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Tutte le contraddizioni del green pass

…si risolvono con l’obbligo vaccinale

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

le gride manzoniane non possono che causare ambiguità. Esattamente quelle connesse a norme contorte, pensate proprio per rimanere in mezzo al guado, come quella sul green pass. Una misura che vorrebbe indurre alla vaccinazione, senza però renderla obbligatoria.

Così, chi non intende vaccinarsi resta “libero” di non farlo, anche se in alcuni aspetti coartato; mentre la sicurezza e la sanità pubblica appaiono salvaguardate, sebbene con milioni di persone non vaccinate tensioni sugli ospedali e circolazione del virus non si mettono sotto controllo e il caso della Sicilia è li a dimostrarlo.

La scelta del green pass invece che di una definitiva decisione sull’obbligo vaccinale è come lo yin e yang, però non finalizzata all’armonia, bensì all’imperitura contraddizione.

Le contraddizioni del green pass

Pensiamo al caso dei lavoratori non vaccinati, dunque impossibilitati ad accedere alla mensa aziendale per rispettare una Faq e indotti a mangiare per terra, nel parcheggio di un capannone logistico.

Fatto in sé riprovevole: se il datore di lavoro ritiene di non far consumare il pasto nella mensa, dovrebbe allestire modalità minimamente dignitose per consentire una pausa pranzo non all’addiaccio, posto che molti insediamenti produttivi sono in zone industriali periferiche, dalle quali ristoranti, trattorie e bar sono spesso distanti chilometri.

Ma, Titolare, pensi a quante contraddizioni in termini in questo evento. Il datore di lavoro, ad esempio. Non fa accedere i lavoratori alla mensa, per rispettare, come detto, una Faq del Governo.

Qui si entra nel dadaismo giuridico. Il Governo, con la Faq (frequently asked questions, domande ricorrenti, ndr), ha ritenuto di interpretare le norme del d.l. 105/2021 relative agli esercizi commerciali, da sempre intesi come quelli aperti al pubblico, come applicabili anche alle mense aziendali.

È un’interpretazione vincolante? Secondo la giurisprudenza, sostanzialmente solo per l’organo che esprime la Faq. Essa, infatti, non è una fonte giuridica. Dunque, anche se i datori di lavoro saranno convinti di non poter far accedere i lavoratori non vaccinati alla mensa per rispettare la Faq, nella realtà la decisione è da ascrivere esclusivamente alla volontà del datore stesso di accedere ad una mera interpretazione. Mera perché non è pensabile nessuna azione sanzionatoria o coercitiva, di nessuna specie, per violazione o inadempimento alla Faq.

La sfuggente privacy

E la privacy? Dall’inizio della pandemia tutte le regole operative finalizzate a contenerla hanno dovuto, ovviamente, fare i conti – e che conti – con le gride delle gride, le regole sulla riservatezza dei dati personali, volte a non far sapere i dati sanitari. Ma, è lecito chiedersi: lo status di vaccinato o meno è un dato riservato? Evidentemente no. Il green pass nella sostanza evidenzia che chi lo esibisce è, molto probabilmente, un vaccinato e ciao privacy.

Come dice, Titolare? Il green pass però può essere esibito anche da chi abbia fatto un tampone senza essere vaccinato o da un guarito anch’esso non vaccinato, e la verifica non dà conto di questa distinzione? Vero. Ma, la legge dei grandi numeri ci indica che la gran parte dei titolari del green pass è vaccinata. Per altro, di sicuro il datore di lavoro, nel momento in cui il dipendente non presenta il green pass per andare in mensa, viene a sapere che non è vaccinato e non è guarito e non ha nemmeno un tampone.

Oltre al datore di lavoro, lo vengono a sapere anche i colleghi, ovviamente. La regolazione (tramite il bizzarro istituto della Faq; ma perché non si comprende la necessità di modificare il testo del decreto e chiarire la questione dell’accesso alle mense con una vera norma giuridica?) dell’accesso alle mense crea la contraddizione al cubo: il dipendente non vaccinato non può condividere lo spazio della mensa, necessariamente per altro organizzato con misure di distanziamento e sicurezza; quello stesso dipendente, però, può stare nello stesso reparto, nello stesso salone, nella stessa stanza, nelle vicinanze di altri colleghi.

Certo, in mensa ci si toglie la mascherina e la permanenza per più di un quarto d’ora è un rischio conclamato. Tuttavia, risulterebbe comprensibile il disagio dei colleghi, una volta che abbiano appreso di lavorare gomito a gomito con un non vaccinato, che nemmeno ha un tampone.

Per altro, quei medesimi dipendenti non vaccinati, usciti dal lavoro magari prendono mezzi pubblici, comunque escono, vivono la loro vita e all’aperto in zona bianca nemmeno sono tenuti a portare la mascherina. E se non possono entrare in un locale al chiuso per mangiare, possono comunque entrare in negozi senza alcuna verifica preventiva, toccare le merci, indossare vestiti per prova: e nessuno può sapere se quanto siano protetti dal contagio per se stessi e per gli altri. Dov’è il senso?

Niente malattia Inps da quarantena

Le contraddizioni non finiscono qui. Pensiamo alla paradossale assenza di finanziamento all’Inps per l’assimilazione della quarantena alla malattia. Un lavoratore che contragga il virus subisce la prescrizione della quarantena; non può, quindi, recarsi al lavoro non per propria negligenza o scelta, ma per una prescrizione che è sostanzialmente sanitaria. Eppure, la quarantena non è più considerata come malattia a fini assistenziali.

Questo determina ulteriori assurde contraddizioni e conseguenze. Discriminazioni tra dipendenti sono potenzialmente enormi. Infatti, chi è adibito ad attività compatibili con lo smart working, può affrontare il notevole disagio della quarantena senza almeno perdere centinaia o migliaia di euro di stipendio o dover utilizzare in malo modo ferie o permessi.

