Cina, quando è il carbone a darti una mano

Quando la guerra con l’Iran ha chiuso di fatto lo Stretto di Hormuz — che pesava per il 40% delle importazioni petrolifere cinesi e il 30% di quelle LNG — i prezzi spot dell’LNG asiatico sono saliti fino a $25 per milione di BTU. La risposta cinese è stata piuttosto tranquilla. Non per merito delle rinnovabili.

La Cina ha costruito, nel corso di due decenni, un sistema di immunizzazione dagli shock energetici che non ha equivalenti al mondo. Lo ha fatto lungo tre direttrici: massiccia espansione delle rinnovabili, che nel 2025 hanno superato il carbone come capacità installata; potenziamento dello stoccaggio e diversificazione delle rotte di importazione; e, meno discusso ma ugualmente centrale, trasformazione del carbone domestico in qualunque cosa possa ridurre la dipendenza dall’import di petrolio e gas. Gas sintetico, prodotti petrolchimici, carburanti liquidi. Il carbone come materia prima universale.

Questa terza gamba è quella che la narrazione occidentale sulla transizione verde cinese sistematicamente ignora o tratta come contraddizione da stigmatizzare. La contraddizione non esiste: è una scelta deliberata, coerente, e dal punto di vista di Pechino perfettamente razionale.

La Cina utilizza il carbone in tre modi distinti. Il primo, quello “classico”, è la combustione per la generazione elettrica — la voce che le rinnovabili stanno effettivamente erodendo. Il secondo è la chimica del carbone: il carbone come input (feedstock) per produrre metanolo, olefine, glicole etilenico, ammoniaca. Il terzo è la gassificazione e liquefazione diretta in gas sintetico e carburanti.

Il processo di liquefazione più importante si chiama sintesi di Fischer-Tropsch. L’hanno inventata due chimici tedeschi un secolo fa. La Germania nazista l’ha usata per alimentare lo sforzo bellico, il Sudafrica dell’Apartheid per sopravvivere alle sanzioni internazionali. La Cina ne ha fatto un’industria di massa, integrata verticalmente: il carbone viene estratto quasi direttamente sotto gli impianti chimici e trasportato via nastro trasportatore fino ai forni. Il XV Piano quinquennale, approvato nel marzo 2026, classifica questa attività come utilizzo “pulito ed efficiente” del carbone.

Sul fronte della gassificazione, 13 nuovi impianti coal-to-gas sono in costruzione o pianificazione, con potenziale di portare la produzione sintetica oltre 52 miliardi di metri cubi annui — il 12% del fabbisogno nazionale. Il progetto simbolo è l’impianto di Fuxin, riattivato dall’azienda statale China Datang Corp. dopo essere stato abbandonato nel 2014 per una combinazione di problemi tecnici, ambientali e di mercato: 25 miliardi di yuan investiti, obiettivo di messa in produzione nell’ottobre 2026. In Xinjiang, dove il carbone è ultra-economico, i costi di produzione del gas sintetico si collocano tra $5 e $9 per milione di BTU — contro i $25 toccati sul mercato spot durante la guerra.

Prima la sicurezza energetica

La logica di Pechino è lineare. La dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas è una vulnerabilità strategica. Il carbone è abbondante, domestico, controllabile. Ogni tonnellata di prodotto chimico o carburante ottenuta dal carbone è una tonnellata che non transita dallo Stretto di Hormuz, non dipende dal Qatar, non passa per rotte marittime che una potenza navale avversaria potrebbe interrompere. Power of Siberia 2 — l’ennesimo gasdotto russo destinato a ridurre questa vulnerabilità — è in stallo da anni, rilanciato periodicamente con dichiarazioni ufficiali che non producono cantieri. Il carbone non ha questo problema.

A questo si aggiunge la struttura dell’offerta interna. La Cina produce carbone in eccesso rispetto alla domanda tradizionale da acciaierie e cementifici, entrambe in contrazione strutturale. La conversione assorbe il surplus, crea domanda nelle regioni carbonifere, e rende un prodotto ad alto valore aggiunto. Non è sorprendente che il settore sia descritto dai media statali cinesi come “un grande giacimento petrolifero sopra un mare di carbone.”

L’evoluzione dei prezzi ha aiutato: la coal-to-chemicals diventa conveniente sopra circa $60 al barile di petrolio equivalente (secondo stime di Bloomberg NEF). Prima della guerra i prezzi sfioravano quella soglia; da quando è iniziata oscillano intorno a $90 o oltre. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno ristretto le esportazioni di etano verso la Cina — nel 2025 Pechino assorbiva quasi il 50% dell’export americano — citando rischi di utilizzo militare. Ogni misura restrittiva occidentale aggiunge un argomento alla tesi cinese per l’autosufficienza.

All’osservatore occidentale la coesistenza nella Cina del ruolo di superpotenza delle rinnovabili e massimo utilizzatore mondiale di carbone appare una contraddizione, o un’ipocrisia da smascherare. Dal punto di vista di Pechino è una sequenza logica: le rinnovabili servono a ridurre la dipendenza dal carbone per la generazione elettrica e a conquistare mercati globali con l’export. Il carbone trasformato serve a ridurre la dipendenza dall’import di petrolio e gas. Sono due strumenti per lo stesso obiettivo — autonomia energetica — applicati a vettori diversi.

Chi paga il costo delle emissioni

L’effetto collaterale è che nel 2024 il settore coal-to-chemicals era il principale singolo motore di crescita delle emissioni cinesi. Complessivamente, la conversione del carbone in gas e prodotti chimici ha consumato 276 milioni di tonnellate di carbone — pari all’intero consumo europeo di carbone. BNEF offre una consolazione parziale: questa conversione è a minore intensità di carbonio rispetto alla combustione diretta, e contribuisce tecnicamente alla transizione energetica cinese. Ragionamento difendibile solo adottando il sistema di riferimento di Pechino.

La sicurezza energetica cinese ha peraltro una geografia precisa. I nuovi impianti di gassificazione e chimica del carbone si concentrano in Xinjiang e Mongolia Interna — distanti dalle città costiere, ricche di carbone, abitate prevalentemente da minoranze etniche. Le città più inquinate della Cina nel 2025 non erano Pechino, Shanghai o Chongqing: erano Hotan, Kashgar e Aksu, tutte in Xinjiang. Attribuire il deterioramento all’espansione delle industrie ad alta intensità energetica nella regione non appare ipotesi azzardata.

Il modello — concentrare le industrie più inquinanti nelle comunità più vulnerabili e periferiche — non è esclusivo della Cina. Ma in Xinjiang si applica in un contesto già segnato da una crisi dei diritti civili documentata e sistematicamente negata da Pechino.

La lezione cinese

La resilienza energetica cinese all’urto iraniano non è stata costruita in risposta alla guerra. Era già lì — in impianti avviati nel 2011, in piani quinquennali che risalgono agli anni Dieci, in miliardi investiti in versioni moderne di un processo inventato dalla Germania di Hitler. La guerra consente di riattivare l’investimento. Se poi Trump, tra le innumerevoli motivazioni alla base della guerra all’Iran, aveva anche quella di danneggiare l’approvvigionamento energetico cinese, pare che resterà deluso, oltre che illuso.

Abbiamo descritto l’ennesimo esempio di gestione cinese della sicurezza energetica: un sistema che sfrutta l’innegabile ricchezza di risorse naturali ma che si attiva per restare resiliente e indipendente mentre col suo clean tech crea condizioni di dipendenza nel resto del mondo.

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