Il 18 dicembre 2025, Donald Trump ha firmato il BIOSECURE Act. Tutto maiuscolo ma non è un acronimo, come di solito accade per convenzione alla legislazione americana. Forse un omaggio alle “urla” di Trump nei suoi post social. A parte ciò, la legge — parte del National Defense Authorization Act, il provvedimento annuale di spesa militare — vieta alle agenzie federali americane di acquistare attrezzature e servizi biotecnologici da aziende cinesi considerate rischi per la sicurezza nazionale. Genomica, sequenziamento del DNA, piattaforme di ricerca contrattuale: il Congresso ha stabilito che alcune biotecnologie di origine cinese non devono entrare nella catena di approvvigionamento pubblica americana.
Il problema è che il BIOSECURE Act non si applica alle case farmaceutiche private. E sono loro a fare i deal che contano.
Nel 2025, le case farmaceutiche occidentali e giapponesi hanno concluso 70 accordi con biotech cinesi, versando quasi 5,6 miliardi di dollari in anticipi per diritti su molecole, secondo la società di analisi Evaluate ripresa da un’inchiesta del Wall Street Journal. Nei primi mesi del 2026 si erano già chiusi 30 accordi aggiuntivi per quasi 1,9 miliardi. Pfizer ha pagato 1,25 miliardi alla cinese 3SBio per un candidato farmaco oncologico. Gilead Sciences ha versato 120 milioni a Pregene Biopharma per terapie CAR-T. Sanofi ha investito 30 milioni in GluBio, una startup con 22 dipendenti e laboratori tra Shanghai e San Diego. Secondo McKinsey, la Cina vale già il 30% della pipeline globale di farmaci sperimentali.
Washington ha legiferato contro i fornitori di servizi genomici cinesi. Il mercato privato ha già spostato i capitali verso l’acquisto diretto di innovazione cinese. Le due cose non si contraddicono sul piano legale. Si contraddicono sul piano della coerenza strategica.
Il taxi della globalizzazione
Per capire come si è arrivati fin qui, conviene partire da lontano e ribadire quello che segnalo da tempo. La Cina ha usato il sistema di commercio internazionale aperto esattamente come un taxi: ha attirato tecnologia straniera, ha accumulato competenze lungo l’intera catena del valore, e ha progressivamente sostituito i produttori occidentali. In campo farmaceutico questo processo è stato particolarmente metodico. La Cina è partita dalla produzione di ingredienti attivi farmaceutici — i cosiddetti API, Active Pharmaceutical Ingredients — e di materie prime di base, dove i costi erano bassi e la concorrenza si giocava quasi interamente sul prezzo. Poi ha scalato verso i farmaci finiti e infine verso la ricerca.
Accantonate per un attimo i libri di testo di economia neoclassica: la competitività cinese in questa fase non deriva dai vantaggi comparati ricardiani ma da un pervasivo sostegno statale. Sussidi all’elettricità, prestiti agevolati da banche pubbliche, regolazioni ambientali assenti o non applicate per la gestione di sostanze tossiche, protezioni del lavoro e della proprietà intellettuale ridotte al minimo. Un vantaggio di costo costruito con strumenti che il mercato aperto non prevede e non sa come rispondere.
Dal 1980 in avanti Pechino ha investito in laboratori, programmi di dottorato e un sistema regolatorio costruito per accelerare la sperimentazione clinica, con le life sciences tra le priorità esplicite del piano “Made in China 2025”. Per avviare un trial in Cina bastano due-quattro mesi dall’autorizzazione; negli Stati Uniti ne occorrono sei-nove. I pazienti disponibili sono più numerosi e si arruolano più rapidamente in grandi centri accademici, invece di essere distribuiti su dozzine di siti diversi come nel sistema americano frammentato. Persino le ispezioni regolatorie riflettono questa asimmetria: la FDA può effettuare controlli a sorpresa negli impianti farmaceutici sul territorio americano, ma deve concordare le date per quelli cinesi.
La dipendenza che già esiste
Il BIOSECURE Act è stato presentato come risposta al rischio di dipendenza strategica. Ma quella dipendenza esiste già, ed è massiccia — non nel settore della ricerca avanzata, ma in quello della produzione di base che garantisce l’accesso quotidiano ai farmaci comuni.
Nel 2002, l’83% dei farmaci consumati negli Stati Uniti erano prodotti domesticamente. Nel 2024, quella quota era scesa al 37%. Secondo Yanzhong Huang del Council on Foreign Relations, circa il 45% degli ingredienti nei farmaci americani proviene esclusivamente dalla Cina; considerando il canale indiretto — farmaci fabbricati in India con principi attivi cinesi — la quota sale al 60%. Quasi 700 medicinali americani sono realizzati con almeno un ingrediente chiave proveniente esclusivamente dalla Cina. La sintesi dell’amoxicillina, tra gli antibiotici più comuni, dipende da quattro materie prime di base, ciascuna prodotta quasi esclusivamente in Cina.
