Ieri è andato in scena l’ultimo psicodramma di un paese che ha ormai perso il contatto con la realtà. Il rapporto deficit-Pil italiano, a consuntivo Istat notificato a Eurostat, non è sceso sotto la fatidica soglia-feticcio del 3%, di conseguenza l’Italia non esce dalla procedura Ue per deficit eccessivo.
Per giorni abbiamo letto sui giornali di caccia ai soldi per spostare alcuni centesimi di punto percentuale: “Siamo a 3,07%, se solo riuscissimo a scendere a 3,04% ci darebbero il 3%”. “Si ma che te ne faresti? Deve scendere sotto il 3, quindi ci serve almeno il 2,9%”. Elucubrazioni che mi hanno ricordato la rincorsa – pure quella malata – del governo Prodi ai parametri di ingresso nella moneta unica, ottenuti soprattutto col blocco del tiraggio di tesoreria. Siamo fantasiosi, è la nostra maledizione. Poi però la realtà ci presenta il conto.
E anche in quel caso, riusciamo ad analizzare il dito e non la luna. Mannaggia al decimale, eppure siamo sistematicamente in coda alle statistiche di crescita europee, malgrado qualche cantastorie di sistema insista a divorare ciliegie e scoprire che, al netto di tutto, andiamo comunque molto bene ma il mondo non ci capisce. E poi abbiamo l’avanzo primario, piatto tipico italiano per il quale i Nas non sono ancora venuti a bussare alla nostra cucina.
Perché il deficit-Pil al 3% è un feticcio? Perché l’unica metrica che conta davvero è il differenziale tra crescita nominale e costo medio del debito. Quello che determina il cosiddetto effetto palla di neve e che, se sufficientemente elevato e positivo, consente di ridurre il quoziente debito-Pil anche con un deficit-Pil che eccede il 3%. Magico, vero? Si comprende che non si comprenda.
In cauda Superbonus venenum
Il debito, appunto. Quest’anno abbiamo avuto una botta aggiuntiva di 2,4% di cosiddetto aggiustamento stock-flussi, che è essenzialmente riconducibile all’emersione e trasformazione in debito dei bonus edilizi, tra cui il famigerato Superbonus. Pare ci sia stata anche una coda di impatto del Superbonus sul deficit, come denuncia Giorgia Meloni. Prendiamo atto ma anche senza quello il punto resta: la crescita è asfittica, e tale resta.
La cosa è tanto più drammatica se consideriamo che siamo il primo “beneficiario” del Recovery Fund in Ue. Sommate quello al totale dei bonus edilizi e vedrete che questo paese ha gettato nell’altoforno quasi mezzo trilione di euro in un lustro o poco più, senza spostare l’ago della crescita. Del resto, anche qui c’è la formuletta: la crescita complessiva è frutto della somma di crescita del numero di ore lavorate e crescita della produttività. Quella grandezza che sfugge ai cantastorie che divorano ciliegie. A proposito di produttività: niente intelligenza artificiale, siamo neo-umanisti italiani, discendiamo dall’Impero romano e finiremo peggio di un accampamento romeno, con rispetto parlando.
Detesto dire che ve l’avevo detto, ma se spulciate l’archivio di questo inutile sito troverete un articolo del lontano settembre 2020, intitolato “Quanta crescita col Recovery Fund? Ipotizziamo di non essere in Italia…“. Ecco, quello. Rileggetelo, se vi avanza tempo.
“Presto, ci serve più flessibilità!”, è la solita canzoncina. Cioè più deficit. Che è la perfetta definizione del concetto di follia formulato da Einstein: continuare a ripetere la stessa azione, confidando ogni volta in un esito differente da quello che si materializza. “Non è una canzoncina, c’è la guerra, anzi, la poliguerra: iniziata nel 2020 col covid, proseguita nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina e ora lo shock energetico della guerra all’Iran”. Vero, ma ogni volta abbiamo il rimbalzo del gatto morto, gonfiamo il petto per la nostra mirabolante crescita, ci cuciamo una nuova pezza al culo e chiediamo altro deficit, perché ancora non ci portano in rehab per tirarci fuori da questa maledetta dipendenza.
