Ungheria, inizia la difficile deorbanizzazione

Sabato 9 maggio l’Ungheria ha voltato pagina, con l’insediamento del nuovo parlamento, dove il partito Tisza (Tisztelet és Szabadság, Rispetto e Libertà) del neo premier Peter Magyar controlla il 71% dei seggi e dispone quindi di una super maggioranza per le riforme costituzionali. La bandiera europea sventolava fuori dal parlamento assieme a quella ungherese, per la prima volta dopo dodici anni, mentre al termine delle cerimonie i parlamentari hanno intonato l’Inno alla Gioia di Beethoven, dopo quello nazionale. Grande assente alla cerimonia, Viktor Orbán, che ha problemi piuttosto seri da affrontare, assieme a familiari e famigli, e che tra non molto tempo potrebbe anche perdere la libertà personale.

Notevole happening, durante una pausa dei lavori parlamentari, col neo ministro della Salute, chirurgo ortopedico, che torna a ballare senza freni per celebrare la liberazione, in un momento di involontaria pubblicità delle sue abilità professionali:

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Magyar ha già dato il preavviso di sfratto al presidente della repubblica (31 maggio), a quello della corte costituzionale e ad altri alti magistrati: vedremo come lo realizzerà praticamente. Per ora è impegnato a riscrivere il bilancio annuale ma soprattutto a recuperare circa venti miliardi di euro di fondi europei prima che, a fine agosto, i termini di fruizione di circa metà dell’importo scadano, e sta negoziando con Bruxelles. Nel frattempo, i capitali internazionali stanno tornando ad affluire in Ungheria, rafforzando il fiorino e potenzialmente consentendo alla banca centrale di allentare la politica monetaria.

Amici degli amici, fino alla cupola

La parte più difficile dell’opera di Magyar sarà quella della deorbanizzazione, cioè del recupero alla collettività del patrimonio pubblico saccheggiato dal cerchio magico dell’ex premier in sedici anni. La tecnica osata da Orbán è minuziosamente descritta in un articolo di Bloomberg. Nel 2013, l’ex premier decide di creare una rete di tabaccherie di stato, uniche autorizzate a vendere sigarette, e ne assegna la concessione dei punti vendita ad amici e amici degli amici. Causando tra l’altro fallimenti a catena di attività commerciali private.

Il fratello di una guardia del corpo di un ministro riceve diverse concessioni; il figlio diciannovenne di un sindaco di Fidesz ne vince tre; in un altro villaggio, la moglie del sindaco ne ottiene due. Non c’è corruzione, ha detto Orbán alla radio di stato all’epoca, poiché alcuni offerenti “di sinistra” avevano vinto anch’essi. Peraltro, ha aggiunto, “Perché dovremmo voltare le spalle ai nostri sostenitori?”

Questo è solo il calcio di avvio dell’operazione. Il voto per Fidesz diventa mezzo di difesa della patria da influenze estere, siano esse la proprietà di catene di supermercati, utility, la stessa Ue che fa piovere miliardi in Ungheria, il miliardario filantropo George Soros. La tecnica è collaudata: intervento regolatorio che assegna concessioni a soggetti fidati. Settori come turismo, costruzioni, energia, media e sport diventano feudi politici. E a differenza delle licenze per il tabacco, solitamente distribuite a livelli politici inferiori, i favori tendono a fluire verso una cupola. Il settore privato deve pagare dazio al sistema, e la sua vitalità e capacità di produrre ricchezza ne viene minata.

Nel frattempo, l’inflazione cresce e l’economia no (c’è un legame tra le due cose), la classe media si impoverisce, l’Ungheria scivola dietro gli eterni ritardatari Ue, Romania e Bulgaria, in termini di crescita economica e indicatori di sviluppo umano. Smontare questa rete è la prima cosa da fare per Péter Magyar, l’ex insider e fuoriuscito (solo due anni addietro) del partito al governo che ad aprile ha schiantato il sistema Orbán nelle urne e che descrive il suo programma come un rendszerváltás—“cambio di sistema”, lo stesso termine che gli ungheresi usano per descrivere la transizione, ricca di corruzione, dal comunismo dopo il 1989. I successi elettorali iniziali di Orbán si basavano su promesse di correggere le storture di quegli anni, ma alla fine ha creato un sistema che richiamava sia la corruzione dei primi anni ’90 che l’oppressione dell’era comunista. Dal deep state sovietico a quello personale di Orbán, il passo è stato breve, in un gigantesco spoils system.

Magyar intende creare un’agenzia nazionale per il recupero dei beni statali rubati e indagare sulla ricchezza accumulata da politici e loro famiglie, sia sotto Orbán che negli anni ’90. Ha chiesto alle autorità fiscali di congelare trasferimenti bancari sospetti per impedire che gli amici di Orbán trasferiscano beni all’estero prima che il nuovo governo assuma il potere. Alcuni di questi uomini d’affari avrebbero peraltro già lasciato il paese.

Magyar sta inoltre redigendo la legislazione anti-corruzione, annullando quelli che considera affari privilegiati sui contratti pubblici, e vuole consentire ai procuratori anti corruzione della Ue di indagare su possibili frodi che coinvolgono il denaro che Bruxelles invia all’Ungheria—qualcosa che Orbán ha sempre respinto come una violazione della sovranità del paese, situazione che la Ue ha incredibilmente accettato.