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È in questo contesto che si inserisce ora il salto qualitativo documentato dal Wall Street Journal: la Cina ha smesso di essere solo il magazzino chimico del farmaco occidentale, e ambisce a diventarne il laboratorio di ricerca.
Oggi Shanghai e Suzhou sono affollate di laboratori e startup. Ricercatori che fino a pochi anni fa replicavano farmaci popolari occidentali sviluppano trattamenti all’avanguardia in alcune delle categorie terapeutiche più promettenti: gli antibody-drug conjugates, nuova generazione di chemioterapici mirati; i farmaci GLP-1 per l’obesità; le terapie CAR-T contro i tumori; il molecular glue, una tecnologia che causa la degradazione di proteine patogene e apre la strada al trattamento di tumori e patologie finora considerate non trattabili con farmaci.
L’ecosistema ha sviluppato anche una propria industria di intelligence brevettuale. Quando Novartis ha pubblicato un paper sul molecular glue nel luglio 2024, un microblog cinese ha pubblicato quattro giorni dopo un’analisi dettagliata dei brevetti correlati — di fatto un manuale operativo per i ricercatori interessati a sviluppare composti rivali. Velocità di reazione che nei grandi centri di ricerca occidentali, appesantiti da burocrazia interna e cautele legali, è difficile da immaginare.
GluBio Therapeutics, fondata nel 2021 con capitali cinesi, è un esempio rappresentativo. Il suo CEO, Gang Lu, è nato a Shanghai, ha conseguito il dottorato a UCLA e ha lavorato per anni in aziende farmaceutiche occidentali, Bristol-Myers Squibb inclusa. Ha poi fondato un’azienda che studia sistematicamente i brevetti dei suoi ex datori di lavoro, ne individua i margini di miglioramento e sviluppa candidati terapeutici per malattie difficili — come l’anemia falciforme — a costi inferiori e con tempi di trial più brevi. Sanofi ha investito in GluBio, ritenendo che i suoi candidati potessero essere sviluppati più velocemente e con meno risorse di quanto sarebbe possibile altrove. Era tra sei accordi di licenza e quattro investimenti azionari che il gruppo francese ha concluso con biotech cinesi negli ultimi due anni.
Gang Lu ha sintetizzato il vantaggio competitivo in tre parole: costo basso, qualità alta, velocità alta.
Il problema che la legge non risolve
Le case farmaceutiche hanno una ragione strutturale per guardare alla Cina con interesse crescente: la pressione a sostituire continuamente i farmaci che perdono la protezione brevettuale, in un contesto in cui la ricerca interna fallisce con frequenza elevata. Le biotech cinesi colmano le lacune della pipeline a costi inferiori e con tempi più rapidi.
Il BIOSECURE Act prende di mira i grandi fornitori di servizi di ricerca contrattuale e sequenziamento genomico, terzisti che lavorano per conto di altri. Le biotech che sviluppano le molecole che Pfizer e Gilead acquistano sono un fenomeno distinto, che la legge non raggiunge. Il Congresso ha risposto a un rischio reale con uno strumento che lascia intatto il fenomeno più rilevante.
La traiettoria ricorda quella già percorsa nel manifatturiero: prima l’elettronica di consumo, poi il solare, poi i veicoli elettrici. Ogni volta la sequenza è identica: si esternalizza per efficienza di costo, si cede progressivamente la competenza, ci si accorge del problema quando le catene di fornitura sono già consolidate e riportarle indietro costerebbe anni e capitali ingenti. In campo farmaceutico siamo già nella fase intermedia per la produzione di base, e nella fase iniziale per la ricerca avanzata. L’alternativa strutturale — costruire in Occidente la stessa capacità, a quella velocità e a quei costi — richiederebbe riforme regolatorie che nessun paese occidentale sembra disposto ad affrontare seriamente, e una pazienza politica incompatibile con i cicli elettorali.
La risposta coordinata che avrebbe senso — un blocco occidentale che sviluppi mercati comuni e capacità produttive condivise — contrasta con la logica trumpiana, che punta a fronteggiare la Cina con strumenti unilaterali, tariffe incluse, come se gli Stati Uniti potessero gestire questa partita da soli.
Intanto, a Shenyang si studia e si brevetta. E a San Francisco si paga. E si mette un’altra pietra all’edificio del declino dell’impero americano e dell’Occidente.
(Immagine creata con ChatGPT Sora)