Poi c’è lo scambio di accuse tra ladri di Pisa, quelli che litigano di giorno per rubare armoniosamente uniti la notte. Dall’opposizione piovono strali contro il governo che non fa scendere il debito. Quella stessa opposizione che, col governo Conte 2, quello giallorosa, regalò all’Italia il Superbonus. Che, a onor del vero, anche il successivo governo di “salvezza nazionale” non riuscì a bloccare, perché il M5S minacciava di far cadere il governo che avrebbe staccato la spina ai cappotti termici, che quindi sono diventati cappotti di legno per il paese.
Ma in prima fila tra i numerosi sostenitori del Superbonus a oltranza c’è sempre stato il partito dell’attuale ministro dell’Economia, che tuttavia è bravissimo a fingere di essere stato messo lì da poco tempo per volere del destino cinico e baro. Il cireneo di Cazzago Brabbia.
L’acrescita italiana
Ora Giorgetti dice: “Se necessario, ci muoveremo da soli”, nel senso di fare scostamento non autorizzato. In quel caso, anche i mercati si muoverebbero sul nostro paese, con i cingoli. La disperazione porta l’Italia a chiedere alla Commissione Ue una misura erga omnes di tassazione degli extra profitti energetici, solo per sentirsi ripetere che serve unanimità, per simili decisioni. Ah, giusto, l’unanimità. Quella che il governo Meloni non vuole abbandonare, nei processi decisionali europei, perché altrimenti la nostra sovranità sarebbe vulnerata. Bellissimo, questo sovranismo da straccioni: semo sovrani, datece li sordi.
Salvo poi sentirsi dire dal Supremo Contafagioli Ue, Valdis Dombrovskis, che nulla impedisce ai singoli paesi di agire sulla leva fiscale straordinaria. Coraggio, non nascondetevi dietro le gonne dell’odiata matrigna Europa. Fatevi crescere una spina dorsale.
- Leggi anche: DPFP, l’acrescita italiana (non è un typo)
Ma, vedete, il punto è un altro ancora. Il bubbone non è scoppiato ieri. Prendete il Documento Programmatico di Economia e Finanza dello scorso autunno. Ve l’ho commentato, lo faccio nuovamente. L’articolo si intitolava “DPFP, l’acrescita italiana (non è un typo)“. Perché, vedete, se un governo riesce a mettere nero su bianco che le sue misure di politica economica causeranno impatto zero sulla crescita differenziale attesa, che la produttività totale dei fattori resterà lievemente negativa; che la crescita del Pil potenziale nei prossimi anni continuerà a frenare, malgrado il PNRR e le riforme cosiddette “abilitanti”, che nel nostro caso agiscono su un paese disabilitato; ebbene, un governo che riesca a mettere nero su bianco una simile previsione è un governo che sta dicendo “ecco, vedete? Sono un incapace, e così spero di voi”. Guardate nuovamente coi vostri occhi:

E poi ci sono le prediche inutili, quelle che spiegano al governo cosa serve per “recuperare la legislatura”. I giornali ne sono pieni. Tutto mentre i partiti di maggioranza sono disperatamente alla ricerca di più deficit per gestire le mance pre-elettorali. Chiudiamo la stalla dopo che la legislatura è fuggita. “Eh, ma lo spread è crollato”. Certo, e meglio così. Ma è crollato in un contesto tranquillo di attese di riduzione dei tassi e di controllo dei saldi di bilancio, sacrificando le riforme vere, quelle che stimolano la crescita. Ora, provate ad “andare da soli” e fare deficit aggiuntivo, e vediamo l’effetto che fa. C’è una poliguerra, ricordate? Però ci dice il sindacato degli albergatori che loro sono un’industria energivora, e quindi “il governo ci deve aiutare”.
“Eh, ma Francia e Germania se ne fregano del rapporto deficit-Pil”. Infatti, Francia e Germania sono disastri – all’italiana – in attesa di accadere. La seconda ha ancora margini fiscali ma li sta spendendo a manetta, mentre dibatte se i suoi cittadini lavorano troppo poco. Noi siamo e restiamo il Paziente Zero, l’Europa è ormai infettata. E no, non ci salverà la confusa rappresentante d’istituto temporaneamente alla guida del maggior partito d’opposizione, mentre attende che all’alba muoiano i suoi sogni di premiership e di eurobond per pagare bonus agli italiani e alla loro joie de vivre.
Photo by governo.it – Immagini messe a disposizione con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT



