Alitalia, o del mondo alla rovescia

Interessante sequenza di dichiarazioni del segretario generale della Cisl sull’Alitalia, a meno di una settimana dalla scadenza del bando governativo volto ad individuare potenziali acquirenti. Secondo Bonanni, per Alitalia

“Air France non mi sembra il partner più adatto per il ruolo che una compagnia di bandiera deve avere in Italia. Ci vuole, comunque, un accordo con una compagnia italiana in modo da controllare almeno il 60-70% del mercato italiano”. Anche il partner ideale “dovrebbe essere distante dall’Italia in modo che i nostri aeroporti non diventino dei sotto-hub” di altre compagnie.

Bonanni finge di non capire che il potere negoziale di un’azienda è strettamente legato al suo potere di mercato, cioè alla sua redditività. Mettersi a pontificare sulla scelta del partner ideale per un’azienda che pesa sulle tasche dei contribuenti in modo vieppiù inaccettabile dà la misura dell’arroganza (oltre che della crescente perdita di contatto con la realtà) che ormai caratterizza i sindacati italiani. Bonanni chiede “lumi” al governo sul futuro della compagnia. Ma perchè mai, visto che dispone già di tutte le informazioni rilevanti? Il governo italiano è in uscita (almeno, così dice) dall’azionariato di Alitalia, e ha tracciato in modo netto ed inequivocabile (soprattutto in negativo, per i potenziali acquirenti) le linee-guida della “privatizzazione” della compagnia di bandiera. Tali linee-guida sono disegnate per “tutelare l’interesse generale”, recita il bando di gara. Ottimo, sottoscriviamo. Ma cosa è, operativamente, “interesse generale”? quello dei contribuenti italiani o quello dei dipendenti Alitalia?

Bonanni si esercita poi nello sport preferito di sindacati e politici, il tiro al piccione-manager. E’ vero, come dice il segretario generale della Cisl, che a tanto potere deve corrispondere tanta responsabilità. Così come è vero che i sistemi di compensation negoziati dai manager con l’azionista Tesoro appaiono viziati da una palese assenza di sistemi realmente incentivanti per creare valore. Ma non si dimentichi che, a differenza delle aziende private, in Alitalia non esiste una chiara demarcazione delle competenze e delle responsabilità sostanziali di gestione. A dirla tutta, in Alitalia vige da sempre una versione patologica del concetto di cogestione, quella di sindacati onnipotenti e manager la cui unica funzione di utilità non è il conto economico ma la tutela dei collegi elettorali del rappresentante pro-tempore dell’azionista pubblico.

Bonanni, bontà sua, afferma che il sindacato sa che “dobbiamo innalzare la produttività ma non siamo disposti a perdere posti di lavoro. Se Alitalia verrà data a persone che non sono operatori del settore protesteremo e su questo stiamo attenti”. Questo sembra un veto alla cordata, eterogenea e del tutto sui generis, messa assieme da Paolo Alazraki. Quindi riepilogando: no ad Air France, no ad Alazraki, si al mantenimento dello status quo, cioè delle perdite sul groppone dei contribuenti. Non male come progettualità. Nel frattempo, il 29 gennaio si avvicina. Il governo potrebbe (forse) contare sul soccorso di Carlo De Benedetti e di alcune facilmente identificabili grandi banche, ma non è detto che sia in grado di offire le robuste contropartite che verosimilmente essi richiederanno per impegnarsi in quella che appare una mission impossible.

Certo, il sindacato potrebbe dar prova di audacia ed imprenditorialità organizzando un buyout da parte dei dipendenti, in cordata con partner finanziatori esterni sufficientemente robusti, ma è certamente più agevole giocare di rimessa e di veto, l’unico modello di relazioni industriali che il sindacato italiano sembra conoscere, dopo decenni di attiva compartecipazione alla devastazione del bilancio pubblico.

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