Deflazionare Teheran

In un recente editoriale, Thomas Friedman argomenta che la crisi globale ed il forte ridimensionamento delle quotazioni del greggio potranno fornire al prossimo presidente degli Stati Uniti quel leverage necessario a mettersi attorno ad un tavolo e discutere con l’Iran. Un potere negoziale che, date le premesse, Friedman vede molto simile ad una mazza da baseball. Si è molto speculato sulla recente “malattia” di Ahmadinejad, definita da ambienti del governo di Teheran un semplice “esaurimento”. Secondo Friedman, contare a ritroso il prezzo del petrolio, da quasi 150 a circa 60 dollari, a Teheran avrebbe effetti opposti alla tradizionale conta delle pecore per addormentarsi.

La rendita petrolifera ha finora consentito al regime iraniano di sopravvivere ad un’economia disastrata, elargendo sussidi a pioggia ad una popolazione sempre più inquieta. Sembra la riproposizione del crollo dell’Unione Sovietica, fatte le debite proporzioni: il violento rincaro del greggio, negli anni Settanta, aveva illuso il Cremlino, spingendolo all’avventura afghana e a sussidiare pesantemente i propri cittadini. Il crollo delle quotazioni petrolifere, negli anni Ottanta, mise l’Urss in bancarotta ed incapace di reggere il riarmo dell’America di Reagan. Oggi, l’Iran ha un ottimistico tasso d’inflazione ufficiale del 30 per cento, un fiorente mercato nero della valuta, una disoccupazione (sempre ufficiale) all’11 per cento ma una sottoccupazione che spinge moltitudini di giovani ingegneri ed architetti a cuocere pizze o guidare taxi.

Le stesse sanzioni internazionali contro il paese, per dissuaderlo dallo sviluppo di tecnologia nucleare con alti rischi di ricadute militari, sono state depotenziate sia da comportamenti opportunistici di Cina e Russia che, soprattutto, dal cuscinetto di potere economico e politico che elevati prezzi del greggio hanno assicurato al regime di Teheran. Oggi, con una crisi globale che è attesa profonda e non breve, l’Iran vedrà fortemente ridimensionata anche la propria proiezione di potenza regionale (Hamas, Hezbollah, Siria, gli sciiti iracheni) a causa del razionamento di risorse finanziarie che il crollo delle entrate petrolifere porterà con sé.

E dall’eventuale elezione di Barack Obama, Teheran si troverebbe con l’arma della propaganda spuntata da un inquilino della Casa Bianca il cui secondo nome è quello della figura centrale dell’islamismo sciita, ed il cui cognome, nella traslitterazione in farsi, significa “lui è con noi”.

Ci sono motivi più che sufficienti per soffrire d’insonnia.

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