Il premier spagnolo Pedro Sanchez è tornato dalla Cina con ben diciannove accordi bilaterali, un “dialogo strategico” istituzionalizzato e — secondo il comunicato di Pechino — un “completo successo”. Gli analisti, come riportato da Nikkei Asia, hanno una valutazione più sobria: i guadagni concreti si misurano in pistacchi, fichi secchi (letteralmente) e qualche tonnellata di carne di maiale in più. Era la sua quarta visita in quattro anni. Il deficit commerciale bilaterale spagnolo con la Cina nel frattempo è cresciuto ogni anno.
La cornice politica interna è rilevante. Sanchez guida un governo a maggioranza fragile, logorato da scandali di corruzione e da risultati deludenti nelle elezioni regionali. Il giorno stesso in cui era a Pechino, la moglie Begoña Gómez è stata formalmente incriminata per peculato. Per un premier in queste condizioni, la diplomazia internazionale ad alto profilo assolve una funzione specifica: costruire l’immagine dello statista che porta investimenti e lavoro, compensando la debolezza sul fronte interno.
I numeri del deficit merci, e perché peggiorano
Nel 2024, la Spagna ha importato dalla Cina merci per 45 miliardi di euro e ne ha esportate circa 7, generando un deficit bilaterale di 38 miliardi. Nel 2025, quel deficit è salito a 42,3 miliardi di euro, pari al 74% dell’intero disavanzo commerciale estero spagnolo. La Cina è il secondo fornitore di beni della Spagna e soltanto il dodicesimo destinatario delle sue esportazioni.
Il paniere di export spagnolo verso la Cina è concentrato in prodotti agro-alimentari (maiale, olio d’oliva) e una manciata di prodotti industriali. Mentre la Germania ha sin qui costruito con la Cina legami industriali reciproci, la Spagna esporta cibo e importa tecnologia. L’interscambio assomiglia a quello tra un paese industrializzato ed uno in via di sviluppo. Ricorda anche i contenuti dell’adesione italiana alla Via della Seta, durante il governo Conte 1, quando noi ambivamo a esportare arance in Cina e loro avevano messo gli occhi sul porto di Trieste, da rigenerare in brownfield e sviluppare in greenfield.
L’obiettivo dichiarato della visita di Sanchez era ottenere investimenti cinesi con trasferimento tecnologico e creazione di occupazione qualificata. Il risultato immediato ottenuto è stato inferiore alle aspettative precedenti il viaggio. Per la relazione commerciale bilaterale complessiva, il tempo dirà.
L’aumento delle importazioni spagnole di merci cinesi non è guidato solo da beni di consumo finiti. L’analisi dei flussi doganali del 2025 mostra che la crescita — pari all’11% su base annua — è trainata in misura significativa da beni strumentali (macchinari industriali), componentistica per l’automotive e semilavorati.
Questa distinzione conferma quello che sappiamo da tempo, e cioè che la Cina è ormai diventata la “fabbrica delle fabbriche”: esporta i macchinari, le turbine, le celle per batterie e le linee di montaggio che alimentano i nuovi poli manifatturieri globali. Quando aziende come Envision o Chery aprono impianti in Spagna, non acquistano l’attrezzatura in Europa: la importano dalla Cina. Gli investimenti diretti esteri cinesi si traducono contabilmente in importazioni di beni strumentali. Difficile che avvenga altrimenti, a dirla tutta.
Il caso più visibile è la joint venture da 4,1 miliardi di euro tra CATL e Stellantis a Saragozza, che si prevede operativa da fine 2026. BYD, Geely e SAIC Motor stanno valutando impianti propri. Lo stabilimento Bosch in Navarra, chiuso dalla casa madre tedesca, è stato rilevato e riconvertito con capitali cinesi: un caso di brownfield, quindi. A breve termine ciò equivale a occupazione salvata e capacità industriale preservata. L’analisi a medio termine richiede più cautela.
Investimento senza trasferimento tecnologico?
Gli investimenti cinesi in Spagna si concentrano (schema classico) in porti e joint venture per le catene di fornitura EV, in tal modo rispettando formalmente le indicazioni strategiche della Ue riguardo le partnership di investimento cinese nei paesi dell’Unione. Resta tuttavia da capire se questo rispetto sia anche sostanziale, in termini di trasferimento tecnologico. La distinzione tra presenza industriale e upgrading tecnologico è cruciale. Le fabbriche cinesi in Spagna al momento importano tecnologia cinese, producono secondo standard cinesi e vendono prevalentemente su mercati non spagnoli. La Spagna fornisce il territorio, la manodopera e l’accesso al mercato unico europeo, la Cina fa il cosiddetto tariff-jumping, cioè schiva i dazi europei con produzione locale.
