Europa fai presto, dacce li sordi

All’assemblea annuale di Confindustria, il suo presidente, Emanuele Orsini, ha squadernato un cahier de doléances molto corposo e in ampia misura giustificato. Fare impresa, in questo paese e in questo continente, sta diventando oggettivamente improbo. Il problema, come sempre, è la fase della proposta. Che spesso viene costruita su letture di una realtà che non esiste, oppure con una ingenuità di fondo tale da far sospettare che in fondo servisse soprattutto riempire qualche decina di cartelle e lasciare l’impronta del proprio passaggio, come attenuante generica ad uso dei posteri.

Burocrati italo-europei

Prendiamo alcuni passaggi della relazione di Orsini. Sono la reiterazione di istanze già lette e ascoltate dal suo insediamento a Viale dell’Astronomia, ormai due anni addietro. Il che non è una colpa: se le situazioni stagnano, occorre ribellarsi e pestare il tasto giusto. Il problema è quando si cade nel velleitarismo o si mostra (o si finge di mostrare) una scarsa comprensione dei vincoli di realtà. Analizziamo quindi i passaggi più rilevanti, di analisi e proposta.

C’è un’assenza di competitività europea, accusa Orsini. Una burocrazia “lunare” che va fermata. Vero, ma la burocrazia, come segnalo da tempo immemore, è frutto del coordinamento tra ventisette giocatori per creare un campo di gioco vagamente livellato. Dove non c’è fiducia reciproca, ci sono norme. Tanto minore è la fiducia, tanto più le norme sono aggirate e richiamano ulteriore normazione.

Forse, prima di lamentare lo strato di burocrazia europea, sarebbe utile discutere di quello italiano. In questo senso, sono rimasto positivamente colpito dalla replica di Giorgia Meloni, che si è detta pronta ad aprire “un cantiere comune per una riforma radicale della burocrazia in Italia”. Certo, talk is cheap e i meno giovani ricordano che già la Buonanima del Cav. Berlusconi lottava contro la burocrazia, chiedendo con una certa frequenza di poter “aprire un’impresa in pochi minuti” e altre amenità del genere. Poi, lottava anche per le sanatorie edilizie, per “la stanza del figlio”, probabilmente ispirato dallo splendido film di Nanni Moretti.

A parte questa stenua lotta contro la burocrazia, che in questo paese tende a declinarsi, stranamente, in sanatorie, torniamo a Orsini. Che al momento ha un nemico principale: gli ETS, cioè il mercato basato sul principio del cap-and-trade, che fissa un limite massimo alle emissioni e obbliga le aziende ad acquistare quote per inquinare, detto in modo brutale ma corretto.

Comprendo il grido di dolore di Orsini: un paese come l’Italia, che vive sui combustibili fossili, sui medesimi rischia di morire. Scarsa previdenza ai tempi che furono, d’accordo, ma che fare ora? L’Italia ha un’esigenza esistenziale di ridurre il costo dell’energia, e di farlo ieri più che domani. Quindi, il frutto basso da cogliere è, per forza di cose, abbattere, il costo dei “permessi a inquinare”. Ma che accade se altri paesi Ue sono contrari, magari perché difendono gli investimenti miliardari delle loro imprese? Possiamo dare la colpa “all’Europa” per scelte dei singoli paesi?

Mercati unici, praticamente introvabili

Orsini chiede “un vero mercato unico dell’energia”. Vi confesso che mi sono scervellato per settimane, di fronte a questa richiesta. Proprio non riuscivo a capire di che si stesse parlando. I mercati elettrici nazionali non sono forse interconnessi? Ovviamente sì. Allora forse Orsini chiede un “prezzo unico” dell’energia, da Capo Nord a Cipro? Se così, siamo in piena fantasia onirica.

Ma ecco l’interpretazione autentica:

Un vero mercato unico dell’energia significa innanzitutto un’Europa che agisce come unico acquirente delle fonti energetiche, per abbassarne i prezzi. Vuol dire un’Europa che potenzia e finanzia l’aumento delle reti infrastrutturali di interconnessione, affinché i Paesi con più produzione elettrica da rinnovabili, come la Spagna, possano condividerla.

Creare un “gruppo d’acquisto” per i combustibili fossili, ché di quello stiamo parlando? Si può anche fare ma dubito funzionerebbe, sempre per problemi di coordinamento. Però forse si può tentare. L’altro punto è interessante: finanziamento comune dello sviluppo delle reti infrastrutturali di interconnessione. Ma questo può tranquillamente accadere a livello bilaterale, anzi accade. Quanto ai finanziamenti, c’è la Banca europea per gli investimenti a presidiare queste attività.

Quindi, cosa chiede esattamente Orsini? Che qualcuno paghi il conto per gli italiani e lo si chiami “Europa”? Velleitario. Poi, altro asse prioritario, Orsini chiede di

[…] completare l’unione del risparmio e degli investimenti per rendere i mercati dei capitali più accessibili alle imprese. Le nostre aziende devono poter mobilitare investimenti e attrarre in Europa capitali da tutto il mondo.

