Non è un periodo particolarmente entusiasmante, per l’economia dell’India. Il paese è un grande importatore di energia, ed è stato quindi colpito dallo shock di Hormuz in modo particolarmente pesante. La rupia è la peggiore valuta asiatica da inizio anno, con un deprezzamento di circa il 7% contro dollaro. La banca centrale indiana sta considerando tutta una serie di misure per stabilizzare il cambio, tra cui l’aumento dei tassi ufficiali, che potrebbe essere deciso nella prossima decisione di politica monetaria, il 3-5 giugno.
Emorragia di riserve
Per rimpolpare le riserve, il governo starebbe anche valutando l’emissione di debito sovrano in dollari, che nelle condizioni attuali sarebbe particolarmente oneroso. Si valuta anche la creazione di programmi per incentivare la raccolta di depositi da non residenti e indiani residenti all’estero, come fatto nel 2013 su suggerimento dell’allora governatore della banca centrale, Raghuram Rajan, per contrastare il forte deflusso di valuta conseguente a una fase di politica monetaria restrittiva da parte della Federal Reserve.
Tra le altre misure più ruvide, la possibilità di ridurre la finestra temporale per la conversione degli incassi in valuta da parte degli esportatori, che è già stata accorciata da 15 a nove mesi, e controlli sugli investimenti esteri delle aziende indiane. Il paese non ha un conto capitale liberalizzato. Per economizzare valuta, visto che le riserve sono pari a soli 11-12 mesi di importazioni, il governo ha compiuto il passo assai impopolare di aumentare dal 6% al 15% la tassa sull’importazione di oro e argento. Il premier Narendra Modi ha invitato i connazionali a limitare gli acquisti di oro. Invito che, in un paese come l’India, che da sempre ha un profondo attaccamento al metallo giallo, suona come eresia.
Per ora, l’inflazione resta sotto il target del 4% ma le pressioni si stanno moltiplicando, partendo dal canale dei prezzi alla produzione, mentre il governo ha alzato per tre volte in pochi giorni i prezzi dei carburanti per evitare che i raffinatori si dissestino, dato il costo dell’importazione del greggio.
A questa non confortevole situazione si sommano le temperature, già molto elevate, che spingono l’utilizzo dei climatizzatori. La scorsa settimana è stato battuto il record di consumi, con 260 gigawatt, ma c’è un aspetto rilevante: mentre il crescente installato di energia solare aiuta nelle ore diurne, dopo il tramonto l’offerta di energia fatica a reggere la domanda e spesso si producono blackout che esasperano la popolazione, viste le temperature. Mentre si valuta di aumentare lo stoccaggio a mezzo di batterie e di ampliare la generazione solare, la necessità di limitare le costose importazioni di gas spinge all’utilizzo delle centrali a carbone.
E proprio il carbone è al centro della “invidia” indiana per le soluzioni cinesi di trasformazione del carbone in prodotti chimici e petrolchimici e gas. Si tratta della sintesi di Fischer-Tropsch, che i cinesi hanno perfezionato, e di cui vi ho informato tempo addietro. L’India vorrebbe fare lo stesso, e per questo motivo ha investito 4 miliardi di dollari per trasformare, entro il 2030, fino a 75 milioni di tonnellate di carbone in fertilizzanti, plastiche e altri prodotti sintetici.
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Un’operazione, la coal-to-chemicals, che rafforzerebbe la sicurezza energetica, consentendo di ridurre le importazioni di petrolio e gas, e anche quella alimentare, usando il gas di sintesi per produrre fertilizzanti azotati come l’urea. Superfluo segnalare che queste minori importazioni aiuterebbero anche le riserve valutarie del paese ma anche il suo mercato del lavoro, visto che le miniere di carbone occupano attualmente circa 750 mila indiani.
Ma le cose sinora non sono state semplici, anche se da ormai un lustro l’India si è messa sulla strada cinese. Manca il know how negli ambiti più avanzati, dove il carbone è convertito in metanolo per produrre ad esempio olefine, usate nell’industria plastica. Manca anche la tecnologia, perché il carbone indiano contiene troppa cenere per essere convertito agevolmente in prodotti chimici. Ma mancano anche i soldi per garantire che i produttori di fertilizzanti a mezzo di sintesi del carbone restino competitivi in caso di calo dei prezzi di gas e petrolio.
Ci sarebbero anche evidenti conseguenze ambientali, visto che Cina e India assieme consumano il 70% del carbone del pianeta.
Con l’AI sono guai
C’è tuttavia un altro aspetto critico, che si sta materializzando in questi mesi, e che è espresso dalla perdita di favore della borsa indiana, sino a un anno fa una delle preferite dagli investitori globali e che invece oggi sta per uscire dalle cinque maggiori borse mondiali per capitalizzazione. Il peso dell’azionario indiano sull’indice MSCI Emerging Markets è passato negli ultimi dodici mesi dal 19% al 12%.
Gli investitori globali inseguono alcuni grandi temi che in India semplicemente mancano o sono presenti in misura insufficiente: manifattura di chips, infrastrutture di calcolo e modelli AI. Il mercato indiano, per contro, resta legato al tema del consumo domestico. Secondo stime dell’asset manager M&G Investments, circa due terzi dei deflussi di capitali dal mercato azionario indiano degli ultimi 12-18 mesi sono legati a riallocazione verso temi AI, segnatamente verso Taiwan e Corea del Sud.
Gli investitori esteri sono quindi ai minimi di presenza sul mercato indiano degli ultimi 14 anni, secondo stime di Goldman Sachs, e per la prima volta da oltre 20 anni, hanno una posizione inferiore a quella delle istituzioni domestiche indiane. Questo, a sua volta, preme sul cambio e causa deflussi di valuta. Dal picco, la capitalizzazione del mercato azionario indiano ha perso 924 miliardi di dollari.
Per decenni, l’assunzione di base degli investitori è stata che il paese avrebbe seguito il copione dell’Asia orientale, salendo la catena del valore dalla manifattura ai servizi e poi alle tecnologie innovative. Ma quell’ultimo salto è sempre stato il più difficile da compiere.
Soprattutto, le stesse aziende che hanno guidato il successo dell’India oggi sembrano sempre più una passività. Il mercato azionario è fortemente orientato verso i servizi IT, un’industria da 315 miliardi di dollari guidata da Infosys e Tata Consultancy Services. Il loro modello di business si basa sulla creazione e manutenzione di sistemi per clienti globali, una struttura sempre più vulnerabile poiché gli strumenti di intelligenza artificiale generativa automatizzano codifica, test e funzioni di back-office.
La sostenibilità di quel modello è oggi in discussione. Fino a 15 milioni di indiani lavorano nei servizi IT e nei centri servizi globali, molti in alcuni dei lavori privati meglio retribuiti del paese. Un rallentamento strutturale nelle assunzioni o un cambiamento più fondamentale nella domanda globale per i servizi avrebbero effetti a catena sull’economia, nel settore immobiliare, nel consumo, nel credito e nel settore finanziario più ampio. In pratica, l’economia indiana è minacciata nel settore dei servizi IT e dei suoi programmatori in base alla stessa dinamica per cui lo sono le società di software.
Il doppio colpo dello shock energetico e la discontinuità tecnologica dell’AI rischiano di riportare indietro nel tempo un paese che continua ad avere come tallone d’Achille il deficit delle partite correnti in quanto macchina da importazioni, soprattutto per consumi.
(Immagine creata con ChatGPT)



