I segugi del quartierino

Dalla polvere del passato, un preclaro esempio di giornalismo economico investigativo, di quelli che quei maneggioni del Financial Times ci invidiano da sempre. Già all’epoca improntato a ferreo garantismo. Perché non bisogna mai saltare alle conclusioni.

Enfasi nostra, sentitevi liberi di farla vostra e trasformarla in altro:

Perché Parmalat non è Cirio

Rientrano i soldi dalle Cayman, esiste semmai un eccesso di liquidità

Il caso dei bond Parmalat si sta sgonfiando, ma nei giorni scorsi aveva assunto tinte drammatiche. Le azioni, come si ricorderà, erano scese del 13 per cento in poche sedute e sembrava, per i risparmiatori una ripetizione del caso Cirio, quello nato dalle operazioni troppo disinvolte di Sergio Cragnotti.

La settimana scorsa l’Unità aveva pubblicato, con un titolo allarmistico a tutta pagina, l’elenco delle obbligazioni emesse da alcune imprese italiane. L’articolo avanzava timori di insolvenze e l’occhio correva inevitabilmente su Parmalat che pur avendo emesso molte obbligazioni, ha in bilancio un “attivo circolante”, cioè disponibilità liquide, per 2,4 miliardi di euro. Non è chiaro in che cosa consista questa liquidità e perché la società la mantenga, mentre emette bond [ohibò, ndPh.]. Perciò la Consob ha chiesto chiarimenti. E la società di revisione Deloitte nell’analisi semestrale dei conti ha fatto sapere che non aveva informazioni su un impiego di 477 milioni di euro nel fondo di investimento Epicurum, nelle Isole Cayman.

Si sa anche che Parmalat sta emettendo un bond privato di 185 milioni di dollari negli Usa, notizia in sé positiva perché gli americani, in questo tipo di impieghi sottoscritti privatamente, sono assai guardinghi. Ma ciò ha suscitato ulteriore nervosismo. Il presidente di Parmalat, Calisto Tanzi, ha diffuso un comunicato affermando che i paragoni con altre situazioni sono fuori posto. Ora annuncia di avere ritirato i soldi dal fondo Epicurum, portando a casa 600 milioni di euro, contro i 500 investiti. La calma in effetti è tornata. Parmalat non ha nulla a che spartire con l’effimero impero di Cragnotti, che di pomodori sino al ’92 non sapeva nulla. L’impresa di Tanzi si è saldamente affermata a livello mondiale (i suoi marchi sono presenti in 30 paesi, con 38 mila addetti) nel settore del latte e derivati e nei succhi di frutta, grazie a una sicura competenza.

Ora però occorre che spieghi in dettaglio in che cosa consiste il suo attivo circolante, a parte la somma recuperata, con buon guadagno, dall’isola dei caimani.

Il Foglio, 14 novembre 2003, venti giorni prima del crollo del gioiellino, ma già con fortissimo odore di bruciato tutt’intorno.

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