Ma, già tra aziende ed enti pubblici possono verificarsi situazioni diverse: a parità di mansioni e modalità organizzative compatibili col lavoro agile, non è detto che il datore di lavoro lo conceda. Quindi, comunque a seconda di come il datore di lavoro si sia organizzato, anche chi svolga attività potenzialmente realizzabili anche in modalità agile potrebbe non giovarsene e subire le conseguenze economiche della quarantena.

Vi sono, però, moltissimi lavoratori addetti a mansioni ed attività incompatibili col lavoro agile, perché richiedono la presenza sul luogo di lavoro: per costoro la discriminazione è evidente, poiché non potendo essere disposti in smart working sono esposti a consumare ferie o permessi mentre sono obbligati alla permanenza a casa, oppure a perdere importanti frazioni del trattamento economico, nonostante la quarantena sia un’imposizione dell’autorità sanitaria.

Da qui, discendono ulteriori discriminazioni e contraddizioni. Infatti, non è per nulla improbabile che il lavoratore, anche autonomo, pur di non perdere stipendio e guadagni anche se con sintomi evidenti o anche se consapevole di un contatto stretto con un contagiato, cercherà di non autodenunciarsi, proprio per evitare le conseguenze economiche della quarantena, accentuando parossisticamente i rischi di circolazione del virus.

Per altro, questo eventuale lavoratore renitente all’autodenuncia potrebbe avere anche un green pass, visto che il vaccino non garantisce comunque l’assenza di contrazione della malattia: quindi potrebbe anche andare in mensa, al cinema, su aerei e treni a lunga percorrenza.

Il green pass è imperfetto? Si passi all’obbligo

Coerenza, trasparenza e decisionismo vero e non solo esibito richiedono altro. L’adozione di una legge sull’obbligo vaccinale estesa a tutti, con l’estrema cura di individuare in modo chiaro e tassativo i casi di esenzione esclusivamente per ragioni di salute (immunodepressione o altri).

Norma da accompagnare con disposizioni chiarissime sulla copertura del rischio da evento avverso determinato dalla vaccinazione, in favore del vaccinato, della famiglia e di chi somministra il vaccino, in modo da rispettare appieno le previsioni dell’articolo 32, comma 2, della Costituzione.

Occorrono, poi, norme altrettanto chiare sul controllo. I metodi per verificare chi si sottragga all’obbligo possono essere moltissimi, posto che il dato è certamente noto e conosciuto: gli enti del Servizio sanitario dispongono del fascicolo sanitario e sanno chi è vaccinato e chi no. Basta fissare regole chiare, ancora una volta relative alla privacy, per diffondere questo dato ai soggetti preposti al controllo ed all’irrogazione delle sanzioni.

A quel punto, il green pass per il palliativo del tampone, che mi dice oggi che l’altro ieri ero negativo, ma non può dirmi che oggi non sono affetto dal virus, non serve più: lo si potrà riservare ai vaccinati.

Tutte le misure di sicurezza assumeranno coerenza. I protocolli aziendali potranno stabilire (come sarebbe stato opportuno e possibile da tempo) che si accede ai posti di lavoro, tutti i posti di lavoro e non esclusivamente le mense, solo se vaccinati o fissare regole di particolare cautela, logistiche e sanitarie, per i non vaccinati “involontari” (chi ancora attenda la somministrazione prenotata, anche se forse sarebbe il caso di aumentare la vaccinazione “a vista”). Per i non vaccinati volontari, non potranno che scattare le regole anche sanzionatorie connesse all’inadempimento alle misure di sicurezza.

Col green pass connesso esclusivamente al vaccino dovranno diffondersi controlli a campione, da parte di tutte le forze dell’ordine o anche di figure amministrative espressamente regolate e incaricate a tale scopo, sui bus, nei bar, nei cinema, nei centri commerciali, nelle scuole (per esentare i presidi dall’assurdo onere di procedere loro a tali verifiche) nei treni anche regionali, nelle metropolitane, nelle code per qualsiasi ragione si siano formate, nei gruppi della movida.

Se queste prospettive appaiono troppo limitanti la libertà, il costo che si presenta è continuare con le gride, le ambiguità, le contraddizioni, tutte irrisolvibili dal centro del guado.

Credo che questo elenco di contraddizioni e criticità del green pass sia indicativo di una condizione non solo italiana ma globale, o almeno propria dei paesi che possono permettersi il “lusso” di gestire campagne vaccinali di massa. Del resto, siamo in un evento assolutamente straordinario e senza precedenti nella storia dell’umanità degli ultimi cento anni ed è fatale che si proceda a tentoni, cercando di equilibrare esigenze sanitarie e la politica.

Ancor più evidente, sempre per senso comune, che solo la vaccinazione obbligatoria di massa scioglie i nodi giuridici e organizzativi dell’attuale situazione, ma non è un caso che al momento nessun paese l’abbia adottata.

Motivo per cui si conferma quello che sappiamo da tempo: il green pass è strumento largamente imperfetto, sotto molti profili, per raggiungere il risultato senza arrivare alla conseguenza estrema dell’obbligo vaccinale di massa. Il tutto avendo, per ora, la buona sorte di una variante dominante ancora gestibile grazie a vaccini che contengono bene i rischi di forme gravi e morte. La perfezione non è di questo mondo in condizioni di “normalità”, figuriamoci durante una pandemia.

Naturalmente, si può anche viaggiare con la fantasia, credere che i vaccini non servano e che, oggi, esistano miracolose cure domiciliari. Di quello non ci occupiamo, restando ancorati alla realtà. (MS)

Foto di Wilfried Pohnke da Pixabay

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