Contravvenendo allo spirito natalizio ed alla quiete sintetica che di solito caratterizza l’inizio anno di noi decadenti occidentali, ci corre l’obbligo di segnalarvi un piccolo dettaglio sul cosiddetto “accordo” tra Casa Bianca (e Democratici) e Repubblicani per “evitare” l’ormai celebre Fiscal cliff , che molti giornalisti italiani avevano già adottato come surrogato delle profezie Maya.

Dopo la riconferma di Barack Obama alla Casa Bianca, la realtà bussa (anzi, picchia i pugni) sulla porta: mercati azionari in picchiata sul timore del fiscal cliff, la stretta fiscale automatica che a Capodanno farà la festa all’America ed al mondo e che promette una stretta al Pil Usa dell’ordine del 4 per cento (ma verrà evitato, anche se non completamente, tranquilli). E le agenzie di rating, che segnalano (oggi con Fitch) che, se non si neutralizza il fiscal cliff, se il tetto legale allo stock di debito federale non verrà innalzato in modo tempestivo e se non si metterà in pista un percorso di risanamento fiscale, l’America perderà la seconda tripla A, dopo quella che S&P le ha strappato dal petto nell’estate del 2011, peraltro senza danni al costo del debito, che anzi da allora è addirittura diminuito.

Non è particolarmente rilevante (tranne che per il provincialismo degli italiani, probabilmente) che Barack Obama abbia incassato l’endorsement dell’Economist. Comunque vadano, le elezioni presidenziali di martedì prossimo porteranno (o manterranno) alla Casa Bianca un uomo che dovrà lavorare duramente per evitare il declino americano. Un declino che la sconfinata potenza militare ed economica, oltre alla “creatività” della Federal Reserve, peraltro del tutto indispensabile, potranno comunque bloccare e rinviare nel tempo, anche a lungo. Ma il gigante rischia seriamente di perdere la propria aura di eccezionalismo, se già non l’ha persa. Ed i due candidati non sono certo gli uomini della Provvidenza.

Il discorso di Barack Obama sullo Stato dell’Unione segna per molti aspetti l’avvio della campagna elettorale del presidente incumbent, toccando alcuni temi sensibili per l’elettorato. Tra essi, c’è ovviamente quello fiscale e della diseguaglianza. Dopo aver ripreso e rilanciato la Buffett Rule, quella sorta di principio fiscale in base al quale un imprenditore (o manager, o banchiere) non dovrebbe pagare meno tasse della propria segretaria, Obama si concentra sul tentativo di rivitalizzare la manifattura americana. Ma il risultato finale, in entrambi i casi, è un tripudio di crediti d’imposta offerti o negati, strumento fiscale politico (cioè distorsivo) per antonomasia. Manca una visione d’insieme, e la volontà di mettere mano ad una Grande Riforma del Tax Code americano, entro una strategia offertista.

Riguardo questo grafico, pubblicato giorni addietro sul New York Times, alcuni lettori ci hanno chiesto il motivo dell’assenza, tra le spese imputate a Barack Obama, delle operazioni militari tuttora in corso, quali Iraq ed Afghanistan. Per spiegare meglio questo punto (ed altri) può essere utile partire da uno strafalcione sesquipedale, compiuto sulla rete da qualcuno che si definisce (yawn) libertarian.

«In primo luogo, i tagli di tasse di Bush hanno avuto un enorme effetto negativo. Se scadessero tutti come previsto, alla fine del 2012, i futuri deficit sarebbero all’incirca dimezzati, a livelli sostenibili. In secondo luogo, un bilancio in salute richiede un’economia in salute; le recessioni creano danni riducendo il gettito fiscale. Il governo deve stimolare la domanda e creare occupazione in recessioni profonde, anche se ciò peggiora il deficit nel breve termine. Terzo, i tagli di spesa da soli non chiuderanno il gap. La cronica carenza di gettito d’imposta da ripetuti tagli fiscali è semplicemente troppo profonda per essere colmata con soli tagli di spesa. Le tasse dovranno aumentare»

Teresa Tritch, New York Times

Beh, si, essendo la pressione fiscale federale oggi sotto al 15 per cento, minimo degli ultimi sessant’anni, appare difficile pensare ad una manovra fatta di soli tagli di spese.