La Commissione europea si appresta a riscrivere le regole sulle fusioni per la prima volta in vent’anni. L’obiettivo dichiarato è costruire imprese abbastanza grandi da competere con i colossi americani e cinesi. Il problema è che la stessa Europa ha sviluppato nel frattempo un arsenale di strumenti per impedire che le proprie imprese vengano acquisite da altri europei.
Il Financial Times ha visionato in anteprima la bozza di nuove linee guida sulle fusioni redatta dalla Commissione europea — un documento che segna la revisione più radicale dal 2004, quando Bruxelles costruì l’intero impianto antitrust intorno a un principio semplice: le fusioni si valutano in base all’impatto sui consumatori, cioè sui prezzi. La bozza aggiunge al perimetro di valutazione tre criteri nuovi: innovazione, investimento e resilienza del mercato interno. Non come fattori residuali, ma come elementi pro-competitivi che possono giustificare un livello di consolidamento altrimenti problematico.
Il documento sostiene che “la crescita e il dimensionamento delle imprese per raggiungere le dimensioni necessarie per competere a livello globale può essere pro-competitivo”. Il mutato contesto geopolitico è invocato come giustificazione: l’economia si è spostata verso settori ad alta intensità di innovazione dove scala e capacità di investire sono entrambe critiche.
Sul piano formale, il testo mantiene come obiettivo la “preservazione di una concorrenza effettiva”. È la tecnica di compromesso obbligata: si allarga il perimetro dei fattori rilevanti senza toccare il principio fondante, così da non riaprire una battaglia politica sul Regolamento sulle concentrazioni, che richiederebbe l’unanimità degli Stati membri.
Una storia che viene da lontano
La pressione per ammorbidire le regole sulle fusioni ha una data di nascita precisa: febbraio 2019, quando Margrethe Vestager bloccò la fusione tra Siemens e Alstom nel settore ferroviario. Il progetto, sostenuto fortemente da Berlino e Parigi, puntava a creare un campione europeo capace di resistere alla concorrenza del produttore cinese CRRC, che beneficia di massicce sovvenzioni statali. Vestager rispose che il mercato rilevante era quello europeo, non quello globale, e che la fusione avrebbe danneggiato i clienti europei riducendo la concorrenza. Germania, Francia e Polonia presentarono a stretto giro un documento congiunto chiedendo una revisione radicale delle regole antitrust.
Da quella rottura è nata una pressione politica che non è mai venuta meno, alimentata nel 2024 dal Rapporto Draghi sulla competitività europea e concretizzata nel febbraio 2026, quando i leader europei riuniti nel castello di Alden-Biesen hanno raggiunto un consenso informale sulla necessità di costruire “campioni europei” nei settori strategici. Von der Leyen ha annunciato la roadmap, e ora la bozza di linee guida sulle fusioni è la prima traduzione operativa di quell’orientamento politico.
Il banco di prova concreto sarà la fusione proposta tra le divisioni spaziali di Airbus, Thales e Leonardo per creare un’alternativa europea a SpaceX. Se le nuove linee guida saranno adottate, quel caso diventerà il precedente su cui verrà plasmata tutta l’interpretazione successiva.
La resistenza al progetto è consistente e argomentata. Cinque paesi — Irlanda, Finlandia, Estonia, Lettonia e altri — hanno scritto alla Commissione a febbraio 2026 che le regole esistenti consentono già la formazione di grandi imprese europee dove l’analisi dei mercati lo giustifica, e che non serve alcun rilassamento normativo. Le autorità antitrust di Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Irlanda, Paesi Bassi e Portogallo hanno emesso un comunicato congiunto contro revisioni radicali, e parti della stessa Commissione si oppongono alla svolta.
L’obiezione di merito è robusta. La letteratura economica è tutt’altro che unanime nel collegare la concentrazione industriale all’innovazione: spesso avviene il contrario. Fusioni che riducono il numero di concorrenti abbassano gli incentivi a investire in ricerca, comprimono i salari, alzano i prezzi. Il settore delle telecomunicazioni europee è il campo di battaglia più esplicito: gli operatori sostengono da anni che le regole antitrust bloccano il consolidamento necessario a finanziare le reti di nuova generazione; le autorità di regolazione rispondono che un numero ridotto di operatori peggiora la qualità del servizio, riduce la copertura e, paradossalmente, indebolisce la resilienza delle infrastrutture.
