Euroipocrisia

“Non ho mai raccomandato ad alcuno Stato membro di ridurre le tasse o la spesa pubblica”: lo ha detto il commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia, per il quale ciò che conta per Bruxelles è “ridurre il deficit e fare attenzione all’evoluzione del debito pubblico”.

”Ci sono alcuni – ha spiegato Almunia – che hanno sempre in bocca la raccomandazione di ridurre le tasse e la spesa pubblica. Ma non ascolterete mai dalla mia bocca questo tipo di indicazione, perchè ciò che conta per noi è riportare i deficit e i debiti pubblici a livelli sostenibili”.

E bravo Almunia. Poiché la Commissione non può certo spingersi a suggerire un mix ottimale di politica economica, perché ciò avrebbe un impatto devastante sulla già problematica coesione dell’Unione Europea, oltre a rappresentare la forma suprema e definitiva di cessione di sovranità, meglio limitarsi ad un approccio ragionieristico: quello che conta è la bottom line, il rapporto tra deficit e pil, ottenuto non importa come. Perché, come noto, il rapporto deficit/pil al 3 per cento e quello debito/pil al 60 per cento sono parte integrante delle Sacre Scritture.

Già ieri Almunia aveva espresso il proprio giudizio positivo sulla Finanziaria italiana, senza alcuna valutazione sul mix di misure adottate, ma solo perché l’entità della manovra riporterà sotto il 3 per cento il rapporto deficit/pil. E pazienza se la “sostenibilità” dei conti pubblici, in presenza dell’effetto restrittivo sulla crescita esercitato dall’aumento della pressione fiscale, sia destinata ad andare rapidamente a pallino: a noi interessa solo il “drei-komma-nil” del magico quoziente.

Ma che attendersi da un’Unione sempre più scismatica tra paesi sostenitori di un welfare dissipatorio ed altri, entusiastici sostenitori della flat-tax e dello stato minimo? Non a caso il candidato presidenziale francese della destra, Sarkozy, che in Italia alcuni (per incomprensibili motivi) vedono come una sorta di Maggie in grisaglia, tempo addietro aveva proposto un limite inferiore alle aliquote dell’imposta personale sui redditi, per difendere l’ormai diroccato carrozzone welfaristico della Vecchia Europa. L’aveva chiamato, manco a dirlo, “armonizzazione”, termine a cui le cariatidi di destra e di sinistra sono da sempre avvinte.

Il Patto di Stabilità e (de)Crescita è “stupido”, come ebbe a dire anni addietro il nostro eurofanatico premier? Si, e questa modalità di applicazione ne rappresenta la definitiva conferma.

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