Quasi nessuno dei parlamentari del suo partito—avvocati, artisti, poliziotti, insegnanti e imprenditori—ha mai fatto politica, il che è condizione non certo sufficiente per rigenerare un sistema, come ben sappiamo noi italiani. Magyar afferma che il sistema di Orbán crollerà come un castello di carte quando i pubblici ministeri riapriranno i casi di corruzione che avevano insabbiato per anni e prenderà piede il pentitismo di uomini d’affari un tempo intoccabili. E anche questo è un passaggio ad alto rischio. Gyula Balásy, un pubblicitario che ha beneficiato in modo sproporzionato della pubblicità governativa sotto Orbán, il 4 maggio ha offerto di restituire gratuitamente le sue aziende allo stato; sostiene di non aver commesso nulla di sbagliato, ma la magistratura ha congelato alcuni dei suoi beni e lo sta indagando per riciclaggio di denaro e frode.

Ma la piovra del sistema Orbán ha tentacoli molto profondi, e il rischio resta quello di sostituire un regime con un altro, mediante trasformismo degli oligarchi: sgradevole a dirsi, soprattutto in questo momento catartico, ma necessario, soprattutto di fronte ai numeri di consenso di Magyar. I media statali pro-governativi, che avevano reso invisibile Magyar durante la sua campagna degli ultimi due anni, stanno venendo resettati. Anche qui, il rischio è quello di sostituire un regime con un altro.

La tecnica dell’orbanismo, come detto, è stata quella di una redistribuzione su base regolatoria delle ricchezze pubbliche, oltre a mettere le mani su quelle private con la stessa tecnica, in nome della “protezione” degli interessi nazionali e del popolo. Tutte tranne due delle università del paese sono state così trasferite a fondazioni pubbliche, nominalmente indipendenti ma guidate da consigli auto-perpetuanti di nominati politici.

Le partecipazioni del governo in blue-chip ungheresi come il gigante petrolifero Mol Nyrt sono state affidate a una fondazione controllata dal braccio destro di Orbán, che ha poi acquistato la più grande catena di librerie del paese e un’importante casa editrice. La banca centrale ha creato una rete di fondazioni che hanno acquistato proprietà di lusso e opere d’arte, incluso un dipinto di Tiziano. Il vertice della banca centrale ora afferma che donerà l’arte ai musei di tutta l’Ungheria e venderà immobili per concentrarsi sulle proprie responsabilità statutarie.

Funzionari senior del partito sono diventati presidenti di importanti club di calcio professionistico. Il dentista di Orbán ha supervisionato l’associazione triathlon nazionale per sette anni prima di essere destituito nell’ambito di indagini sull’uso improprio di fondi pubblici (il dentista nega ogni illecito). Un leale servitore del partito in Transilvania è stato messo a capo della musica pop, poi del museo della letteratura, poi della biblioteca nazionale.

“Dio, fortuna e Viktor Orbán”

Il padre di Orbán, che lavorava come ingegnere meccanico in una fattoria collettiva durante l’era comunista, ha estratto (letteralmente) una vasta fortuna dalle cave che fornivano pietra per un ambizioso programma di costruzione di autostrade finanziato in gran parte dall’Ue. Il genero di Orbán, che ne ha sposato la primogenita nel 2013, possiede il maggior complesso di hotel a cinque stelle del paese, una banca digitale, un gestore di patrimoni e la più grande compagnia di autotrasporti ungherese.

L’amico d’infanzia di Orbán, Lorinc Meszaros—che era un idraulico poi il sindaco Fidesz della città natale di Orbán prima di scoprire il suo istinto imprenditoriale—è diventato l’uomo più ricco dell’Ungheria. Oggi miliardario, possiede la seconda banca del paese e aziende di energia e costruzioni—insieme a un “ranch” dove il bestiame comprende circa 10 zebre—ha attribuito il suo successo a “Dio, fortuna e Viktor Orbán.”

Data l’entità della corruzione, la maggior parte degli ungheresi si rende conto che le cicatrici degli ultimi 16 anni di cleptocrazia non si cureranno in poche settimane. E persiste il rischio di un semplice cambio di regime, non scordiamolo. Riuscirà l’ex insider di Fidesz, colto da resipiscenza solo due anni addietro, a rigenerare il senso del destino collettivo del paese? E quali saranno le sue posizioni sul destino della Ue, dopo aver fatto sventolare la bandiera stellata dell’Unione e cantato l’Inno alla Gioia? Lo scopriremo, noi e gli ungheresi. Ma la storia ha già causato cocenti delusioni, dopo il momento catartico e liberatorio. Avere un deus ex machina plebiscitato non serve, se la società civile non produce forti anticorpi contro la corruzione.

Nel frattempo, la premier italiana, da sempre cheerleader dell’orbanismo, applica un po’ di sana realpolitik (i.e. paraculismo), e accoglie festante il neo premier ungherese a Chigi. La speranza è che l’opinione pubblica italiana, in tutt’altri cold case affaccendata, scordi che quella verso Orbán non era normale affinità ideologica prima e colleganza tra premier europei dopo, ma legittimazione di un sistema predatorio sotto gli occhi del mondo tranne di chi non voleva vedere. E questo è un evidente rilievo politico, che non depone a favore dell’acume di Giorgia Meloni.

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