I buchi nel moltiplicatore fiscale

A giugno dello scorso anno Marc Faber, celeberrimo superconsulente finanziario svizzero basato a Hong Kong, in occasione dei tax rebates dell’Amministrazione Bush  scriveva:

Il governo federale sta spedendo a ognuno di noi un rimborso di 600 dollari. Se lo spendiamo da Wal-Mart, quei soldi andranno alla Cina. Se lo spendiamo in benzina, andranno agli arabi. Se acquistiamo un computer o del software, andranno all’India. Se compriamo frutta e verdura, andranno a Messico, Honduras e Guatemala. Se acquistiamo una bella auto, andranno alla Germania. Se compriamo inutili gadget, andranno a Taiwan, e nessuno di questi acquisti aiuterà l’economia americana. L’unico modo per tenere qui quei soldi è di spenderli in prostitute e birra, perché questi sono gli unici prodotti ancora realizzati negli Stati Uniti. Io ho fatto la mia parte.

Questa frase illustra molto efficacemente la perdita di effetto moltiplicativo che uno stimolo fiscale esercita in un’economia aperta. Ci sono due modi per gestire il problema, uno virtuoso ma molto faticoso ed uno autolesionistico ma di semplice attuazione e sicuro appeal populistico-elettorale. Nel primo caso serve un’espansione fiscale coordinata, auspicabilmente guidata da paesi in surplus di partite correnti (Cina, Germania). Nel secondo caso, basta una bella clausola di Buy American o una delle iniziative in cui Sarkozy eccelle. Il risultato di medio-lungo periodo, nei due casi, è drammaticamente diverso, ovviamente.

P.S. Se Faber riscrivesse oggi quelle considerazioni, dovrebbe eliminare la birra dai prodotti made in Usa.

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