Il nodo dei golden power nazionali
Qui sta la contraddizione più acuta, quella su cui il dibattito politico tende a sorvolare. Se l’obiettivo è costruire campioni europei — non campioni tedeschi, francesi o italiani — allora la politica della concorrenza deve facilitare fusioni transfrontaliere tra imprese di diversi paesi membri. Un’impresa tedesca che acquisisce un’impresa italiana crea un campione europeo. Un’impresa francese che acquisisce un’impresa spagnola idem.
Il problema è che negli ultimi anni la maggior parte degli Stati membri ha introdotto o rafforzato strumenti di golden power — poteri speciali dello Stato per bloccare o condizionare acquisizioni di imprese considerate strategiche. L’Italia ha uno dei regimi più estesi d’Europa, creato nel 2020 e poi ulteriormente ampliato, che copre settori che vanno dall’energia alle telecomunicazioni, dalla difesa alla sanità, fino alle infrastrutture digitali e all’agroalimentare. La Francia ha il suo dispositivo analogo. La Germania pure. E così via, lungo tutta l’Unione.
Questi strumenti sono stati costruiti pensando principalmente agli investitori extraeuropei — Cina in testa — ma non contengono eccezioni automatiche per le acquisizioni intra-Ue. Un’impresa tedesca che volesse acquisire un’impresa italiana in un settore “strategico” (vero o presunto tale) potrebbe essere bloccata da Roma esattamente come lo sarebbe un acquirente cinese.
La Commissione ha più volte sollecitato gli Stati membri a non usare il golden power in modo discriminatorio contro altri europei, ma si tratta di raccomandazioni prive di immediatezza sanzionatoria, cioè sdentate. Nel novembre 2025 ha infatti avviato una procedura di infrazione contro l’Italia per l’uso del golden power su operazioni finanziarie intra-Ue (il demenziale “Unicredit è una banca estera”, ricordate?), ritenendo l’applicazione incompatibile con il mercato unico. È un segnale rilevante, ma una procedura di infrazione richiede anni — nel frattempo i veti nazionali rimangono operativi.
Il risultato pratico è un cortocircuito molto europeo: Bruxelles allenta le regole sulle fusioni per favorire la scala; gli Stati nazionali mantengono il diritto di veto su qualunque operazione tocchi asset che considerano strategici. Il campione europeo, nella versione operativa di questo schema, rischia di essere un campione nazionale abbastanza grande, non un’impresa integrata a livello continentale.
Doppio rischio
La categoria “campione europeo” porta con sé due rischi distinti che si sommano.
Il primo è quello classico dell’antitrust: un’impresa abbastanza grande da dominare il mercato europeo non è necessariamente più competitiva sui mercati globali, ma sicuramente è meno esposta alla concorrenza interna. I consumatori europei pagano il premio di questa rendita di posizione. La storia dei campioni nazionali creati per decreto — dai cantieri navali alle compagnie aeree di bandiera — non è esattamente incoraggiante.
Il secondo rischio è quello della frammentazione. Se ogni Stato membro può invocare il golden power per bloccare acquisizioni intra-Ue in nome della sovranità economica, il mercato unico delle fusioni rimane frammentato esattamente come prima, indipendentemente da quanto liberali siano le linee guida della Commissione. La scala si costruisce comprando imprese altrui. Se comprare imprese altrui richiede il benestare politico di governi nazionali gelosi dei propri asset, la scala non si costruisce.
Von der Leyen vuole campioni europei e mercato unico pienamente operativo entro il 2027. Gli Stati membri vogliono campioni europei che siano preferibilmente i propri. Questi due obiettivi non sono compatibili, e nessuna revisione delle linee guida sulle fusioni da sola può risolvere la contraddizione. Il rischio è quello di avere una revisione delle norme antitrust solo formale. Qualcosa che ricorda il simulacro del ventottesimo regime. E non se ne esce. Soprattutto in tempi di nazionalismo economico, che è l’antitesi delle ambizioni transnazionali su cui poggia il castello europeo dei sogni.
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