linea di credito stand-by del Fmi servirebbe soprattutto a questo, in attesa di riequilibrare la bilancia commerciale, ma la mancata finalizzazione dell’accordo ha contribuito a peggiorare la situazione, anche considerando il muro contro muro tra governo ed opposizione, e l’elevata probabilità di nuove elezioni generali ad ottobre.

Nel frattempo, sono ancora una volta le banche a puntellare la crisi pubblica. A causa della sostanziale assenza di investimenti esteri (diretti e di portafoglio), le banche commerciali egiziane stanno assorbendo i titoli di debito pubblico nazionale. Il principale effetto collaterale di questo “soccorso” è dato dal progressivo restringimento del credito al settore privato, peraltro già fortemente indebolito di suo. Tra la fine del 2010 e la fine del 2012, infatti, l’investimento in titoli di stato domestici da parte delle banche commerciali egiziane è aumentato del 39 per cento, mentre quello in prestiti al settore privato è cresciuto del 13 per cento. Quest’ultimo numero incorpora tuttavia il deprezzamento della valuta egiziana, visto che circa un quarto del portafoglio crediti delle banche è espresso in valuta estera, con tutto quello che ne conseguirà in termini di insolvenze.

L’investimento in titoli di stato domestici, emessi soprattutto a scadenze brevi e brevissime come i nostri Bot ed a tassi crescenti, ha permesso alle banche di irrobustire la propria redditività, nel momento in cui il portafoglio crediti è colpito da forti accantonamenti a perdite, per fronteggiare la gravità della crisi, che dopo il rovesciamento di Mubarak ha colpito soprattutto il settore delle imprese turistiche, tradizionale fonte di valuta pregiata per il paese. Le tre maggiori banche pubbliche contano per la maggior parte del possesso di titoli di stato domestici.

La sintesi è che l’Egitto è al collasso, sociale ed economico. Le riserve valutarie coprono solo tre mesi di importazioni, dallo scorso gennaio la valuta si è deprezzata del 10 per cento, il turismo che contava per circa il 12 per cento sul Pil del paese, è evaporato, il governo minaccia di cancellare gran parte delle privatizzazioni previste in passato (che comunque abortiranno spontaneamente, vista la situazione del paese), imprenditori e uomini d’affari lasciano il paese per timore di essere accusati di complicità col regime di Mubarak; il tasso di disoccupazione ufficiale è al 20 per cento, per quello che può valere, e circa un quarto degli 83 milioni di abitanti del paese vivono sotto la soglia di povertà.

Per aiutare il paese “fratello”, la banca centrale libica ha comunicato nei giorni scorsi che provvederà a depositare presso quella egiziana la somma di due miliardi di dollari. Ma questo non è un prestito, è stato chiarito, bensì solo un aiuto per sostenere le riserve ufficiali egiziane. In una simile, disperata situazione, i 4,8 miliardi del Fmi (che peraltro eccederebbero la soglia massima di indebitamento erogabile ad un paese membro del Fondo, pari al 300 per cento della quota nazionale annua), sarebbero poco più che una goccia nel mare. Certo, l’Egitto ha una criticità geostrategica molto elevata, potrebbe ricevere donazioni umanitarie dagli Stati Uniti o da altre potenze, globali e regionali. Ma la polarizzazione politica oggi esistente nel paese sarà molto difficile da gestire e ricomporre.

E peraltro la traiettoria appariva già segnata due anni addietro.

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