Tutto bellissimo, ma se i capitali “del mondo” arrivano in Germania o in Olanda o in Svezia perché questi paesi hanno maggiore capacità di attrazione, può Orsini prendersela con “l’Europa”? E se la borsa europea diventa grande e prevalentemente localizzata tra Parigi e Amsterdam, può Orsini prendersela con “l’Europa”?

Poi c’è il punto dirompente delle richieste di Orsini:

Finché continueremo ad avere sistemi fiscali, regole sugli investimenti e sul risparmio diversi per ogni Paese, spingeremo i capitali europei a guardare altrove.

Unione dei trasferimenti. All’Italia

Quindi, Orsini vuole l’unione fiscale. Lecito, per carità, la volevo anch’io, da giovane, poi l’età matura ha portato qualche dubbio circa il rischio che alla fine si tratterebbe di un comune denominatore che frena anziché spingere la competitività. Ma se esistono gli stati nazionali, e ognuno cerca di usare le risorse fiscali di cui dispone, può Orsini prendersela con “l’Europa”? Ma non è finita, in un crescendo rossiniano:

Ma non bastano energia e capitali, serve la svolta del debito comune per sostenere l’industria europea che non può più essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziare degli Stati membri.

Finalmente ci siamo: serve trasferire risorse fiscali ai paesi che le hanno dilapidate nel frattempo. E, a dirla tutta, non è “l’industria europea” quella che deve essere sostenuta, ma quella italiana. Almeno, secondo Orsini. Che si premura di precisare:

Anche su questo punto voglio essere chiaro. Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati.

Ma Orsini sa, o dovrebbe sapere, che il denaro è fungibile. Se cade manna dal cielo per finanziare l’industria, quei soldi sono risparmiati dai bilanci nazionali, e quindi possono diventare spesa corrente. Persino gli arcigni tedeschi si stanno scannando su questo punto: i super fondi costituzionalizzati a debito non stanno facendo investimenti aggiuntivi ma soprattutto stanno finanziando quelli del bilancio ordinario. Quindi da quest’ultimo si libera capacità di spesa, e l’occasione fa l’uomo ladro di spesa corrente.

Bizzarro questo passaggio:

Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune.

Il cartellino del prezzo è quello rivisto al rialzo del 50% da Mario Draghi, di recente. Ma andare a finanziare questi 1.200 miliardi annui di spesa collettiva, se “non possono arrivare dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune” vuol dire – attenzione – fare altro debito. Sbaglio? Mi sono perso qualche passaggio mentre giocavo con l’AI? I bilanci nazionali sono carichi di debito, che fare? Altro debito, ma a livello consortile. Ah, ecco. E la ripartizione in capo agli stati nazionali, non riproduce condizioni di maggior incravattamento? Secondo Orsini, no. Ho qualche dubbio.

Sugli aiuti di stato, dove pure la distorsione si vede a occhio nudo: il debito comune è anche la via maestra per realizzare un vero mercato unico e superare le asimmetrie degli aiuti di Stato. Lo vediamo puntualmente sull’energia. Se il contenimento dei sovraccosti causati dalla Guerra nel Golfo resta una rendita solo dei Paesi che se lo possono permettere, allora stiamo andando nella direzione sbagliata.

Quindi, ripetete con me, anzi con Orsini: vogliamo un’Europa dei trasferimenti. Verso l’Italia, nello specifico. Se non fosse che l’attuale presidente di Confindustria è emiliano, penso potrebbe abbracciare Meloni e intonare un bel “datece li sordi“. A loro poi si unirebbe la rappresentante d’istituto, Elly Schlein, e tutti e tre andrebbero a cercare il portafoglio dei tedeschi sotto un lampione.

Per la politica italiana, “politica industriale” vuol dire sussidio. Meglio se a vantaggio di settori in declino non reversibile. Questo è ciò che ha dannato l’Italia, dai tempi dei Efim e Gepi (e dell’ultima Iri). Pare che l’idea resti ma spostata su scala europea. Un flusso di denaro che scorre verso l’Italia, altrimenti è colpa “dell’Europa”. Brutta. Buh.

Sul tema dell’energia, Orsini ha spinto la premier a percorrere con decisione e rapidità la strada del ritorno del nucleare. Io sono favorevole a realizzare il prima possibile un quadro normativo con ciò compatibile. Non devono esserci alibi, per nessuno. Però è da inizio legislatura che sento il simpatico commercialista di Biella dire che la legge quadro è pronta, sta arrivando in aula, è all’ultima curva, ci siamo quasi, si è fermata in bagno ma arriva subito. Sembra Trump con lo stretto di Hormuz. Riapriam, riapriamo.

Però Orsini vuol fare il suo, e collaborare fattivamente. Per cui:

Noi per primi, come imprese, siamo disponibili a ospitare i piccoli reattori modulari nei nostri stabilimenti e nei nostri distretti.