Se l’ipotesi di subordinazione tecnologica dovesse trovare conferma, vorrebbe dire che la Spagna rinuncia a sviluppare competenze proprietarie nei settori dove sta investendo — veicoli elettrici, energie rinnovabili, stoccaggio energetico. Questi settori sono esattamente quelli che l’Ue considera strategici per la propria autonomia industriale nel prossimo decennio.
La tensione con la posizione europea non è incidentale, è strutturale. L’Ue ha adottato una strategia di derisking dalla Cina nelle catene di fornitura critiche, ha introdotto dazi sui veicoli elettrici cinesi e sta elaborando strumenti per limitare gli investimenti esteri in settori sensibili. La Spagna si muove in direzione contraria: approfondisce l’integrazione manifatturiera con aziende cinesi nei settori EV e rinnovabili, ovvero esattamente negli ambiti in cui Bruxelles tenta di costruire autonomia europea.
Madrid, come detto, può ribattere che sta sviluppando esattamente le linee guida strategiche Ue, in termini di joint venture finalizzate al trasferimento tecnologico. Ma, con la Cina di mezzo, occorre cautela. In fondo, basta un bel centro ricerche avanzate in Spagna per legittimare una moltitudine di impianti-cacciavite e fare da foglia di fico della dipendenza strutturale da Pechino.
C’è poi un altro aspetto critico, come i minerali di cui la Ue vorrebbe aumentare estrazione e lavorazione domestica. Il piano d’azione RESourceEU — inserito nel perimetro del Critical Raw Materials Act — stabilisce il traguardo imperativo di ridurre la dipendenza dell’Ue da un singolo fornitore terzo (leggasi Cina) a una soglia non superiore al 65% per materie specifiche, e addirittura tra il 30% e il 50% nei comparti sensibili come le batterie o i materiali a uso duale civile-difesa, il tutto entro il 2029. Inoltre, fissa al 10% l’obiettivo di quota estrattiva da condurre fisicamente su suolo europeo, con stanziamenti per 3 miliardi di euro all’orizzonte 2026.
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In questo panorama, la Spagna detiene un teorico potenziale salvifico per le sorti dell’Europa. Il sottosuolo iberico, in particolare la frangia del Massiccio Varisico che solca la penisola dalla Galizia fino all’Andalusia meridionale, custodisce alcuni tra i rarissimi giacimenti continentali certificati di terre rare e minerali critici essenziali per ridurre la dipendenza da Pechino. Ma il loro sfruttamento economico è pesantemente frenato da ostacoli tecnico-politici: in primo luogo, concentrazioni superficiali minime degli elementi che dilatano enormemente i costi di estrazione, ma anche iter autorizzativi lentissimi e un fortissimo antagonismo ambientale da parte delle comunità locali avverse al ritorno degli escavatori nei propri territori.
Poiché la Cina controlla le tecnologie d’esplorazione ed è un player dominante sui prezzi internazionali (potendo agevolmente praticare dumping di mercato per mandare in rovina qualsiasi nascente miniera occidentale), l’indipendenza mineraria spagnola, e per estensione europea, è una chimera irraggiungibile nel breve-medio periodo. L’assenza di indipendenza geologica spagnola spinge conseguentemente la classe politica a un approccio accomodante con il fornitore monopolistisco asiatico.
Un magniloquente opportunista?
A Pechino, Sanchez ha esplicitamente criticato la politica commerciale europea verso la Cina, ha dichiarato il proprio rifiuto del derisking e, già che c’era, ha invitato la Cina a svolgere un ruolo maggiore nell’ordine mondiale. Pechino ha accolto con entusiasmo questi messaggi, elogiando la disponibilità spagnola ad affrontare le “divergenze” tra Ue e Cina. Divide et impera.
Naturalmente, il “dialogo strategico” istituzionalizzato con la Cina è la stessa cornice che hanno Francia e Germania. Ma né Parigi né Berlino hanno – finora – un deficit bilaterale merci che rappresenta il 74% del loro disavanzo complessivo. Peraltro, a parte la somiglianza col memorandum italiano della Via della Seta, la narrazione spagnola del “pragmatismo” verso la Cina è speculare alla narrazione tedesca verso la Russia nel settore energetico — quella che è scoppiata in faccia a Berlino nel 2022. Il pragmatismo che costruisce dipendenza strutturale non è una strategia, è un differimento del problema. O l’innesco di una bomba a orologeria.
Il dato più rilevante non è il numero di accordi firmati a Pechino, ma la direzione del trend. Ogni anno il deficit bilaterale aumenta. Ogni anno la dipendenza dalla componentistica e dai macchinari cinesi si approfondisce. Ogni anno la base di esportazioni spagnole verso la Cina rimane bloccata in prodotti a basso valore aggiunto, e lì rischia di cristallizzarsi. I diciannove accordi dell’aprile 2026, prevalentemente nel comparto agricolo (non a caso), rischiano di confermare la tendenza. E Sanchez di passare alla storia (con la minuscola) come un magniloquente opportunista.
Photo by Pool Moncloa/Carlos Herrerro



