Per il loro bene

Dunque, vediamo: Ahmadinejad non ci piace. E ci mancherebbe, dato quello che da sempre vomita contro lo stato di Israele. Ma neppure Mousavi ci piace. Era uno sgherro di Khomeini, in fondo. Ma le folle per le strade delle città iraniane sono quelle di sostenitori dell’uno o dell’altro. Quindi, che vogliamo fare? Semplice: salviamo le manifestazioni come vibrante esempio di aspirazione alla democrazia (almeno pensiamo), ma ci dichiariamo schifati da ognuno dei due. E quindi, chi sono i veri manifestanti che dovremmo sostenere, se per ora nelle strade ci sono solo quelli di Ahmadinejad e di Mousavi? Un terzo gruppo, un gruppo che sia autenticamente “liberale”. Bene, ma chi, esattamente?

Una terza via: gli esuli. D’accordo, ma se sul terreno non sono rappresentati che facciamo, li sosteniamo contro gli altri due, magari con una dichiarazione solenne di Obama, che per ciò stesso verrebbe preso per pazzo? Ricordate l’iracheno Ahmed Chalabi? Era perfetto per essere adorato dai wilsoniani di tutto il mondo. Esule, ribattezzato “il George Washington dell’Iraq” da quel gruppo di esagitati guidato da Perle, Frum e Wolfowitz. Lui era il vero “liberale”, su cui far convergere tutte le nostre speranze di rinascita democratica per l’Iraq del dopo-tirannide. Sfortunatamente, al momento di deporre nell’urna le prime schede libere, gli iracheni non se lo filarono manco de pezza, e il nostro George Washington di Mesopotamia cadde rapidamente in disgrazia anche agli occhi del Dipartimento di Stato. Capita, quando ci si ostina a non comprendere che non tutto il mondo la pensa come noi. E quindi, che dobbiamo fare con ‘sti benedetti iraniani? Beh, per prima cosa accusiamo Obama, che non c’entra una mazza con quanto è accaduto e sta accadendo (malgrado gli Stati Uniti siano notoriamente onnipotenti sulla terra e riescano ad ottenere sempre ciò che vogliono) perché, nell’ordine:

  1. Non si è preventivamente pronunciato contro l’antidemocratico Ahmadinejad;
  2. Non si è preventivamente pronunciato a favore dell’antidemocratico Mousavi;
  3. Non si è successivamente pronunciato contro l’antidemocratico Mousavi;
  4. Ha pronunciato parole di odiosa “equi-lontananza” dai due competitor;
  5. Non capisce il popolo iraniano, probabilmente perché “usa strumenti di analisi realista”, qualunque cosa ciò significhi;
  6. Non ha ancora trovato un Ahmed Chalabi da designare “George Washington di Tehran” per tentare di fargli prendere lo zero virgola qualcosa per cento di voti, ma che almeno sia “liberale”, come da esami del sangue fatti a Foggy Bottom, Langley e dintorni;
  7. Sta osservando il progressivo logoramento del regime senza essere ancora intervenuto per ricompattarlo provvidenzialmente;
  8. Non ha ancora bombardato gli iraniani. Per il loro bene, s’intende.

E poi? Poi vedremo, un banner non si nega a nessuno.

Update: eccolo là.