Ora, io sono anni che irrido questa stralunata frase, ma se torno serio mi sovviene che il governo Meloni, sempre per bocca del simpatico commercialista biellese, ha detto che non ci saranno centrali nucleari pagate dallo stato. Immagino che lo stesso valga per i piccoli reattori-Nespresso in sala mensa aziendale. Perché le associate Confindustria sono generosamente disposte a dare in comodato gratuito spazi aziendali ma l’impianto chi lo paga, esattamente? Boh. Paghi l’Europa.

Basta bonus. Agli altri

Altro interessante punto sollevato da Orsini per recuperare risorse domestiche:

L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati, ma esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile. Lanciamo una proposta al Governo e alle parti sociali. Lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro. Analizziamole insieme. E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola. È un atto concreto di responsabilità da compiere con decisioni condivise di maggioranza e opposizione.
Significa anche riaprire il capitolo di una seria revisione della spesa pubblica, per incidere su privilegi ed equilibri consolidati.

Oh, ecco. Orsini chiede di sfoltire le famigerate tax expenditures. Tagliare i privilegi, che sono sempre quelli altrui. Tagliare i bonus, in pratica. Sento questo concetto da quando ero (più) giovane. Ogni volta non se ne fa nulla per resistenze corporative. Le tax expenditures vengono limate solo in emergenza, e non certo per liberare risorse da reindirizzare su altre priorità o per talgiare la tasse ma per chiudere buchi di bilancio. E quindi ci incaprettiamo. Ma Meloni ha detto che è d’accordo. Apriranno un cantiere e lo popoleranno di umarell, in attesa di sapere dove (non) cadrà la scure.

Orsini invoca l’uso dei soldi “inutilizzati” sui conti correnti per rivitalizzare l’industria italiana, e chiede che anche i neghittosi investitori istituzionali facciano la loro parte. Se non fosse che già la fanno. Ma mi rendo conto che questi soldi finiranno col creare appetiti al limite dell’esproprio. È tutto un “datece li sordi“, in pratica.

Ma dateli anche ai nostri dipendenti, che guadagnano troppo poco e quindi la domanda interna resta asfittica. Noi non possiamo dare di più, serve che “qualcuno” paghi affitti calmierati ai nostri prossimi dipendenti. Sarà anche qui colpa dell’Europa?

Certo, le odiose politiche dei bonus, i privilegi, gli egoismi, le miopie. Ad esempio, l’indecente Superbonus, il simbolo di un paese decotto e abbandonato. Sono andato a fare una ricerchina sulle dichiarazioni pubbliche di Orsini in materia, ho trovato (tu guarda il caso, grazie al caso) un articolo di Luciano Capone di due anni addietro:

Quando all’inizio del 2021 il governo Draghi iniziò a mostrare i primi dubbi sull’opportunità di estendere una misura così generosa ed economicamente scriteriata, Emanuele Orsini, che era vicepresidente di Confindustria, prese una posizione netta: “Sembra che da parte del governo non ci sia la volontà di prorogare il Superbonus fino a dicembre 2023. Sarebbe un gravissimo errore perché danneggerebbe il settore delle costruzioni, che è volano dell’economia”. In realtà, con il Superbonus a volare è stato il deficit, con una spesa incontrollata che peserà sul debito per gli anni a venire.

Poco dopo, il 13 maggio 2021, in audizione alla Camera sempre nella veste di vicepresidente degli industriali, Orsini diceva che “il Superbonus è come il motorino di avviamento delle autovetture, prima mettiamo in moto, prima l’economia riparte. La misura riveste un’importanza cruciale per cinque ragioni”. Le cinque motivazioni sono quelle che Giuseppe Conte continua a propagandare, sebbene ora in maniera più solitaria.

[…] Sulle stime del costo, gli industriali sono riusciti in un’impresa impossibile: hanno fatto peggio della Ragioneria dello stato. “Secondo le stime del nostro Centro studi – diceva alla Camera l’allora vicepresidente Orsini – l’agevolazione attiverà in due anni 18,5 miliardi di spese con un impatto positivo sul pil pari a circa l’1%”. L’impatto sul pil alla fine si è rivelato corretto, dato che l’1% in due anni è all’incirca la stessa stima dell’Ufficio parlamentare di Bilancio e del Mef, solo che il costo è arrivato a 140 miliardi: sette-otto volte più dei 18 miliardi stimati nel 2021.

Può bastare? Direi di sì, mi sono dilungato. Chiudo segnalandovi il giudizio dell’AI, a cui ho chiesto di analizzare la relazione orsiniana:

La contraddizione più evidente tra analisi e proposta riguarda i tempi: il documento è corretto nell’identificare le disfunzioni strutturali dell’Europa e dell’Italia, ma le soluzioni proposte (debito comune, nucleare, riforma ETS, cooperazione rafforzata) hanno orizzonti temporali che si misurano in anni se non in decenni, mentre l’urgenza dichiarata è immediata.

Però, svegliə ‘stə Claude. Bravə. Datece li sordi, siamo strabici e ci serve un oculista.

Ciò detto, massima solidarietà agli imprenditori italiani.

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